Localizzazione: Catena delle Maddalene, tra la Val di Rabbi, la Val d’Ultimo e la Val di Bresimo.
Sono partita dal parcheggio Cavallar in Val di Rabbi poco prima delle 6. Ho raggiunto la Malga Caldesa Bassa (25-30 minuti) e, poco dopo, ho preso il direttissimo (sentiero nr. 108) per il Rifugio Stella Alpina al Lago Corvo. 10 minuti prima di arrivare al Rifugio, ho lasciato il 108 per prendere il nr. 12 direzione Punta di Quaira. In 45 minuti ho raggiunto la prima tappa, la Bärhapp Spitze (mt. 2707).
Bärhapp in lontananza
Continuando sul sentiero 12, ho toccato la Punta di Quaira (Karspitze), che, con i suoi 2752 mt slm, costituisce la cima più alta della Catena delle Maddalene.
La Punta di Quaira vista dalla Bärhapp
Lasciata la Quaira, ho proseguito sul 12 ancora brevemente. L’ho poi abbandonato per seguire la cresta fino alla Cima Tuatti (mt. 2701), dove sono arrivata verso le 10.
Da qui, ho preso sempre la cresta (si tratta di creste tranquille e con tracce evidenti, anzi devo dire che le si percorre proprio volentieri!) per scendere al Passo Palù (mt. 2412).
La mia idea era salire anche a Castel Pagano. Esclusa la salita direttamente dal Passo (mi hanno detto che coi cani l’ultimo pezzo non è fattibile), l’alternativa era scendere col sentiero nr. 133 in Val di Bresimo. Quando l’ho fatta l’anno scorso, sono arrivata fino giù dove c’è una malga e da lì parte il sentiero nr. 118 che porta in cresta tra Castel Pagano e Cima Zoccolo. Sinceramente mi scocciava scendere fino lì (si allunga di un bel pò), quindi ho deciso di camminare ad una certa altitudine in costa a Castel Pagano, ravanando un pò, fino a collegarmi col 118 (secondo me potevo essere intorno ai 2300 mt).
Devo ammettere che ad un certo punto iniziavo ad essere molto stanca (tanti sali e scendi…) e l’ultimo pezzo prima della vetta l’ho fatto a rallentatore! Ma poi, alla fine, ce l’ho fatta e, a mezzogiorno, ero sulla cima di Castel Pagano, mt. 2608 (peccato sia caduta la croce!).
Castel Pagano scendendo dalla TuattiPunta di Quaira e Cima Tuatti da Castel Pagano
Tutte le Cime delle Maddalene regalano panorami stupendi, ma, in questo caso, ancora di più, perchè la vista dà completamente sulla Val di Rabbi (ed io sono un pò tanto di parte…).
20 minuti più tardi, ho deciso di rimettermi in marcia, ma non tornando sui miei passi, bensì scendendo direttamente sotto a Castel Pagano. Non c’è alcuna traccia (ho camminato tra i rododendri), ma sapevo che in linea d’aria mi trovavo sopra alla Malga Garbella di sopra ed, infatti, lì sono arrivata verso le 13:10. Devo ammettere che l’idea del ritorno al parcheggio Cavallar un pò mi creava ansia, perchè, guardando la Tabacco, il rientro era veramente lungo…
Invece, una volta arrivata poco prima della Garbella, ho avuto una bella sorpresa: un sentiero con segnaletica (non segnato invece sulla cartina) che rimaneva alto e proseguiva in direzione nord. L’ho imboccato senza neppure pensarci e ho fatto benissimo: in mezz’ora mi ha riportata dritta dritta alla Malga Palù! Non vi dico la felicità!
L’arrivo alla Garbella di Sopra, dove ho trovato il sentiero per Malga PalùI ragazzi stravolti Malga Palù
Dalla Malga Palù, ho preso poi il sentiero nr. 133A e, alle 15:15, ho fatto ritorno al parcheggio.
Distanza totale: 17,10 km
Dislivello positivo: 1302 mt.
Tempo movimento: 7:25:53
Commenti: è un gran bel giro! Piacevole, senza punti critici. Come dicevo, camminare sulle creste è divertente e, poi, il panorama che si gode è una meraviglia. Mi ha, onestamente, stancata molto, ma c’è da dire che alla fine le Cime sono state 4 e non sono poi così poche!
Localizzazione: Catena delle Maddalene, tra l’Alta Val di Non e la Val d’Ultimo
Ho parcheggiato dopo il primo tunnel (venendo dalla Val di Non) al Passo Castrin e mi sono incamminata pochi minuti dopo le 6. Nel giro di 20 minuti ho raggiunto Malga Castrin, da dove ho imboccato il famoso sentiero nr. 133 Aldo Bonacossa. Avevo fatto questo stesso percorso esattamente un anno prima, ma lo ricordavo perfettamente da quanto mi era piaciuto.
Malga CastrinIl sentiero 133 Aldo Bonacossa
Alle 7:20 sono arrivata al Laugen Jöchl e, poco dopo, è iniziata la salita verso la cresta (sul sentiero 8A), che ho raggiunto in 45 minuti circa.
Il Laugen Jöchl Il sentiero 8ALa croce del Luco dall’inizio della cresta
Da qui, dove il sentiero 8A incrocia il 10A, in poco meno di 10 minuti si raggiunge la croce di vetta del Monte Luco Grande (mt. 2434). Apro una parentesi: in realtà avevo un bel ricordo del sentiero Bonacossa, ma non altrettanto del Monte Luco. Quando ero salita l’anno precedente, avevo trovato talmente tanta gente, che non ero neppure riuscita a fare una foto discreta sulla cima. Quest’anno, essendo arrivata alle 8:10, non ho trovato nessuno e la mia opinione è radicalmente cambiata! La vista è spettacolare!
Sempre l’anno precedente, a causa appunto della troppa gente, ero ritornata sui miei passi passando dall’8A. Quest’anno, essendo da sola, ne ho approfittato e ho imboccato il sentiero nr. 10 (quello che va alla Malga Monte Luco). P.s. Prima di un’escursione, mi documento sempre. Leggo le pagine ufficiali delle varie Valli e anche i blog. Quello che a me spesso infastidisce è l’ansia che ti mettono nel descrivere certi percorsi. Il sentiero nr. 10 è uno di questi casi. Ci sono parecchi gradini, perchè il pezzo finale per raggiungere la cima è molto ripido e sassoso. Ma è fattibilissimo e tranquillissimo!!! Anzi, l’ho trovato molto carino, proprio perchè diverso dal solito.
Il Lago Luco scendendo dal Luco Grande
Una volta scesi da questo pezzo, abbiamo imboccato il sentiero sulla sinistra fino al meraviglioso Lago Luco ancora mezzo ghiacciato.
