Entro in camera e la prima cosa che faccio è spalancare la finestra. Lo faccio ogni mattina, anche d’inverno. Soprattutto d’inverno. Resto ferma lì per qualche secondo, chiudo gli occhi e inspiro, in attesa che arrivi.
È in quel momento che succede. Quell’aria.
La senti solo quassù, solo in montagna. Ogni mattina mi chiedo come potrei raccontarla a qualcuno, perché non è semplicemente aria fredda. Se provo ad associarle un’immagine, non ce n’è mai una sola: vedo il bosco, la neve, la legna che scoppietta nel camino. Non si distinguono, si tengono insieme.
È quest’aria, così com’è, che mi fa stare bene. Mi calma e allo stesso tempo mi dà energia. Cerco parole, ma non bastano, non rendono.
A volte vorrei poterla chiudere in un vaso, sottovuoto. Per i giorni in città, quando dalla finestra entra solo rumore, fretta e nient’altro. Allora mi basterebbe aprire quel vaso, inspirare e ricordarmi com’è.
«Mamma, ho freddo».
Mi giro quasi di soprassalto alla voce di Cloe. Non so da quanto tempo sono lì, davanti alla finestra spalancata. Non ero assorta né persa nei miei pensieri: ero sospesa. Stavo solo respirando aria buona, senza fare altro, senza accorgermi del tempo che passava, senza accorgermi che la stanza era ormai gelata.
Un altro anno sta volgendo al termine. Mi piacerebbe dire che è stato un anno di soddisfazioni e di gioie, ma purtroppo non è così.
Per quanto non mi piaccia, l’ultimo giorno dell’anno è sempre il momento di tirare le somme. E le somme, quest’anno, proprio non tornano.
Ho vissuto i primi mesi del 2025 facendo finta di non sapere cosa mi aspettasse. O meglio: ero consapevole di ciò che mi aspettava, ma speravo in un miracolo. Che poi, che tipo di miracolo? Che costruissero un asilo internazionale a Salter? Dopo tre anni devono ancora finire il nido comunale.
Poi è arrivata l’estate. Un’estate trascorsa con una specie di spada di Damocle sulla testa. Avrei voluto viverla con spensieratezza, ma c’era sempre una corda invisibile che, appena provavo ad allontanarmi, mi tirava con forza alla realtà.
È arrivato settembre. Il più brutto settembre che io ricordi.
Da lì ho smesso di essere me stessa. Sono diventata una tassista, un tuttofare. Non più una mamma, non una lavoratrice. Mi sono annullata.
E mentre mia figlia si rianimava, io mi spegnevo sempre di più. Insieme ai miei adorati cani.
Ho visto Nano peggiorare giorno dopo giorno. Ho visto me stessa urlargli: “Dai Nano, muoviti!”, presa da una frenesia ingiustificata.
Dove dovevo andare così di fretta? A prendere Cloe all’asilo? A rispondere a una mail di un cliente che non era nemmeno mio? A risolvere l’ennesima rogna burocratica?
Il 26 settembre è arrivato. Era un venerdì. Quella mattina Nano, per la prima volta, non ha mangiato.
Lo sapevo. Lo sapevo.
Ho portato Cloe a scuola e, quando sono tornata, ho visto che non stava bene. Tossiva. Ho chiamato il veterinario: “Portamelo oggi pomeriggio, gli faccio i raggi.”
L’ho richiamato poco dopo. “Per cosa lo porto lì?” “Cosa puoi fargli?”
La risposta è stata: “Niente.”
Allora ho detto: “Lo porto in montagna. Sta meglio lì che in uno studio veterinario.”
Mi sono sentita un’egoista. Mi sono detta che lo facevo solo perché non volevo perdere un weekend in montagna. Forse era così. O forse volevo solo che Nano fosse nel posto in cui l’avevo visto più sereno in assoluto.
Siamo partiti per il Trentino.
Arrivati a casa, Nano si è messo in una camera da letto e guardava fuori dalla finestra. Ho una foto di quel momento. Non perché volessi conservarne il ricordo, ma perché l’ho mandata a mia madre scrivendole: “Nano non sta bene.”
Dopo un paio d’ore non riusciva a stare tranquillo. L’ho visto allontanarsi dal salotto, da Cloe e da Bruno. È andato in una stanza a cui si accede dal balcone.
L’ho seguito.
Era nella cuccia in cui era stato tutta l’estate. Tremava, seduto. Mi sono seduta accanto a lui e l’unica cosa che sono riuscita a dire è stata: “Non lasciarmi.”
Parole che avevo già detto nel 2018 a Tobia, ma con molta più disperazione. Questa volta sapevo. E sapevo che non potevo fare nulla.
Quando qualcuno muore naturalmente, il dolore resta immenso, ma è un dolore consapevole. Rassegnato.
Nemmeno in quel momento sono riuscita a stargli accanto come avrei dovuto. È subentrata la parte razionale di me: di là c’erano una bambina e un cane che non dovevano sapere cosa stava succedendo.
