Cima Loverdina, Malga Flavona, Passo della Gaiarda

Escursione effettuata: 29 novembre 2020

Localizzazione: Dolomiti di Brenta nord orientali, Val di Non.

Ho parcheggiato l’auto nel piccolo parcheggio che si trova poco prima della Malga d’Arza (mt. 1507) e alle 7:20 mi sono incamminata.

Ho preso il sentiero nr. 330 e in un’ora ho raggiunto la Malga Termoncello (mt. 1852). Proprio di fronte la Malga si vede chiaramente la Cima Loverdina.

Il sentiero è segnato (è il numero 339) e abbastanza ripido. Comunque, con passo molto tranquillo, in 40 minuti sono arrivata alla Cima (mt. 2237). Il panorama sulla Val di Non e sul Lago di Tovel è meraviglioso. Poi devo ammettere che ho avuto la fortuna di trovare una giornata spettacolare.

Dopo aver fatto qualche foto, mi sono presa 5 minuti per decidere il da farsi. L’idea originaria era quella di fare un anello con la Malga Flavona. Purtroppo, in questo periodo, a causa della neve, non è sempre possibile effettuare l’escursione studiata. E’ per questo che bisogna sempre aver pronte alternative. Ho escluso, però, subito il sentiero 339, cioè quello che porta al lago di Tovel. Per quanto fosse fine novembre, era sempre domenica e il lago è iper affollato. Ho pensato, quindi, di proseguire col sentiero nr. 330 fino ad incontrare il 369. Il sentiero è molto piacevole, però sempre sempre all’ombra ed iniziavo un pò a congelarmi. Si arriva dopo 20 minuti in Val Strangola, dove c’è appunto il bivio col 339 che scende al Lago di Tovel e, dopo altri 40 minuti, in val Scura dove parte il 369. Sinceramente non me la sono sentita di prenderlo. A parte per la neve non battuta, ma era completamente all’ombra anche questo. Ho, quindi, abbandonato l’idea dell’anello e ho proseguito col 330 verso Malga Flavona…ma soprattutto verso il sole.

Sono arrivata a Malga Flavona (mt.1860), dopo una breve pausa per una merenda, alle 12.

Ormai penso sia abbastanza chiaro quanto io non sopporti la gente quando sono in montagna…ecco lì alla malga c’era il mondo. Ho fatto un paio di calcoli: tirandola un pò, fino alle 17 avrei avuto luce. Non potevo tornare indietro a mezzogiorno. Primo perchè era presto per me, secondo perchè avrei trovato un sacco di persone lungo il cammino. Ecco perchè ho deciso di incamminarmi verso il Campo Flavona, concedendomi un’ora di tempo (dalla Flavona danno 2 h e 50 min per la Malga d’Arza, tornando alle 14 alla Flavona, avrei dovuto essere alla d’Arza a 10 minuti alle 17…).

Il paesaggio è veramente veramente bello. Ho fatto un sacco di foto, anche perchè c’eravamo solo io e i ragazzi. In tutto ciò continuavo ad andare avanti, nonostante fossero ormai quasi le 13…

Alla fine, mi sono trovata sotto il Passo della Gaiarda. L’ho guardato e mi sono detta: ‘Vabbè, ormai sono qui, come posso non salire???’…

Per farla breve, sono arrivata su al Passo (mt. 2242) alle 13:35, non ho fatto neppure una foto perchè ho realizzato quanto tardi fosse e ho iniziato a scendere alla velocità della luce. Tornerò sicuramente con la bella stagione perchè la vista è veramente bella e devo fare assolutamente delle foto!

Sono tornata alla Malga Flavona alle 14:20…e non c’era più nessuno come volevo 😉

Malga Flavona al ritorno

Da lì ho ripreso il sentiero nr. 330. Devo dire che, sia per la stanchezza, sia un pò per il pensiero che si facesse buio, il ritorno mi è parso interminabile. Quando alle 15:50 ho rivisto in lontananza la Malga Termoncello mi sono rincuorata, anche perchè c’era un tramonto stupendo. Ho ripercorso il sentiero fino alla Malga d’Arza, dove ho incontrato un ragazzo che mi ha detto: ‘Ma l’hai vista la luna?’. Mi sono girata e c’era questa palla grandissima gialla fosforescente su uno sfondo rosa/rosso che mi ha lasciata senza parole. Peccato io sia pessima a fotografare la luna…

Alle 16:42, meglio di ogni previsione, sono arrivata alla macchina.

Distanza totale percorsa: 25,60 km

Dislivello positivo: 1461 mt

Tempo movimento: 8:06:00

Commenti: ammetto che non sono rimasta soddisfatta da questo giro, ma la colpa è mia. Non ho considerato la neve, la popolarità del luogo, le poche ore di luce. Il panorama è meraviglioso e desidero assolutamente tornarci. Però la prossima volta voglio essere più organizzata ed avere la possibilità ed il tempo di fare l’anello come avevo in mente di fare. Cima Loverdina a mio parere è bellissima, sia proprio per la cima in sè come è fatta, sia per la vista.