Raggiunto il lato opposto del lago, rispetto a dove si arriva, si trova una segnaletica. Sulla Tabacco online non è segnato (se non come traccia), ma in realtà c’è un sentiero vero e proprio, il 9, che, in 10 minuti, porta dritti al Kleiner Laugen, il Monte Luco Piccolo (mt. 2297), il quale, nonostante i suoi 137 mt in meno del Grande, offre comunque un panorama di tutto rispetto.
Verso le 10 sono scesa, ho oltrepassato il lago, e sono tornata all’incrocio, dove ho ripreso il 133, che ho abbandonato dopo poco meno di 40 minuti, per imboccare il 10A in direzione della Malga Monte Luco. Anche in questo caso, la Tabacco online non lo segna, ma, dopo 10 minuti di discesa, si trova sulla destra il sentiero nr. 158 che porta alla Malga Pradont (mt. 1905).
Il bivio tra il 133 e il 10AL’inizio del sentiero 158
Dalla Malga, parte una forestale, fino alla Pradont di Sotto (che sinceramente non ho visto), dove, poco dopo, si abbandona per prendere il sentiero nr. 3 (indicato anche dalla Tabacco). Si tratta, a mio avviso, di un sentiero un pò rudimentale, tra le altre spesso interrotto da alberi caduti, che in mezz’ora conduce alla Prieda del Gial (mt. 1680), da dove si riprende una sterrata ed in altri 30 minuti si fa ritorno al parcheggio.
La strada dalla Malga Pradont di sopra a quella di sottoIl Monte Cornicolo ritornando al Passo Castrin
Distanza totale: 15,90 km
Dislivello positivo: 997 mt.
Tempo movimento: 05:59:14
Commenti: bellissimo! Fatelo! Tranquillo, rilassante, senza difficoltà alcuna. Panorami da mozzare il fiato e il sentiero Bonacossa che è veramente un Signor Sentiero. Considerate che molta gente sale dalla Malga Monte Luco, quindi da quella parte troverete sicuramente un pò di affollamento. Se vi piace la pace, partite presto e dal Passo Castrin, a mio avviso e per esperienza personale, meno gettonato del Passo Palade per salire al Luco.
VARIANTE DA PASSO DELLE PALADE
Escursione effettuata: 3 novembre 2024
Per quanto, come già detto in precedenza, io preferisca l’ascesa al Monte Luco da Passo Castrin (molto più ‘rilassante’ e panoramica), pubblico la variante da Passo Palade, per chi preferisce una cosa un pò più veloce.
Sono partita dal Gampen Pass (dove ho parcheggiato) alle 6:40. Alla prima curva della sterrata che conduce alla Laugenalm, sulla destra si trovano le indicazioni per il sentiero 133 Bonacossa. Questo sentiero è il diretto, ma io oserei chiamarlo direttissimo. Praticamente un’ora e 40 di step ups al box senza interruzioni…
Sono tutte scale, di legno o pietra. In meno di un’ora il dislivello è di circa 500 mt. Avete presente la scritta sulle magliette: ‘Ma è tutta così?’ ‘No, tra poco spiana’ e non spiana mai? Ecco…però, devo ammettere, che, quando si esce allo scoperto, il panorama è veramente meraviglioso. E, poi, queste scale create dall’uomo sono a tratti molto belle.
Mi sono sinceramente sorpresa quando alle 7:50 sono arrivata al lago del Luco. Non me lo aspettavo così velocemente! L’ultima volta che l’ho visto era giugno ed era ancora mezzo ghiacciato, ma rimane, comunque, molto affascinante.
Dal lago le indicazioni dicono che ci vogliono 50 minuti per arrivare alla cima. Ho calcolato, quindi, che l’avrei raggiunta per le 8:40, ma, in realtà, alle 8:20 ero su. Si deve proseguire per pochi minuti e, poi, prendere il sentiero n. 10 sulla destra. Sul pezzo che va alla cima vorrei fare una precisazione: come ho detto precedentemente, è molto carino e diverso dal solito, ma questo non vuol dire che tutti possano affrontarlo serenamente. Ci sono molti tratti esposti, attrezzati di corda, ma comunque esposti. Quindi, per chi soffre un pò in certe situazioni, sconsiglio questa variante. Non sto dicendo che è un sentiero per escursionisti esperti, ma neppure per gente con le ginniche…
Il Monte Luco piccolo e il lago del Luco salendo al Monte Luco e un pezzo di sentiero attrezzato
In ogni caso, la fatica vale la pena, perchè la vista dai 2434 mt del Monte Luco, alias Laugenspitze, è veramente meravigliosa! P.s. poco prima della cima c’è una scultura. Se leggete, scoprirete che quella del Monte Luco sembra sia la prima ascensione femminile (documentata) nelle Alpi di due donne (Regina Von Brandis e la figlia Katharina) e risale al 24 agosto del 1552. W le donne!
E’ sempre per me fonte di gioia raggiungere una cima come prima persona della giornata…sarà anche stupido, ma mi dà una bella sensazione, come se quel meraviglioso spettacolo fosse un privilegio che ho solo io.
Arrivato il momento di scendere, ho deciso di non tornare sui miei passi. Primo perchè era veramente presto (8:40), secondo perchè non avevo voglia di spaccarmi le ginocchia. Quindi, ho deciso di prendere il sentiero 8A , che poi diventa il 10 A e porta alla Laugenalm in un’oretta. E’ un sentiero molto tranquillo e panoramico.
Dalla malga, purtroppo, a parte un a paio di pezzetti con cui si può tagliare col sentiero n. 10, è strada sterrata fino al Gampen Pass, dove sono arrivata alle 10:25 circa.
Ho raggiunto con l’auto il Passo Daone (mt. 1300), dove, alle 6:30, è iniziata la mia escursione. Mi sono incamminata nel bosco sul sentiero nr. 356 (sicuramente le indicazioni non mancano lungo tutto il percorso), passando in ordine per: Dotor (mt. 1395), Pramarciù (mt. 1405), Stavel (mt. 1476). Da qui, il sentiero si fa un pò più ripido e, dopo circa 15 minuti di cammino, si esce dal bosco. Il panorama, nonostante ci si trovi ancora ben sotto la cima, promette già benissimo!
Pramarciù
Il panorama da sotto la Cima
La croce di vetta
In un’oretta ho raggiunto Cima Durmont (mt. 1837). Avevo letto che la vista era meravigliosa e ne ho avuto la conferma: spazia dal Brenta, alle Cime dell’ Adamello, al Carè Alto e alle vallate sottostanti. Merita proprio!