Siamo tornati a Verona. E io sono rientrata nel vortice.
Corri di qua, corri di là. Finché un giorno mi sono fermata. E sono esplosa.
Non avevo nemmeno avuto il tempo di piangere la perdita del mio compagno di vita. Sedici anni.
Mi sono sentita la persona peggiore del mondo. E ho pianto. Ho pianto tanto.
Mi sono accusata di tutto: se non fossi tornata a Verona, se non gli avessi detto “Dai Nano, muoviti”, se lo avessi guardato di più.
E il mio odio per quella città è cresciuto a dismisura.
Perché sono ancora lì? Per mia figlia. Per mia figlia che adora la sua nuova scuola. Per mia figlia che vede sua nonna tutti i giorni. Per mia figlia che deve avere tutte le possibilità che ho avuto io, e che solo una città può dare.
Scrivo questo articolo tre mesi dopo la morte di Nano. L’ho iniziato centinaia di volte, senza mai riuscire ad andare avanti.
Mi manca all’inverosimile. Mi manca l’estate del 2024, quando eravamo quassù tutti e quattro, senza pensieri. Vorrei riportare tutti qui. Vorrei Nano. Vorrei Bruno sereno come allora. Vorrei me stessa com’ero un anno fa.
Stamattina io, Cloe e Bruno siamo stati sulla neve. Al ritorno ci siamo fermati al bar del paese. Eravamo sedute fuori, al sole, insieme a persone che vivono qui. Non amici, non veri conoscenti, ma persone con cui puoi scambiare due parole in allegria.
A un certo punto Cloe mi fa: “Ma perché Santiago non si siede qui vicino a me?” (Santiago è un bambino un po’ più grande di Cloe).
La ragazza del bar ha sentito, è andata a chiamarlo, e lui si è seduto accanto a Cloe. Lei, ovviamente, imbarazzatissima.
Mentre osservavo la scena ho pensato: se tu crescessi qui, sarebbe tutto diverso.
Laghi di Valbona e Monte Cengledino salendo alla Bocchetta di Laghisol
Stamattina Cloe voleva la neve. Ma la neve non c’era.
Al Passo delle Palade abbiamo trovato solo una striscia di neve ghiacciata, in leggera pendenza. Niente di eccezionale, una situazione normale d’inverno. Cloe voleva salirci. L’ho guardata un attimo, poi abbiamo provato. Sopra, le ho spiegato come si scende quando il fondo è duro: mettersi un po’ di traverso, piantare bene i piedi, incidere piccoli gradini con la parte laterale dello scarpone, senza fretta.
Ero concentrata su di lei. Sul suo equilibrio, sul modo in cui appoggiava il peso. In quel gesto semplice, imparato negli anni, mi è tornato addosso un ricordo che non c’entrava niente. O forse c’entrava con tutto.
Ero lì. Alla Bocchetta di Laghisol, a 2410 metri.
Un punto di passaggio, non un arrivo. Un posto in cui devi scegliere dove andare, non uno in cui ti fermi a guardare il panorama. Con la neve, poi, le scelte diventano subito definitive.
Intorno era tutto bianco. Il sentiero attrezzato non si vedeva più, le bandierine erano coperte, le tracce sparivano dopo pochi passi. Le indicazioni dicevano una cosa, il terreno sotto i piedi un’altra. E io, invece di fermarmi davvero, ho deciso di proseguire.
Mi sono infilata sulla parete nord. Lo sapevo che lì il sole non batte. Lo sapevo che la neve sarebbe stata dura, ghiacciata, instabile. Lo sapevo che non era il versante giusto in quelle condizioni. Eppure ho pensato che ce l’avrei fatta lo stesso.
Dopo poco ho iniziato a sprofondare nella neve, a tratti fino al ginocchio, a tratti trovando solo una crosta dura che non teneva. Non c’era una linea chiara da seguire. Solo un traverso continuo, esposto, che non lasciava margine.
Con me c’erano i miei cani. E lì ho capito di aver fatto un errore grave. Perché io potevo forse cavarmela, ma loro no. Non avevo modo di controllarli davvero. Se uno scivolava, non c’era nulla che potessi fare.
A un certo punto ho perso di vista Bruno. È durato poco, ma è bastato. In quel momento ho pensato, senza drammatizzare, senza panico: non so se riesco a venire giù da qui.
Non era una sensazione. Era una constatazione.
Non mi ero trovata lì per caso. Non era cambiato il tempo all’improvviso. Avevo tutte le informazioni per sapere che quella scelta non andava fatta. Eppure ero lì, senza appigli, affidata solo al fatto che, fino a quel momento, mi era sempre andata bene.
Quando ne sono uscita, non ho voluto guardare troppo a fondo. Ho chiuso tutto con una frase secca: colpa mia, sono un’incosciente. Una frase che serviva più a chiudere che a capire.
