La donna nelle fotografie

Oggi ho fatto una foto con Cloe e Bruno in mezzo ai prati.
Una di quelle immagini che, fino a qualche anno fa, avrei guardato pensando alla luce, ai colori, al posto. Invece ormai guardo solo me.
Il collo.
Le braccia.
Il viso scavato.
Le rughe che prima non c’erano.
Da mesi non riesco più a riconoscermi nelle fotografie. O forse, peggio ancora, mi riconosco fin troppo.
Così ho fatto una cosa assurda: ho chiesto ad un’intelligenza artificiale cosa vedesse in quella foto. Non perché sperassi in un complimento. Forse cercavo semplicemente uno sguardo neutro. Uno sguardo che non avesse dentro tutti i miei confronti, le mie paure, la memoria di quella che ero qualche anno fa.
Le ho scritto: “Mi vedo vecchissima.”
E la risposta è stata: “Non vedo una donna vecchia. Vedo una donna dal viso segnato, stanca forse. Ma viva. Presente. Felice.”
Mi ha colpita soprattutto una parola: presente.
Perché forse il problema delle fotografie non è solo invecchiare.
È accorgersi che la vita ti lascia addosso i segni mentre tu eri occupata a sopravvivere.
A un certo punto mi è venuto persino da pensare che forse dovrei cambiare la foto profilo di Facebook. È lì da anni. È stata fatta appena quattro mesi prima di rimanere incinta.
Ogni tanto la guardo e penso che quella non fosse semplicemente una versione più giovane di me. Era proprio un’altra Carlotta.
Non perché fosse più bella. O forse sì, anche.
Ma perché non sapeva ancora niente.
Non sapeva cosa volesse dire diventare madre da sola.
Non sapeva cosa significasse avere addosso il peso continuo della responsabilità.
Non sapeva cosa vuol dire svegliarsi ogni mattina sapendo che c’è una persona che dipende totalmente da te. Sempre.
Forse il viso cambia anche per questo.
Perché a un certo punto smetti di decidere solo per te stessa.
Ogni scelta passa attraverso qualcun altro.
Dove vivere.
Che lavoro accettare.
Cosa rischiare e cosa no.
E senza quasi accorgertene inizi a sacrificare pezzi di te.
Ambizioni.
Desideri.
Libertà.
A volte perfino la serenità.
Non perché qualcuno te lo imponga.
Ma perché l’amore ti porta lì.
E allora capita di guardarsi in una fotografia e pensare: “Quando è successo?”
Quando sono diventata questa donna stanca?
Quando ho smesso di riconoscermi?


Poi però, nella stessa foto, c’è Cloe che ride in mezzo ai fiori. C’è Bruno sdraiato accanto a noi. E in qualche modo ci siamo ancora tutti e tre.
Un po’ storti.
Un po’ stanchi.
Un po’ persi.
Ma presenti.
E forse un giorno mia figlia non guarderà il mio collo, le rughe o le braccia che oggi vedo solo io.
Forse guarderà quella foto e penserà semplicemente:
“Mamma era lì con me.”

Auguri a tutte le mamme che stanno facendo del loro meglio, anche nei giorni in cui non si riconoscono più. Alle mamme che si sentono forti.
A quelle che si sentono perse.
A quelle che portano avanti tutto in silenzio.
A quelle che continuano ad esserci, comunque.

Festa della Mamma, 2026

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