Dalla Cima Durmont ho poi proseguito lungo il sentiero 356 verso il Passo Campiol. Il sentiero, nella prima parte, è lungo la cresta, poi scende e si entra nuovamente nel bosco, fino ad arrivare al Passo (mt. 1671) in circa 15 minuti. Dal Passo Campiol si risale nuovamente seguendo le indicazioni per il Monte Cargadur (mt. 1871). Devo essere sincera: per fortuna che ho la Tabacco sul cellulare che indica la posizione in cui ti trovi, altrimenti mai avrei saputo di essere sul Cargadur (non ci sono cartelli). Diciamo, comunque, che dal passo ci vogliono indicativamente 35/40 minuti.
Il pezzo di cresta da Cima Durmont verso il Passo Campiol
Da qui ho ripreso a scendere e, alle 9:30 (25 minuti dopo), sono arrivata al Passo delle Malghette (mt. 1723).
Passo delle Malghette
Dal Passo ho imboccato prima il sentiero nr. 350 e, poco dopo, il 356A che mi ha riportato a Pramarciù. Volendo si può abbreviare il ritorno col 356B, che collega al Passo Campiol, e fare rientro passando nuovamente dal sentiero dell’andata e, quindi, da Cima Durmont.
Sono arrivata al Passo Daone alle 11.
Distanza totale: 11,96 km
Dislivello positivo: 855 mt
Tempo movimento: 3:45:08
Commenti: quando ho studiato il giro, avevo letto del bellissimo panorama che offre la Cima Durmont e ne ho avuto la conferma. Avevo letto anche che quest’anello prevedeva 5 ore e 30 di percorrenza. Secondo me sono tante…infatti sono rimasta molto delusa quando sono arrivata alla macchina così presto. A mio parere, merita molto fino al pezzo di cresta dopo la Cima Durmont, poi è un continuo sali e scendi nei boschi. Lo sconsiglio a chi piace camminare in spazi aperti e sopra a certe altitudini. Il pezzo finale dal Passo delle Malghette a Pramarciù per me è stato molto noioso, ma poi dipende da cosa cerca una persona: se quello che vuole è una bella camminata nei boschi, questa escursione è l’ideale. È un percorso adatto a tutti, non prevede alcuna capacità tecnica, da fare nelle mezze stagioni (d’estate si rischia di morire dal caldo!).
Localizzazione: Gruppo Vegaia – Tremenesca, tra la Val di Rabbi e la Val di Sole
Sono partita poco prima delle 7 dalla località Scolari (mt. 861) nei pressi di Pracorno (Val di Rabbi) ed ho preso il sentiero nr. 120 in direzione Malga Saleci bassa. Dopo un inizio abbastanza tranquillo, il sentiero si fa molto ripido. In un’ora e venti sono arrivata alla Malga (mt. 1658).
Da qui ho proseguito sul 120 fino alla Malga Saleci alta, dove sono arrivata intorno alle 9.
Dalla Malga alta, dove gli spazi si fanno più aperti ed il terreno diventa roccioso, si prosegue in direzione ovest verso il passo. Ad un certo punto si incrocia un sentiero sulla destra con il cartello che indica il lago Saleci (mt. 2322).
Allora, obiettivamente, considerato tutto il giro, la deviazione al lago è un pò in più, anche perchè non è così breve arrivarci. Però merita…
Dal lago sono poi tornata sui miei passi ricollegandomi al sentiero 120 che in 20/25 minuti mi ha portata al Passo Saleci (mt. 2446)
Dal passo ho poi preso la cresta. Il primo pezzo è un pò esposto, bisogna prestare molta attenzione. La prima volta che l’ho fatto, ‘ho detto non lo rifarò mai più’, ma poi ovviamente sono tornata e ritornata e non l’ho più trovato così tragico come la prima volta!
La cresta iniziale dal passo
La prima cima che si incontra è il Sass de l’Anel (mt. 2527). Si tratta della cima più elevata del giro, inconfondibile per la sua statuetta. La vista sulla Val di Sole e sulle Dolomiti di Brenta è meravigliosa.
Il lago Saleci dal Sass de l’Anel
La statuetta del Sass de l’Anel
Dietro di noi la cresta dal passo Saleci
Ho proseguito lungo la facile dorsale (da segnalare solo vari sali e scendi ed il cambio di numero di sentiero da 120 a 119) ed in poco meno di un’ora sono arrivata prima al Piz di Montes (mt. 2383) e, poi, al Cimon di Bolentina (mt. 2287), che si trova proprio ad angolo tra la Val di Sole e la Val di Rabbi. Anche dal Cimon il panorama è una favola: oltre la Val di Sole e le Dolomiti di Brenta proprio davanti, in lontananza si può vedere la Val di Non ed il Gruppo del Catinaccio.
La cresta dal Sass de l’Anel al Piz di Montes
Dal Piz di Montes al Cimon di Bolentina
Piz di Montes
Cimon di Bolentina
Dal Cimon ho iniziato a scendere sempre sul 119 ed in poco tempo sono arrivata al Bivacco Marinelli.
Ho raggiunto poi verso le 14:15 la Malga Bolentina Alta
Da qui ho 2 versioni del finale:
1° (la peggiore…ahahah): fatta l’anno precedente, nel 2019. Decido, invece, di scendere per il sentiero ufficiale, di raggiungere la Malga Bolentina Bassa (avevo letto di una traccia esistente…) e, poi, giù dritta fino a Pracorno, seguendo un pò il mio senso dell’orientamento ed aiutandomi con l’altimetro del cellulare. Risultato: non sono mai riuscita a trovare la Malga Bolentina Bassa, ho vagabondato in linea d’aria sopra a Pracorno per un bel pò di tempo, cercando di riuscire a scendere di quota (ero sempre troppo alta!). Non vi dico la felicità quando ho intravisto delle case! Ecco, mai più.
2° (quella da persona con un pò di testolina…): ho proseguito sul 119, passando dal Mas de la Cros e da Piazza Marentaia. Una volta scesa quasi a Malè (al primo tornante della strada che da Malè porta a Bolentina per la precisione), ho preso la strada della birreria e, con molta calma, ho fatto ritorno a Pracorno. Decisamente molto più lunga, ma anche molto più rilassante!
Distanza totale percorsa: 22,93 km
Dislivello positivo: 1730 mt
Tempo movimento: 07:45:16
Commenti: giro fisicamente impegnativo, ma paesaggisticamente merita. A parte quel breve tratto di cresta, dal Passo al Sass de l’Anel, non presenta alcuna difficoltà tecnica. Percorrere quest’ampia dorsale è proprio un divertimento ed il panorama è uno spettacolo. Ovvio che l’ultimo pezzo, quello della strada della birreria per intenderci, è molto pesante. Si è stanchi e diventa infinito. Quel che posso suggerirvi, se avete la possibilità, è di farvi venire a recuperare a Bolentina 😉
Ho parcheggiato l’auto presso il Rifugio Cornisello (mt. 2120) poco prima delle 6:30. Mi sono incamminata verso i laghi di Cornisello (mt. 2112) e li ho costeggiati entrambi sulla sinistra orografica (sentiero nr. 239A – 239).