Sono tornata al presente mentre Cloe scendeva piano, concentrata. Non c’era nulla di paragonabile a quella situazione. Eppure il peso di quel ricordo era tutto lì.
Allora rischiavo la mia vita. Era una scelta sbagliata, certo. Ma se fosse andata male, il conto sarebbe stato solo mio.
Oggi no.
Oggi, se sbaglio, non pago solo io.
C’è una bambina. E questo cambia tutto.
Ed è forse per questo che, quando penso a chi vive queste passioni a livelli ancora più estremi – l’alpinismo, le grandi spedizioni, il bisogno di spingersi sempre oltre – non riesco a liquidare tutto con un giudizio semplice. Penso a chi parte sapendo che potrebbe non tornare. A chi ha qualcuno a casa. A chi, nonostante tutto, sale lo stesso.
È egoismo? Forse sì, in parte.
Ma forse è anche il tentativo di non tradire qualcosa che, se abbandonata del tutto, cambia profondamente chi sei.
Perché rinunciare alle proprie passioni non è una scelta neutra. Non si resta identici quando si toglie ciò che ci faceva sentire vivi. Si diventa persone diverse.
Io sono felice. Sono felice di Cloe, della mia vita, di quello che ho. Ma so anche che, se mi allontano del tutto da quel modo di stare in montagna che per me è sempre stato essenziale, non sono più la stessa.
Sono passati ventiquattro giorni da quando abbiamo lasciato il campo base. Ventiquattro giorni sono bastati a Kathmandu per spegnere la scintilla che avevo negli occhi.
Non so quando riusciremo a tornarci, e forse non ci riusciremo mai. Il gruzzolo che avevo messo da parte è finito, e così ho dovuto trovare in fretta una forma di sostentamento: un lavoro improvvisato, niente di vicino ai miei sogni, ma abbastanza per garantire il necessario. Abbiamo trovato un alloggio di fortuna, niente di speciale, ma sufficiente per avere un tetto sopra la testa.
Cloe, con la sua naturalezza, sembra essersi adattata a questa città rumorosa e caotica. Io, invece, mi muovo ogni giorno su una vecchia bici, pedalando tra le strade ingolfate. Clacson che esplodono da ogni lato, la polvere che rimane sospesa nell’aria e si attacca alla pelle, il fumo dei tubi di scappamento che brucia nei polmoni. In questo vortice di rumori e odori mi sento come un corpo estraneo, un frammento fuori posto.
Ogni mattina, dopo aver lasciato Cloe, pedalo verso il lavoro con gli occhi che si riempiono di lacrime. La vita che sto conducendo non mi appartiene. Al contrario, Cloe sembra trovarsi bene qui, e io mi chiedo come sia possibile. Io pedalo tra i bus sferraglianti e la folla che si muove come un fiume incessante, e mi accorgo che i sorrisi che rivolgo alla gente sono sorrisi tristi — non finti, ma vuoti, nati solo per educazione o circostanza.
Ripenso all’aria sottile del campo base, al silenzio interrotto soltanto dal vento, al passo lento e regolare che portava sempre un po’ più in alto. Qui, invece, ogni respiro pesa, ogni passo è rumore. La montagna sembra un miraggio lontano, un sogno che svanisce dietro la coltre di smog.
Non era questo che immaginavo. Non so quanto durerà. Forse l’unica cosa che posso fare è continuare a pedalare, sperando che prima o poi la strada cambi direzione. Forse il vero Everest non è una vetta da raggiungere, ma non smettere di cercare un respiro di aria pulita anche dentro la nebbia.
In montagna ho imparato che ognuno deve trovare il proprio ritmo. Non puoi correre per forza se il sentiero è ripido, né fermarti troppo a lungo se vuoi arrivare in cima prima che scenda la sera. La montagna ti insegna ad ascoltare il fiato, le gambe, il tempo che cambia: a rispettare i tuoi limiti e la natura intorno.
I social, invece, funzionano al contrario. L’algoritmo ti spinge a correre sempre: pubblica oggi, pubblica domani, non rallentare, non fermarti. Se perdi un passo, scivoli in fondo alla fila. È una gara invisibile che logora, perché non conta più quello che vuoi raccontare, ma quanto riesci a starci dietro.
Per anni ho condiviso la montagna con leggerezza. Una foto scattata al volo, un pensiero breve scritto al ritorno da un sentiero, il piacere di raccontare quello che vivevo. Poi, senza quasi accorgermene, ho iniziato a sentire il peso del “devo”: devo pubblicare oggi, devo restare sul pezzo, devo stare attenta a non sparire. È stato lì che ho capito che la mia passione stava rischiando di trasformarsi in una gabbia.
La montagna, invece, non ti chiede nulla. Ti aspetta. Puoi salire quando sei pronta, puoi fermarti quando vuoi. Le stagioni cambiano, i sentieri si coprono di neve o di foglie, e ogni volta ti accolgono con lo stesso silenzio. È questo contrasto che mi ha fatto reagire: se la natura non pretende la corsa, perché dovrei pretenderla io da me stessa per un algoritmo?