Partenza all’alba dai Laghi di Cornisello
Al bivio col sentiero 216 per il Rifugio Segantini, ho tenuto la destra proseguendo sul 239.
Il sentiero è abbastanza ripido (più si sale, più si vede bene il Lago Nero) e nel giro di un paio d’orette si arriva al meraviglioso Lago Vedretta (mt. 2612) coi suoi colori da lasciare senza parole. Inutile che stia qui a dire quante foto sono riuscita a fare…
Il sentiero verso il Lago Vedretta e il Lago Nero
Il meraviglioso Lago Vedretta
Si costeggia il lago sulla sponda meridionale e si inizia a salire non più su sentiero, ma seguendo tracce ed ometti, in direzione nord-ovest. Arrivati alle pendici della Cima Scarpacò, al Passo delle Marmotte (mt. 2878), si tiene la destra (guardando la cima) e si comincia a scendere lungo un pendio roccioso. Sulla cartina non è segnato alcun sentiero, si tratta di un percorso libero. Ho intravisto qualche ometto subito, ma poi più niente. Non è un percorso pericoloso, però si cammina pur sempre su roccia e l’attenzione deve essere sempre alta. Sono riuscita ad arrivare al laghetto di Bon verso le 10:45.
Aneddoto: mi è rimasta impressa una cosa che ho detto a Bruno quel giorno scendendo da lì ed ogni volta che ci penso mi metto a ridere. Gli ho detto: ‘Dai Bruno che quando troviamo un sasso per sederci facciamo merenda’…ahahahah
Il sentiero che scende al Laghetto di Bon dal Passo delle Marmotte, dove ho detto a Bruno che quando trovavamo un sasso facevamo merenda…
Anche qui mi sono fermata un bel pò, perchè il laghetto a settembre era circondato di eriofori (fiore che adoro ed ho deciso di tatuarmi sul braccio…) e mi sono sbizzarrita…
Bacio tra gli eriofori al Laghetto di Bon
Ho ripreso il mio cammino verso il Lago di Scarpacò (mt. 2472) intorno alle 13:15 e sono arrivata 10 minuti più tardi. L’ultimo pezzetto in discesa che costeggia il ruscello necessita di qualche attenzione in più, ma comunque fattibilissimo.
La parte finale della traccia verso il Lago di Scarpacò
Siccome, originariamente, la mia meta era Cima Scarpacò (ho rinunciato per motivi di tempo: avevo in mente di fare l’anello e se fossi salita sulla cima ne avrei impiegato troppo), ho deciso di rimanere a nord del lago e salire verso il Passo di Scarpacò (mt. 2617). In questo caso, ci sarebbe un sentiero ufficiale, il 216, che passa alla sinistra orografica del lago di Scarpacò, ma all’andata mi sono mezza arrampicata sui sassi (tenendomi il lago prima sulla destra e poi dietro) perchè ricongiungermi col sentiero sarebbe stata un’inutile perdita di tempo.
La vista dal passo è molto bella. Da un lato il lago di Scarpacò, dall’altro la mia adorata Val di Bon…
Ho ripreso il mio cammino alle 12:15 e, stavolta sul sentiero 216, sono scesa nuovamente al lago di Scarpacò (attenzione un pò su questo sentiero per via dei sassi…) e poi ai Laghi di Cornisello, dove sono arrivata verso le 13:45.
Il ritorno al Rifugio Cornisello l’ho fatto però proseguendo dritto col 216 e poi col 238 (per poter fare foto da un’altra prospettiva.
Distanza totale percorsa: 11,57
Dislivello positivo: 975 mt
Tempo movimento: 05:04:03
Commenti: paesaggisticamente bellissimo giro! Non particolarmente impegnativo, nè dal punto di vista tecnico, nè a livello fisico. Solo una cosa: se amate la pace, come me, evitate la domenica o partite molto presto.
Localizzazione: Gruppo Ortles Cevedale, tra la Val di Rabbi e la Val di Peio
Premessa: questa è una di quelle escursioni in cui ho esagerato. E’ fisicamente molto molto pesante, sia per la lunghezza, sia per i vari sali e scendi. La rifarei domani perchè è splendida, ma non posso dire che sia per tutti.
Seconda premessa: sono partita dalla Val di Peio e questo ha allungato di molto il percorso. Partendo dalla Val di Rabbi sicuramente risulterebbe meno pesante, ma, purtroppo, io d’estate evito la salita verso il Rifugio Dorigoni per la troppa gente. Mi rovinerebbe la giornata.
Quindi, ho parcheggiato l’auto nel parcheggio nei pressi della Centrale elettrica di Malga Mare alle 6:15 ed ho iniziato ad incamminarmi per il sentiero nr. 123 che porta al lago del Careser, dove sono arrivata circa un’ora e mezza più tardi. Ho proseguito sul 123 e, al bivio col sentiero per il lago Nero, poco dopo, ho imboccato il nr. 104A, costeggiando il lago del Careser alla sua destra orografica.
Arrivo al Lago del Careser
I magnifici colori del Lago
Superato il lago ho proseguito dritto su un percorso sassoso. Ho lasciato, ad un certo punto, al bivio, il sentiero 104 che conduce alla Bocchetta di Lago Lungo e alle Pozze e mi sono diretta su un pendio che mi ha portato alle pendici del Ghiacciaio del Careser (dopo circa 3 h e 15 minuti dalla partenza).
Il sentiero dopo il Lago
Il Ghiacciaio dalla parte della Val di Peio
Trovo, personalmente, che trovarsi su un ghiacciaio sia sempre una bella emozione, ma devo ammettere che ormai di questo povero Careser è rimasto gran poco purtroppo. Persone della Val di Rabbi mi avevano detto che anni fa era tutta un’altra cosa. Io stessa mi sono accorta di una sua riduzione già rispetto al 2019…che peccato! In ogni caso attraversarlo richiede abbastanza attenzione.
Una volta arrivata dalla parte della Val di Rabbi, alla Bocca di Saènt Sud (mt. 3121), la mia idea era ritentare di salire su una cima che l’anno precedente non ero riuscita a raggiungere causa mal tempo: la Rossa di Saènt (mt. 3347). Guardando quindi il ghiacciaio, mi sono diretta verso destra, passando prima dalla Cima Mezzena (mt. 3172).