Così ho deciso di rallentare. Di pubblicare quando ha senso, quando sento che una foto o un pensiero hanno davvero qualcosa da dire. Non perché l’orologio invisibile dei social mi detta il passo. Perché in montagna, come nella vita, non vince chi arriva primo: vince chi sa godersi il cammino.
E a volte, la vera libertà è proprio questa: scegliere di lasciare che alcuni momenti restino soltanto tuoi. 🌿
Ogni spedizione ha il suo momento più duro. Non è sempre la salita, non è sempre il gelo. A volte è il giorno in cui devi smontare la tenda, stringere gli spallacci dello zaino e accettare che il campo che ti aveva accolto non sarà più tuo.
È quello che provo adesso: lasciare un campo base che sembrava casa. Tra quelle tende avevo trovato un respiro nuovo, un equilibrio fragile ma vivo. Avevo iniziato a credere che forse, da lì, avrei potuto tentare la salita.
Invece no. Le condizioni sono cambiate, come capita in montagna. La temperatura si è alzata troppo in fretta, il ghiacciaio è diventato instabile e la via che speravo di percorrere non è più sicura. Non resta che tornare indietro, verso la confusione di Kathmandu.
Ripiegare ogni cosa è un dolore che pesa più dello zaino. I giorni trascorsi qui non erano solo attesa: erano diventati parte di me. Mi sembra di scendere a valle con il fiato corto e gli occhi pieni di lacrime. Vorrei restare aggrappata a queste pareti di ghiaccio, rimandare la partenza ancora di un giorno, di un’ora. Ma non si può.
C’è una bambina che mi tiene per mano, e a lei devo insegnare che anche le discese fanno parte della montagna. Che tornare indietro non significa fallire, ma avere la forza di ascoltare ciò che la montagna ti dice.
Così raccolgo i ricordi come bandierine di preghiera mosse dal vento: il silenzio dei ghiacci, i passi lenti nell’attesa, gli sguardi che hanno trovato intesa anche senza parole. Li porterò nello zaino invisibile che non lascio mai, pesante e prezioso.
Il viaggio continua. Forse la cima è ancora lontana, forse cambierà strada, forse cambierà forma. Ma oggi so che, nonostante la discesa, nonostante la fatica, questa montagna resterà per sempre la mia bussola.
Bruno sul sentiero, davanti alle montagne che ogni giorno ci ricordano cosa significa respirare davvero. 🌿🐾
✨ Anni fa qualcuno mi disse una frase che non ho mai dimenticato: “In montagna non dureresti niente. Sei troppo abituata alla città.”
Eppure non avrei potuto ricevere previsione più sbagliata. Trasferirmi qui, tra queste valli, è stato naturale, facile, come se ci fossi sempre appartenuta. Non ho esitato un attimo, nonostante le difficoltà, nonostante tutto.
Perché nascere in un luogo non è una scelta. E non significa che quel posto ti appartenga.
Per tanti anni ho vissuto a Verona, ed era lì che tutti mi identificavano: “la città, i locali, le abitudini”. Eppure io non mi sono mai sentita davvero radicata in quelle strade.
Oggi vivo in Val di Non, e qui è diverso. Non sono legata a una casa, ma al tipo di vita che respiro ogni giorno: al gesto semplice di aprire la finestra e vedere le Dolomiti di Brenta illuminate dal sole del mattino, all’aria fresca che porta l’odore dei prati bagnati, al passo dei miei cani accanto a me sui sentieri. Al silenzio che non è mai vuoto, perché è fatto di vento, di campane lontane, del riso di mia figlia che corre tra l’erba.
È a questo che appartengo. Non a un indirizzo preciso, non a una stanza o a un muro. Ma a un modo di vivere.
E così ho imparato che non serve avere radici immobili. A volte le radici sono mobili, e stanno nelle persone che ami, nei respiri condivisi, nei passi che ti portano avanti.
Io qui l’ho capito: non sono le mura a legarmi, ma la vita che respiro da una finestra aperta sulle montagne. 🏔️💚
💭 E voi? Vi siete mai accorti che il luogo in cui siete nati non vi apparteneva? Avete mai trovato un posto che vi facesse respirare davvero?
Quella nella foto sono io oggi. Bè, non esattamente oggi. Era il 15 febbraio, giorno in cui si festeggiano i single.
Quella mattina mentre mi stavo lavando i denti e vedevo la mia immagine riflessa nello specchio, ho iniziato a pensare.
No, non è un errore grammaticale il ‘vedevo’, è proprio il verbo giusto, perché ultimamente mi vedo, ma non mi guardo. Non mi piace quello che sono adesso: il mio viso è perennemente stanco, i miei capelli non so più che fine abbiano fatto. Al loro posto c’è un cespuglio che non ho mai avuto prima e che, nonostante mille inutili tentativi, non accenna minimamente a diventare una cosa simile ad una pettinatura.
Comunque, dicevo che ho iniziato a pensare. Credo sia nato tutto dal ricordo di un’escursione fatta qualche anno fa e, dopo vari giri, sono arrivata al mio blog. Da quanto che non ci scrivevo…
Mi è venuto in mente il titolo: La montagna di Charlye. Senza neppure accorgermene, sul mio viso si è dipinta una smorfia e mi sono detta: ma quale montagna e montagna…le ultime due escursioni che sono riuscita a fare risalgono allo scorso agosto…cosa vuoi che scriva??? Mi è venuta un pò di tristezza e mi sono chiesta se fosse il caso di cambiargli titolo, se non addirittura proprio chiuderlo.
Poi, sono rimasta con lo spazzolino a mezz’asta e una domanda mi è sorta spontanea:
‘Ma, scusa, tu come chiami quello che stai facendo adesso? Sei una madre single di una bambina di 20 mesi con due cani. Hai deciso, dopo 12 anni, che la vita che stavi facendo non era quella che volevi davvero e, perciò, hai caricato tutti in macchina, abbandonando la cara vecchia comfort zone in cui ti eri rifugiata, per trasferirti in un paese di montagna dove non conoscevi anima viva. Stai lottando, giorno dopo giorno, per rifarti una vita lavorativa (e per una ex assistente di volo divenuta poi camiciaia è tutto tranne che facile, vista pure l’età) e, nel mentre, hai ricominciato a studiare per avere nuove possibilità. Un momento si e l’altro pure ti chiedi se la scelta che hai fatto sia sbagliata e, per la maggior parte del tempo, pensi di mollare e tornare indietro. Ma poi cacci giù le lacrime che ti salgono agli occhi e ti dici: magari aspetto ancora una settimana, ci provo l’ultima volta. E quell’ultima volta diventa il tuo mantra…te lo ripeti ogni giorno, perché non vuoi cedere, non vuoi arrenderti. Arrendersi sarebbe per te una sconfitta.
E, allora, cosa stai facendo da più di un anno e mezzo? Non è una montagna quella che stai cercando di scalare? Non è il tuo 8000, il tuo Everest?’.
Cima Lac da Cima Lainert, Catena delle Maddalene, 28 marzo 2021
Escursione iniziata: 24 giugno 2022
Localizzazione: chissà…
Sono le 9 del mattino del 24 giugno 2022. Sono seduta al gate in attesa inizino l’imbarco del volo diretto a Kathmandu. Sono molto nervosa. Mai avrei pensato di partecipare ad una spedizione sull’Everest a 45 anni. Ho avuto 9 mesi e mezzo per allenarmi e preparare l’attrezzatura, ma penso non basterebbero neppure 20 anni per prepararmi psicologicamente.
Mi guardo attorno per vedere se arriva la persona che diventerà la mia compagna di viaggio. È in ritardo e questo mi innervosisce. Penso ‘Iniziamo bene…’. Non la conosco personalmente, quel poco che so di lei è che si chiama Cloe e non ha assolutamente esperienza. Questo mi preoccupa molto, perché significa che sarò io a dover guidare la spedizione, a dover prendere le decisioni. Tra le altre parliamo anche due lingue differenti, quindi la comunicazione sarà sicuramente un problema in più.
Alla fine la vedo arrivare (immagino sia lei, ho solo visto foto sfocate). Mi avvicino e mi presento. Ha un sorriso simpatico, la prima impressione che ho di lei è buona. Le faccio cenno di dirigerci verso il gate, lei mi segue in silenzio. E quel silenzio ci accompagnerà per molto tempo…
Dopo 15 ore di volo atterriamo a Kathmandu. Dobbiamo affrettarci perché i tempi per il volo successivo per Lukla sono veramente ristretti.
Lukla è la porta di accesso principale all’Everest ed è il punto di partenza del trekking per molti escursionisti. Il volo dura circa 35-40 minuti ed è un’esperienza veramente emozionante, perché offre viste panoramiche mozzafiato delle montagne.
Siamo entrambe molto stanche, nessuna delle due ha dormito nelle ultime 24 ore, confuse per il cambiamento e perse nei nostri pensieri.
Una volta arrivate, sistemiamo l’attrezzatura in camera, mangiamo una cosa veloce e crolliamo entrambe in un sonno profondo. Il giorno dopo inizierà il trekking vero e proprio e noi dobbiamo essere pronte.
Il mattino successivo ci svegliamo molto presto, prepariamo lo zaino e iniziamo il nostro cammino verso Namche Bazaar, una vivace cittadina situata a un’altitudine di circa 3.440 metri. Il percorso segue il fiume Dudh Koshi attraverso incantevoli villaggi, ponti sospesi e boschi di rododendri. La camminata richiede circa 6-7 ore e offre panorami spettacolari.