Cima Mezzena e sullo sfondo i laghi e Cima Sternai
La cresta da Cima Mezzena a Cima Campisol
Cima Mezzena
Bocca di Saènt Sud
Fino a qui tutto tranquillo. Non esiste, ovviamente, un vero sentiero, ma ci sono i soliti omini sparsi qua e là. Allora, diciamo che bene o male è fattibile, c’è un solo pezzetto con un piccolo salto che a me coi cani ha un pò creato ansia, anche perchè ho dovuto prenderli e portarli dall’altro lato io, in tutto ciò col vuoto sotto…
Verso la Cima Rossa di Saènt
Però ragazzi…ne è valsa la pena eccome! La vista da questa Cima è strepitosa: Val Martello, Val di Rabbi, Val di Peio, il Monte Cevedale, la Cima Sternai…per me è stata una gran bella soddisfazione!
Cima Rossa di Saènt
Il ghiacciaio dalla Cima Rossa
Il Gruppo Ortles – Cevedale con Punta Martello in primo piano. Dietro Cima Venezia e Gran Zebrù
Mi sarebbe piaciuto scendere dall’altro lato, dalla parte di Punta Martello, perchè avevo letto che era un percorso alternativo, ma in quel momento non me la sono sentita. Sono ritornata, quindi, sui miei passi fino alla Bocca, ma non ero ancora completamente soddisfatta. Così, invece di attraversare di nuovo il ghiacciaio, ho proseguito lungo la cresta, passando da Cima Careser ( mt. 3185) fino ad arrivare a Cima Campisol (mt. 3158) verso le 13.
Il Lago del Careser da Cima Campisol
Cima Careser
Alle 14:20 ho fatto ritorno alla Bocca di Saènt Sud e poi ho iniziato la mia discesa, fermandomi a fare delle foto in una specie di laghetto proprio sotto al ghiacciaio dalla parte della Val di Peio.
Chi l’ha detto che non ci sono le spiagge a 3000 mt.???
Sono arrivata alla macchina alle 17:30.
Distanza totale percorsa: 23,70 km
Dislivello positivo: 1769 mt
Tempo movimento: 08:25:56
Commenti: è un giro spettacolare, con dei panorami da mozzare il fiato. Non richiede capacità tecniche/alpinistiche, nè attrezzatura (eventualmente, solo i ramponcini sul ghiacciaio, in certi tratti, per sentirsi più sicuri), però ti distrugge. Scendendo, soprattutto nel pezzo dal Lago del Careser alla Malga Mare, a tratti non ce la facevo più. Ero esausta e pareva non finire mai…
Escursione effettuata: 26 luglio e 04-05 agosto 2020
Localizzazione: Val di Bon, proseguimento della Valpiana (Ossana), Adamello – Presanella
Premetto subito: sono particolarmente ‘affezionata’ a questa escursione. Ho lasciato un pezzetto del mio cuore al Bivacco Jack Canali ed ora vi spiego perchè.
Il giorno 26 luglio decido di effettuare un’escursione partendo dalla Valpiana (sopra Ossana, Val di Sole), proseguendo per la Val di Bon ed il Lago Venezia. Avevo deciso di andare lì per una frase che avevo letto: ‘L’escursionista non chieda alla Val di Bon quello che la Val di Bon, fortunatamente, non può offrire. Nessuna strada e nessun impianto di risalita, ma nemmeno accessi agevoli e sentieri comodi. Incontrare anima viva lungo il percorso non è affatto scontato…’ era il MIO POSTO IDEALE!!!
Ho lasciato la macchina poco dopo il Capitello di Sant’Antonio in Valpiana (mt. 1200) e mi sono incamminata sulla strada che per un tratto coincide col sentiero nr. 216. Poi, ad un certo punto si deve tenere la sinistra, dove diventa ufficialmente sentiero, e ci si addentra nel bosco fino a quando non si arriva alla Piana di Bon (in poco più di un’ora), dove si trova il bivio per l’ex Baito Caldura. Dalla Piana in 20 minuti su un ripido pendio si raggiunge lo Stalon di Bon (comodo ed accogliente bivacco, mt.1850). Poco dopo aver percorso un breve tratto in salita si raggiunge la Val di Bon ed il sentiero si fa più pianeggiante. Camminando tra bassi cespugli di ontano, ginepro e rododendro, si raggiunge il Lago Venezia (mt. 2046). A seconda del periodo e delle piogge, ci si può trovare davanti effettivamente ad un lago, o, talvolta, ad una conca verde!
I ragazzi al Lago Venezia; il lago il 26 luglio; il sentiero in mezzo ai cespugli; il lago il 5 agosto (più pieno dopo le precipitazioni).
L’idea originaria era, una volta arrivata al lago, di proseguire sul sentiero nr. 216 ed andare verso il Passo Scarpacò. Per fortuna (dico ora), guardando verso il passo, ho notato sulla ripida parete una striscia di neve/ghiaccio che mi ha dissuaso dal procedere in quella direzione. Essendo presto, ho deciso di proseguire dritto verso il Bivacco Jack Canali sul sentiero nr. 216A. Diciamo che non si tratta esattamente di un sentiero…sono massi su cui bisogna spesso saltare prestando molta attenzione. I segni colorati su questi massi talvolta sono poco chiari, ma comunque non ci si può perdere perchè si deve andare sempre dritti. Alla fine di questo erto pendio di massi, si deve tenere la destra (c’è un cartello…lo dico con un pò di meraviglia, perchè lassù sembra proprio di essere ai confini della realtà…).
La segnaletica una volta arrivati in cimaIl sentiero sui massi
Sempre saltellando sui massi, alla fine, in lontananza si scorge il bivacco (dopo 3h – 3h e 1/2 di cammino). Ed io, giuro, me ne sono innamorata a prima vista!
Il bivacco (mt. 2480), del tipo a semibotte in lamiera color rosso, è dominato a SO dalla parete NE di Cima Scarpacò e si trova in uno splendido anfiteatro roccioso. E’ dedicato alla memoria della guida alpina Jack Canali, ucciso da una valanga vicino a Sestriere. Da lì in poi non ci sono più sentieri. Le traversate al Rifugio Denza e al Rifugio Segantini si svolgono su terreno libero e richiedono sicuramente una certa esperienza alpinistica.
Ho fatto qualche foto coi ragazzi e poi con calma (visto il percorso) sono tornata sui miei passi.
Nei giorni successivi ho pensato molto a quel bivacco e, alla fine, ho deciso di trascorrervi la notte del 4 agosto per poter vedere l’alba il giorno del mio compleanno (5). E’ stata una delle esperienze più belle della mia vita.