Con noi ci sono altre persone, alcune conosciute, altre mai viste. Ci guardano con curiosità e fanno mille domande su di me e su Cloe, la mia silenziosa compagna. Io, sinceramente, non ho molto da dire. Mi limito a laconiche risposte, ancora frastornata per il jet lag.
Arriviamo a Namche Bazaar, dove abbiamo in programma di trascorrere un giorno intero, per permettere al corpo di adattarsi all’altitudine. È, infatti, un punto chiave per l’acclimatamento.
Durante il giorno di riposo, esploriamo la città, visitiamo il Museo del Parco Nazionale di Sagarmatha e ci godiamo le viste mozzafiato sull’Everest e le montagne circostanti.
Dopo il giorno di riposo a Namche Bazaar, continuiamo il trekking verso Dingboche, situata a un’altitudine di circa 4.410 metri. Il percorso attraversa terreni più aperti, con panorami spettacolari sulle montagne dell’Himalaya. Il tempo di cammino giornaliero è di circa altre 6-7 ore.
Anche a Dingboche facciamo un giorno di acclimatamento per permettere al corpo di abituarsi.
Tra me e Cloe la conversazione è veramente povera. Non ci capiamo. La mia preoccupazione è in continuo aumento. Mi chiedo se non sia stata una pazzia. Mi chiedo come possa io trovarmi in una situazione del genere. Come mi sia venuto in mente di lasciare la vita tranquilla (forse anche troppo tranquilla) che facevo per imbacarmi in una spedizione così fuori dalla mia portata. Mi chiedo se tra di noi le cose miglioreranno, se riusciremo a diventare veramente una squadra, se arriveremo a fidarci reciprocamente al punto da riuscire a mettere la nostra vita nelle mani dell’altra.
L’indomani il trekking prosegue da Dingboche a Lobuche, a un’altitudine di circa 4.910 metri, e successivamente a Gorak Shep, a un’altitudine di circa 5.164 metri. Questa è l’ultima tappa prima di raggiungere l’Everest Base Camp. Il percorso diventa più impegnativo man mano che ci si avvicina, ma l’entusiasmo fa sì che la fatica passi in secondo piano. Ed è così, che dopo un altro giorno di cammino, arriviamo finalmente al Base Camp a 5.364 metri.
Sia io che Cloe siamo euforiche. Sappiamo che il cammino che abbiamo fatto fino ad ora è niente rispetto a quello che ci aspetta per raggiungere la cima, ma per noi essere al campo base è già un grande traguardo.
Il programma prevede due settimane di acclimatamento, poi la salita all’ABC, advanced base camp (campo 1) a quota 6.065 metri.
In questi giorni il rapporto con la mia compagna di spedizione migliora notevolmente. Abbiamo sempre molte difficoltà di comunicazione, ma almeno adesso in qualche modo ci capiamo. Nonostante la sua indole indipendente, lei fa molto affidamento su di me. Spero di non deludere le sue aspettative. Sto studiando tutti i percorsi possibili, valutando i pro e i contro di ognuno, cercando la via di ascesa più sicura. E’ la prima volta anche per me, mi chiedo se sia stata la scelta giusta partecipare a questa spedizione con Cloe.
L’acclimatamento, comunque, prosegue molto bene. Nessuna delle due accusa sintomi di mal di montagna, anzi, devo dire che siamo piene di energie.
Teoricamente la partenza per il campo 1 è prevista per mercoledì prima dell’alba. Dobbiamo attraversare il ghiacciaio del Khumbu e non possiamo arrivare a giorno inoltrato, perché la luce solare aumenta notevolmente il pericolo. Dico teoricamente perché la temperatura si è alzata in modo anomalo. E, infatti, il giorno stabilito non possiamo neppure provare a salire. Tutto rimandato.
Sono molto amareggiata. Pensavo potessimo iniziare l’ascesa e, invece, siamo costrette a stare ancora al campo base, non sapendo se e quando riusciremo a salire.
Nel frattempo, abbiamo fatto amicizia con alcuni degli altri partecipanti la spedizione e i giorni per fortuna passano velocemente. Siamo, però, consapevoli che si tratta di una situazione temporanea e che presto dovremo prendere una decisione. Non possiamo rimanere al campo base per sempre. Se non avremo modo di iniziare l’ascesa, saremo costrette a fare ritorno in Italia.
Questo pensiero continua a martellarmi nella testa. Finalmente avevo trovato il coraggio di provarci. Mi ero illusa di potercela fare, nonostante l’età e l’esperienza limitata. Sono arrivata fino al campo base e l’idea di dover rinunciare per me è insopportabile.
I giorni passano ed io mi trovo in un limbo. Mi sento sospesa in una situazione che non ho la minima idea quando si sbloccherà. Vedo Cloe serena e questo rasserena anche me, perché significa che non la sto caricando col peso dei miei pensieri, ma sentirmi così impotente e in balia degli eventi è frustrante.
Chissà se le temperature scenderanno in breve tempo…
Scendo dalla macchina. Apro il bagagliaio a Bruno e la portiera posteriore al Nano. Recupero lo zaino (preparato con cura la sera precedente) dal sedile del passeggero, prendo il cellulare, avvio l’app col gps, lo metto in tasca e spero che a breve non ci sia più segnale. È domenica, poco prima delle 6. La sveglia è stata alle 4 e 30, come tutte le altre domeniche.
Scendo dalla macchina. Apro il bagagliaio a Bruno e la portiera posteriore al Nano. Recupero lo zaino (preparato con cura la sera precedente) dal sedile del passeggero. Apro poi la portiera a Cloe, prendo il biberon, provo a darglielo, litigo con le cinture del seggiolino, cerco di disincastrare lo zaino portabambino bloccato tra il sedile ed il cruscotto, mi sforzo per ricordare dove ho appoggiato il cellulare, sperando che ci sia segnale (che non si sa mai), urlo ai ragazzi di tornare (chissà dove sono finiti), metto Cloe nello zaino, mi siedo per terra per caricarmelo sulle spalle e, con uno sforzo disumano, mi rimetto in piedi (rotolando sulle ginocchia e aggrappandomi alla portiera per tirarmi su). È sabato/lunedì (perchè c’è meno gente), poco prima delle 11 (wow, stamattina siamo stati più veloci del solito…). La sveglia è stata alle 5, come tutti gli altri giorni…
Il primo pezzo è l’inizio dell’articolo per il quale ho deciso di fare questo blog ‘Chiedimi perchè vado in montagna’ del 2020.
Il secondo pezzo è l’inizio di ogni giornata in montagna da quando c’è Cloe.
Fare mountain hiking con bambini di qualche mese è tutto tranne che facile. Troppe variabili, che non ti permettono di programmare nulla. Puoi solo pensare a dove ti piacerebbe andare, preparare lo zaino e…incrociare le dita.
Per una persona demofobica (🤣) come me, partire alle 11 della domenica è escluso a priori. Quindi, cerco di fare in modo di andare il lunedì, che, soprattutto fuori stagione, ti permette di non incrociare anima viva per ore.
Cloe, in realtà, non si sveglia tardi. Alle 7-7:30 è già operativa, ma da che si sveglia a che usciamo ne passa. Continuo a guardarla, chiedendomi: ‘Ha dormito abbastanza? Ha mangiato abbastanza? È dell’umore giusto? Ha fatto la cacca (cosa importantissima!!!).’
Nel momento in cui mi pare che tutto fili liscio, carico al volo tutti in macchina e parto. Durante il tragitto continuo a guardarla per vedere se è tranquilla. Una volta raggiunto il punto di partenza, ci vogliono su per giù altri 15/20 minuti prima di metterci in marcia.
Nel momento in cui mi incammino, metto già in preventivo che può accadere di tornare indietro dopo poco. Questo, ovviamente, non mi rende felice, ma non posso obbligarla a fare cose che non si sente. Rimane una bambina di poco più di 10 mesi e la maggior parte dei suoi coetanei sarebbe a casa a fare un pisolino adesso.
Inizio a camminare. Dopo poco lei piagnucola. Effettivamente è di nuovo ora di dormire. Per distrarla un pò, canto le nostre canzoni preferite. È veramente dura: sto camminando in salita, con uno zaino che credo pesi 15/16 kg sulle spalle, e canto. Praticamente non ho più fiato per respirare.
Ma, poco dopo, lei crolla. A quel punto sento tutto il corpo che si rilassa. La continuo a guardare col cellulare, ma sono più tranquilla. Ritorno a sentirmi come mi sentivo ogni volta che andavo in montagna. Assaporo il silenzio, la pace, guardo i ragazzi davanti a me che mi fanno strada. Spero che non si svegli finchè non siamo arrivati in cima. Sebbene scelga percorsi fattibili con Cloe, ci sono punti in cui devo essere concentrata, soprattutto perchè non sono sola, ma ho lei sulle spalle. Una volta arrivati, mi incanto a guardare ciò che mi circonda, ma, al contrario di tempo fa, che mi perdevo chissà dove con la mente, ora rimango vigile e attenta.
Cloe, nel frattempo, si è svegliata. A questo punto, nonostante le mie gambe scalpitino, so che devo fermarmi. La tolgo dallo zaino e la metto a terra. Mangia qualcosa, poi si perde a giocare con un pezzo di erba.