Il 4 era un martedì. Mi sono svegliata la mattina che stava nevicando poco sopra i 2000 mt. Ho pensato di dover abbandonare l’idea. Ho quindi preparato 2 zaini: uno per una semplice giornata di trekking, un altro con tutto il necessario per fermarmi la notte. Ho parcheggiato la macchina in Valpiana e, per ingannare il tempo (era mattina), mi sono diretta verso il Lago di Barco. Quanta acqua che veniva giù! Alle 13 ho fatto ritorno alla macchina e lì dovevo prendere una decisione. Poco prima avevo chiesto ad un gestore di una malga se secondo lui la neve era arrivata fino al bivacco. Lui mi aveva risposto che a suo parere era poco più su. Stava ancora piovendo, ma le previsioni per il giorno dopo davano sole pieno.
La Valpiana con le cime innevate nella notte
E niente. Ho cambiato zaino e coi ragazzi, sotto la pioggia, ci siamo avviati lungo il sentiero per il bivacco. Siamo arrivati su verso le 16 fradici…
Ho sistemato le cose in qualche modo e poi mi sono insultata per ore per aver portato via solo un paio di calze…si moriva dal freddo! Mi sono messa sotto 10 coperte immobile, con il Nano e Bruno che dormivano sotto di me. Eppure, nonostante questa situazione di disagio, guardavo fuori dalla finestra del bivacco e mi sentivo al settimo cielo.
Ad un certo punto si avvicinava l’ora di cena e mi sono decisa ad uscire (con una coperta sulle spalle ed i piedi dentro a dei sacchetti di plastica perchè avevo gli scarponi bagnatissimi e solo un paio di calze…). Mi è spuntato un sorriso enorme: il cielo si stava aprendo e c’era un tramonto spettacolare!
Sono rientrata contentissima, ho dato da mangiare ai ragazzi e ho divorato la mia simmenthal con i fagiolini (ovviamente cena sconsigliata da qualsiasi nutrizionista in questi casi…). Poi, non avendo tanto da fare, sono andata a dormire (alle 20…però lì ci sta tutta!), sperando di non dover andare al bagno di notte. Apro una parentesi: in nessun momento ho avuto paura, nè quella notte, nè in generale durante le mie escursioni. C’è da dire però che sono una donna sola con due cani e che mi trovavo in un bivacco a quasi 2500 mt circondato dal nulla (forse proprio per quello che non avevo paura!). L’idea di uscire in piena notte al buio, lo ammetto, un pò di timore me lo incuteva…
Sotto il peso di quelle 10 coperte, dopo un bel pò, alla fine sono riuscita ad addormentarmi. Che dire… a mezzanotte ho aperto gli occhi perchè dovevo andare al bagno!!! Ho iniziato a pensare che se non ci fossi andata non sarei più riuscita a dormire e, alla fine, mi sono fatta coraggio e, coi ragazzi a fianco, ho lentamente aperto la porta. E giuro avevo di fronte lo spettacolo più bello della mia vita! Il cielo più stellato che abbia mai visto. La luna splendente che illuminava a giorno le pareti di quelle meravigliose montagne che mi circondavano. Un silenzio irreale. Trattenevo il respiro, rapita da così tanta bellezza. Non sarei più rientrata. Penso ricorderò quel momento per sempre.
Sono tornata dentro al bivacco ed ero la persona più tranquilla al mondo. Ho dormito. Dire bene magari è un pò eccessivo (il peso di tutte quelle coperte mi impediva di muovermi), però ho dormito fino a quando è suonata la sveglia poco prima dell’alba. Mi sono preparata una tazza di caffè solubile, una pagnotta con una candelina sopra e mi sono augurata buon compleanno, spegnendo la candelina. Sono poi uscita ad ammirare quella meravigliosa alba che porterò per sempre nel cuore.
Lentamente ho poi raccolto le nostre cose, infilato gli scarponi ancora fradici, e mi sono avviata verso la parete di massi, girandomi ripetutamente a guardare il bivacco col sorriso stampato sulle labbra, giurando che sarei sicuramente tornata. E così sarà.
La mattina del mio compleanno mentre stavo per scendere
Distanza totale percorsa: 15,67 km
Dislivello positivo: 1310 mt
Tempo movimento: 06:39:12
Commenti: quello che penso di quest’escursione credo si sia chiaramente capito. Devo essere sincera: è veramente una valle fuori dal mondo ed il pezzo che va al bivacco non è tra i più semplici. Io ho vissuto una magnifica esperienza e, probabilmente, questo mi fa vedere il resto in una prospettiva diversa.
Informazione tecnica: c’è acqua vicino al bivacco (fondamentale).
Localizzazione: Passo del Tonale, Monte Redival, Gruppo Ortles Cevedale
Ho parcheggiato sulla strada che porta al passo Tonale (bisogna arrivare prestino perchè i posti sono abbastanza limitati), pochi km dopo Vermiglio, a mt. 1587 ed imboccato la comoda strada forestale che conduce alla Malga Strino. Dalla malga finisce la strada e comincia il sentiero nr. 137 che in poco tempo conduce al Bait di Porzolain, dove c’è il bivio: a sinistra il sentiero nr. 137A che conduce alla Città Morta e a destra prosegue il 137. Devo dire che questo pezzo di sentiero (quello sotto ai laghetti per intenderci) l’ho trovato molto noioso. Per renderlo meno impegnativo probabilmente, si sale con larghissimi zig zag che a mio parere non finivano mai…
Una volta finito questo slalom, si incrocia sulla sinistra il sentiero nr. 161. Si prosegue sempre sul 137. In breve tempo si raggiunge una spianata, dove si abbandona il sentiero principale e ci si incammina sulla destra (verso il Monte Redival) ed in pochi minuti si arriva al lago di Strino Inferiore (mt. 2592). Poco più su, sempre direzione Redival, si trova quello Superiore (mt. 2601). Devo ammettere che sono proprio belli…hanno dei colori meravigliosi. Mi sono fermata tantissimo a fotografare quello superiore!
Lago di Strino Inferiore
Lago di Strino Superiore
A questo punto si può scegliere tra 2 opzioni: la prima è proseguire col 137 e, una volta arrivati alla Bocchetta di Strino, dirigersi verso la vetta attraverso la cresta nord ovest, oppure proseguire sopra i laghetti e arrivare dalla cresta sud. Io ho optato per questa alternativa, perchè avevo letto che la cresta nord occidentale presenta alcuni passaggi di 1° grado e, avendo i ragazzi con me, devo sempre far in modo di evitare queste situazioni.