La guardo e penso: chissà se amerà mai la montagna come me. Spero di non comportarmi in modo tale da fargliela andare in odio. Mi chiedo se quello che faccio sia sbagliato. Se la mia passione non mi porti a mettere lei in situazioni inappropriate. Se dovrei fare come tante altre mamme e portarla a giocare al parco giochi. Poi, però, sono sincera con me stessa: io non sono come tante mamme…io odio il parco giochi. Stavo per litigare con le altre madri l’unica volta che ci sono andata…
Io sono così. Io posso insegnarle quello che sono e che so. Io posso dirle cos’è un erioforo, posso raccontarle come si dorme in un bivacco, ma non ho idea di come siano i turni sull’altalena in città…
Mi dicono: la stai crescendo bene. E chi lo sa??? Io non scelgo di crescerla così. La cresco nel modo in cui vivo io. E, magari, quando sarà grande, me lo rinfaccerà, perchè avrebbe preferito passare i sabati e le domeniche in altro modo.
Torno con la mente al presente. Continuo a guardarla e lei sorride a fianco ai ‘suoi’ cani. Penso che forse stia bene e mi sento meglio anch’io.
Pian pianino sistemo le nostre cose per il rientro. Vorrei toccare altre cime come ai vecchi tempi, ma sono contenta così. Essere a più di 2000 mt con Cloe e i ragazzi mi riempie il cuore di gioia.
La rimetto nello zaino, col cappellino alla pescatora che le sta benissimo e che ogni tanto le scende sugli occhi. Le do un bacio e le sussurro: I love you, let’s go.
Siamo tutti e 4 felici. I ragazzi scendono davanti a noi, io canto ‘Who let the dogs out’ e lei sgambetta dietro di me.
È andato tutto bene. Lei è serena, io felice. Ho condiviso con mia figlia la mia più grande passione e sono riuscita a fare stare bene anche lei. Penso di non poter desiderare di meglio.
Alla fine, dove sta scritto che debba andare per forza al parcogiochi?
Purtroppo ho letteralmente abbandonato il blog e me ne dispiace tanto, ma diciamo che è stato un anno e mezzo molto particolare per me e, nonostante il tempo lo avessi (anche più del solito), mi mancava la concentrazione.
Dopo una favolosa stagione estiva, dove io e i ragazzi abbiamo girato tutti i monti possibili immaginabili, ad ottobre ho avuto una meravigliosa notizia, che però mi ha un pò rivoluzionato la vita. Ho scoperto, infatti, di essere incinta.
Per i primi mesi sono stata molto tranquilla, ma, dal 5° in poi, ho ricominciato con le mie camminate (rimanendo sotto i 2000 mt e sempre in zone non sperdute).
Malga Terzolasa, Val di Rabbi, 8° mese
Devo essere sincera che in quel periodo avevo l’assoluta convinzione che nulla sarebbe cambiato nella mia vita. Facevo programmi per il futuro, ma, come si dice, mai fare i conti senza l’oste…
Infatti, dal 24 giugno 2022, giorno in cui è nata la mia meravigliosa Cloe, tutto è cambiato! Direi proprio una rivoluzione…
I ragazzi con le prime scarpe da trekking di Cloe
Però la montagna non l’ho mai lasciata.
Ad 8 giorni di vita, Cloe già scorazzava per i monti nel passeggino da trekking e, a neanche 3 mesi, non appena è riuscita a stare nel marsupio, ha toccato la sua prima cima (Monte Peller, Dolomiti di Brenta)!
Tutti insieme sul Monte Peller
Chiaro che adesso sono sempre in ansia, ma la gioia di vivere la montagna insieme a lei prevale su tutto.
Ora Cloe ha 9 mesi e mezzo. Inizia a pesare un bel pò. Da un mese siamo passate allo zaino dietro. Ovviamente la mia schiena ringrazia, però è come portare qualcuno dietro in motorino: ci metti nulla a sbilanciarti. Per questo non potrò mai andare su sentieri con strapiombi o comunque impegnativi, perchè è un attimo perdere l’equilibrio.
In ogni caso anche il fisico non mi permette sicuramente di affrontare certe escursioni. 15 kg (10 lei + zaino) in più da trasportare sono tanti (e figuriamoci quando crescerà!).
Comunque, qualcosa riusciamo a fare, come lunedì scorso che siamo salite sulla sua 2° cima, il Monte Roen, Costiera della Mendola, che proprio per questo sarà l’oggetto del prossimo articolo.
Monte Roen, seconda cima per Cloe
In tutto questo non ho detto una cosa importantissima: come sta Cloe.
Si diverte. Lei proprio si diverte. Guarda il paesaggio (è molto curiosa…come ogni donna del resto…) ed i suoi cani (si, adesso sono suoi 🙂 ) che corrono davanti a lei. Quando la tiro fuori dallo zaino è sempre sorridente. A dir il vero, Cloe ha questa bellissima cosa, che sorride spessissimo.
Non le imporrò mai la mia passione, ma cercherò in tutti i modi di farle amare la montagna, perchè, e di questo sono convinta, l’amore per la montagna ti dà tantissimo. Le emozioni che ti fa provare sono meravigliose ed indescrivibili.
E, allora, a questo punto non mi resta che dire: che abbia inizio questa splendida avventura!
E, chissà, che magari, tra qualche anno, il blog non si chiami: La montagna di Charlye e Cloe 😉