Salendo da quella parte ci si trova su una ripida parete di ghiaia, nella quale sono si presenti degli ometti, che però, appunto a causa di questa ghiaia, spesso si confondono. Infatti, ho perso quasi subito la traccia (scendendo si notano di più) e sono andata un pò ad intuito. Devo dire che è stata la mia fortuna, perchè mi è capitata una cosa che probabilmente non mi ricapiterà più: si è affiancato a noi un branco di stambecchi e abbiamo camminato in quel modo per un pò. Ad un certo punto ci siamo ritrovati sullo strabiombo col capobranco davanti a noi. Sono riuscita a fargli un video, che è stato poi fonte di molti commenti sui social. A tante persone è piaciuto, pochi, per fortuna, mi hanno dato dell’incosciente, dicendomi che avrebbe potuto farci del male. Sinceramente non mi ritengo un’incosciente. So riconoscere le situazioni di pericolo e, ancora oggi, affermo che non mi sono sentita in pericolo. Quell’animale non ha avuto un atteggiamento aggressivo nei nostri confronti. Ho guardato, in seguito all’episodio, vari video e lo vedi chiaramente un animale quando non ha belle intenzioni nei tuoi confronti. In ogni caso, non ho voluto sfidare oltre la sorte, e me ne sono andata, dirigendomi a nord verso la cresta.
L’incontro ravvicinato
Gli ultimi metri prima della croce bisogna prestare un pò di attenzione, ma per il resto non ci sono difficoltà.
Salendo in vetta
Una volta in vetta (mt. 2973), capisci perfettamente come mai gli è stato dato quel nome: Re di Valle. Il panorama è spettacolare! Dalla Punta di Albiolo e Punta di Ercavallo, al Monte Palù e Cima Forzellina, Cima Boai, la catena San Matteo – Vioz ed il Gruppo Adamello – Presanella.
Io e i ragazzi in vetta
Dopo le foto di rito, sono scesa per lo stesso percorso della salita.
Distanza totale percorsa: 15,98 km
Dislivello positivo: 1386 mt
Tempo movimento: 05:22:07
Commenti: merita molto sia per i laghetti, sia per la vista spettacolare che si gode dalla cima. Volendo ci si può fermare ai laghi senza proseguire. Io ho impiegato 2 ore e un quarto per arrivarci e circa 45 minuti dai laghi alla vetta. Unico neo: quel pezzo a zig zag di cui parlavo prima che ho trovato lungo e noioso…
Localizzazione: Catena delle Maddalene, tra la Val di Rabbi, la Val di Sole e la Val di Bresimo.
Domenica 4 aprile, domenica di Pasqua. La giornata promette benissimo. Causa zona rossa (Covid time), la scelta su come passarla è abbastanza limitata. Mi ritengo comunque molto fortunata ad avere delle così belle cime vicine. Anzi, a dire la verità, sono pure contenta di questa limitazione, perchè in questo periodo sto rivalutando tantissimo luoghi visti tempo fa e poi messi nel dimenticatoio. Come ho scritto su Instagram: spesso si va lontano in cerca di posti nuovi, dimenticando l’incanto che si ha sopra casa.
Parto con calma alle 7:25, anche perchè è da poco cambiata l’ora e fino alle 7 c’è ancora buio. Sono comunque sicura che non troverò nessuno. Infatti, a parte per il fatto che è Pasqua, c’è anche da dire che le Maddalene, nonostante si prestino molto all’escursionismo (per le loro caratteristiche geomorfologiche), non sono così frequentate a causa della vicinanza di gruppi montuosi molto più di moda.
Imbocco il sentiero nr. 117 (abbastanza ripido) poco sopra Ingenga (parto da un altitudine di 1250 mt circa) e mi avvio prima verso i Masi di Zora, poi verso i Masi Bretoni, dove c’è il bivio: a sinistra si va alla Malga Mondent, a destra alla Malga Cortinga. Da questo punto c’è ancora un bel pò neve (ma quanta ne è venuta quest’anno???), ma non servono nè ciaspole, nè ramponcini. E’ bella compatta, perchè la notte le temperature sono ancora abbastanza rigide. Si tratta di una strada forestale, che parte abbastanza dolce, ma poi la pendenza aumenta notevolmente.
Arrivo in un’ora e trenta alla Malga Cortinga di sotto (non so quali siano le tempistiche indicate, però considerate che l’ho fatta almeno 8/10 volte sulla neve in questo periodo di zona rossa). Tempo di farmi la classica foto nello specchio che c’è in cima la scala (ne avrò 500 tutte uguali…) e, poi, riparto per la Cortinga di sopra. 15 minuti dopo sono lì, ma non mi fermo e mi dirigo verso il Pass de l’Om (mt. 2331). E’ una bella salita, poi fatta con la neve…diciamo che devi avere un pò di allenamento.
Specchio della Malga Cortinga di sotto Io ed i ragazzi al Pass de l’Om. A sinistra la Cima Lac
Arrivo verso le 10. Guardo un attimo lo spettacolo intorno a me e poi prendo la cresta verso sinistra che mi porta a Cima Lainert (mt. 2462), delle 3, la Cima più alta. Da quella parte, nonostante la neve, la cresta è molto facile. Inutile che vi dica che il panorama è spettacolare: da una parte la Val di Bresimo, dall’altra la bellissima Cima Lac e, dall’altra parte, ancora Cima Mandrie ed il resto della Catena delle Maddalene.
I nostri auguri di Pasqua da Cima LainertIo e Bruno romantici sulla LainertLe Maddalene e a sinistra Cima Mandrie dalla Lainert
Mi fermo un pò, a fare foto e video di auguri di buona Pasqua da pubblicare su Instagram…coi ragazzi, poco collaborativi, non è esattamente una cosa veloce. Poi si sta così bene, che a dir il vero sono tentata di terminare il mio giro e rimanere lì su al sole tranquilla. Invece, un fresco venticello mi convince a rimettermi lo zaino in spalle e tornare giù al Pass de l’Om.
Finchè scendo guardo la cresta verso Cima Lac ed inizio a fare varie considerazioni. E’ coperta di neve e non mi convince poi tanto. Decido di provare e, se mi trovassi in difficoltà, tornare indietro e tentare scendendo di quota (la settimana prima ero salita alla Lac tenendo tutta la destra dalla Cortinga di sopra, quello che sulla Tabacco è segnato come percorso scialpinistico).
Non è sicuramente facile come d’estate, ma vado avanti abbastanza tranquillamente. Ovvio, che quello che mi preoccupa di più sono i ragazzi vicini alla cresta, mi tremano le gambe, perchè dall’altra parte c’è il vuoto. Comunque, alla fine, trovo difficoltà solo in un punto largo un paio di metri pieno di neve ghiacciata e molto ripido. Decido di evitarlo, scendendo un bel pò dove si restringe notevolmente e con un salto riesco ad oltrepassarlo.
Passato questo pezzo, poi arrivo alla Lac (mt. 2439) facilmente. Anche qui il panorama mozza il fiato: la Val di Non, la Cima Vesa, le Dolomiti di Brenta, la Val di Sole e di fronte il Gruppo Vegaia-Tremenesca. Sono già le 12:45 e preferisco andare avanti e, se caso, fermarmi sulla Vesa.
I ragazzi su Cima Lac, da sinistra Cima Vesa, Dolomiti di Brenta e Val di Sole
5 minuti dopo sono sulla Vesa (mt. 2400). La vista è spettacolare, complice la bellissima giornata di sole.
Io sulla Vesa che ho trovato il lavoro della mia vita…La vista spettacolare sulla Val di Sole e sulle Dolomiti di Brenta da Cima Vesa
Non c’è caldissimo. Il venticello iniziato sulla Lainert non ci ha più abbandonati. Ed è per questo che, alle 13:15, decido di scendere. A dir il vero sono anche un pò preoccupata, perchè la settimana precedente, venendo giù da lì, c’era la neve molto alta che a quell’ora era diventata tanto morbida e non è stato semplice venirne fuori. Invece, questa domenica ci si scivolava sopra ed io e i ragazzi siamo venuti giù praticamente correndo. Quanto ho riso!
Scendendo di corsa dalla Lac
Arrivata alla Cortinga di sopra ho messo per terra il raincoat e ci siamo fatti un mezzo pisolino. Mi sono comunque tenuta la giacca invernale perchè il fondo era freddo, ma al sole si stava bene.
Ci siamo poi incamminati con calma e siamo arrivati al punto di partenza alle 16:30.
Distanza totale percorsa: 15,05 km
Dislivello positivo: 1258 mt
Tempo movimento: 05:09:36
Commenti: Pasqua meravigliosa! Devo dire che io ho molta molta simpatia per le Maddalene. Sono montagne relativamente facili (per quanto, secondo me, in montagna non esista nulla di facile, ma bisogna sempre prestare molta attenzione), ma che ti regalano panorami magnifici. Questa era la prima volta che le facevo con la neve e, ammetto, che fatte con la neve sono ancora più belle! Volendo si può salire dalla località Banchje nel paese di Terzolaz in Val di Sole. Si procede verso il Malghet Aut e poi verso i Pozzoni (bellissima vista sulla Val di Sole ed il Cimon di Bolentina). Da qui, tenendosi sulla sinistra dalla parte della Val di Rabbi, si arriva alla Vesa. Da questa parte il sentiero è molto ripido ed il dislivello è di 1566 mt.
P.s. causa neve, d’inverno la strada di Ingenga da un certo punto non è più praticabile con l’auto, ma d’estate, invece, si può parcheggiare (arrivando presto perchè i posti sono pochi) dopo i Masi di Zora, evitando così un bel pezzo di strada a piedi.
Ieri mattina mi trovavo a leggere l’ultimo numero della rivista Montagne360 del Club Alpino Italiano. Mi è piaciuto molto un articolo intitolato ‘Se la Montagna parlasse’, dove l’autore immagina un’intervista alla Montagna.
Cito: “…Poi sulle mie terre c’è stato un progressivo spopolamento dell’uomo. Da quel momento ho sentito sempre ripetere la stessa parola: Covid… ….Dal quel momento in poi ho visto più animali e meno uomini. Non accadeva da tantissimo tempo. Pensavo che forse, nel nostro rapporto, qualcosa stava cambiando davvero. Poi è arrivata l’estate e ho dovuto ricredermi. All’improvviso c’erano più umani di prima. Tutti insieme, tutti nello stesso momento. Umani che si sono riversati nelle mie vallate e sui miei rilievi in modo assai irrispettoso. Hanno lasciato vistose tracce del loro passaggio e della loro permanenza. Ma tu lo sai quanto tempo ci mette una bottiglia di plastica a decomporsi?…”.
Gran bella domanda…immaginavo tanto, ma non sapevo con precisione. Ci mette 400/450 anni…un’infinità! E sapete quante ne ho viste quest’estate sulle nostre amate montagne? Centinaia. Insieme a sacchetti della spesa, forchette, mascherine, mozziconi di sigarette.
Io non sono una fissata con differenziata, ambiente, ecc., però, senza che diventi un’ossessione, ci sto attenta. E se prima di buttare una cartina per terra in città ci penso migliaia di volte, non vi dico in Montagna. Nutro un profondo rispetto per ‘Lei’, anche perchè sono convinta che se tu rispetti Lei, Lei rispetterà te.
Quindi, inutile che vi dica, l’amarezza e l’avvilimento che ho provato durante l’estate 2020. A causa di questo maledetto Covid, flotte di persone che mai ci erano state in vita hanno invaso le nostre amate montagne. E, a causa della loro ignoranza, ne hanno fatte di ogni…
Ok, io non amo la ressa, soprattutto in Montagna. Scelgo sempre escursioni in luoghi poco battuti, proprio per evitare di incontrare persone. Questo è il mio modo di vivere la Montagna. Sono consapevole, però, che in certi periodi dell’anno, giustamente, essa venga goduta anche da tanti altri amanti ed appassionati. Ma sta proprio in questo la differenza: che gli amanti ed appassionati la rispettano. Ovvio che in agosto si trovi un pò di sporcizia in giro, è fisiologico. Su tanta gente, qualcuno che spicca in senso negativo c’è sempre. Il guaio però dell’estate scorsa è che una percentuale altissima ha spiccato in senso negativo. Questo perchè, pur di ‘andare’, si sono trovati in una realtà nuova per loro, ma soprattutto che non amavano. E le conseguenze sono state: immondizia ovunque, funghi e fiori strappati e gettati, sentieri devastati, urla a non finire, nemmeno un cenno di saluto. Una maleducazione pazzesca.
Per tutto il tempo dell’alta stagione, sono partita per le mie escursioni prima che sorgesse il sole e tornata quando già si stava facendo buio. Ho evitato, per quanto possibile, percorsi in cui erano presenti rifugi, e sono scappata sulle alte montagne, dove incontrare qualcuno era assai difficile, ma quando succedeva ero sicura fossero persone innamorate di quell’ambiente come me. Persone che, e questo è il bello della Montagna, non avevi mai incontrato, ma che sembrava conoscessi da sempre, perchè accumunate dalla stessa passione. Persone con cui scambiarsi sorrisi e battute quasi sottovoce, per non disturbare quella meravigliosa atmosfera di pace e serenità che solo la Montagna sa regalarti.
Ecco perchè il mio augurio, prima di tutto per la Montagna e, poi, per tutti noi amanti, è che il 2021 riporti ognuno ‘al suo posto’. Spero l’estate prossima di poterla rivedere pulita, silenziosa, incantata e che torni al suo massimo splendore, grazie soprattutto a persone che la rispettano veramente.