Anello Rifugio Predaia – Corno di Tres – Testa Nera – Monte Roen – Malghe di Coredo Vecchia e Nuova

Escursione effettuata: 22 novembre 2020

Localizzazione: altopiano della Predaia, tra la Val di Non e la Val d’Adige, sui Monti d’Anaunia.

Ho parcheggiato l’auto nel parcheggio vicino il Rifugio Predaia Ai Todes’ci. Alle 7:23 ho imboccato il sentiero nr. 503 in direzione della Malga Rodeza o di Tres, dove sono arrivata 30 minuti più tardi.

Ho proseguito sul 503, che è in buona parte una stradina (solo verso la fine diventa sentiero) e alle 8:30 sono arrivata al Corno di Tres (mt. 1812). La vista è una meraviglia e, con la sua rosa dei venti, si può facilmente riconoscere le cime che ci circondano.

Ho poi preso il sentiero nr. 500, il famoso sentiero Italia, che coi suoi 7000 km di lunghezza collega le Alpi agli Appenini. Segue interamente la cresta tra la Val di Non e la Val d’Adige. E’ tutto un sali e scendi, ma con un panorama stupendo. Si passa dal Passo Predaia (mt. 1639), dal capitello di Santa Barbara (mt. 1689), dalla baita Kuhleger (sempre aperta), da Coste Belle (mt. 1811), dal Grauner Joch (Passo di Coredo mt. 1796), fino ad arrivare, dopo un’ora circa, alla Bocca di Val Calana (mt. 1844).

Dalla Bocca poi il sentiero si fa più ripido ed in 15 minuti scarsi si raggiunge la Cima Testa Nera (Schwarzer Kopf, mt. 2030), detta anche Grande Cerva. Insieme al Monte Roen, è tra le cime della Costiera della Mendola che toccano i 2000 mt. Si trova al di sopra del paese di Termeno sulla Strada del Vino e la vista sulla Bassa Atesina e sul lago di Caldaro è spettacolare. La croce di vetta (altissima) si trova 50 mt. sotto la vera e propria cima, in modo da renderla visibile anche dalla Valle dell’Adige.

Dalla Testa Nera si prosegue sempre sul sentiero 500 fino ad arrivare al Monte Roen. Questo pezzo di sentiero mi ha ricordato molto il Monte Carega (per chi lo conoscesse), caratterizzato da sassi e pini mughi.

Ho raggiunto la croce di vetta del Monte Roen alle 12:10 (considerate 40 minuti tra le 2 cime). Qui mi sono fermata molto molto poco. Purtroppo è una meta gettonatissima in qualsiasi stagione. Ci sono però tornata la mattina dopo, il lunedì, salendo dalla Malga di Romeno. Ma questa è un’altra escursione!

Ho ripercorso poi a ritroso il sentiero 500 fino alla Bocca di Val Calana e, da qui, ho imboccato il sentiero nr. 501 in direzione della Malga di Coredo Vecchia (mt. 1624). Devo dire che sia per la pendenza, sia per i sassi, l’ho trovato un pò spacca ginocchia. Comunque in 20 minuti si arriva alla Malga, quindi abbastanza velocemente.

Malga di Coredo Vecchia

Dalla Malga Vecchia, attraverso una noiosa forestale all’ombra, in poco meno di un’ora ho raggiunto la Malga Nuova di Coredo (mt. 1579). Lato positivo che, dalla Bocca di Val Calana fino alla Malga Nuova, non ho trovato anima viva.

Malga di Coredo Nuova

Da qui, il sentiero nr. 501 diventa una strada secondaria, che si ricollega al 503 poco prima di arrivare al Rifugio Predaia Ai Todes’ci. Sono salita in macchina di corsa (visto le centinaia di persone e macchine) alle 15:25.

Rifugio Predaia Ai Todes’ci

Distanza totale percorsa: 25,17 km

Dislivello positivo: 1294 mt.

Tempo movimento: 07:02.20

Commenti: bello bello bello! Fatelo! Il sentiero è uno spettacolo, segnato bene, molto soleggiato ed offre un panorama da mozzare il fiato. Lo vorrei rifare un giorno infrasettimanale ad inizio estate. Devo, però, ad onor del vero, segnalare due aspetti negativi. Primo: non guardate i tempi di percorrenza segnati sui cartelli. Mi davano 3 h e 10′ per arrivare al Monte Roen e, dopo mezz’ora di cammino, mi davano…ancora 3 h e 10’…Secondo, molto ma molto più importante: non troverete acqua da nessuna parte fino alla Malga di Coredo Vecchia. Io ho finito la mia e poi avevo una mela (che un pò la sete te la toglie), ma per i ragazzi non ho pensato. Per fortuna abbiamo trovato neve ovunque e ne abbiamo approfittato tutti e 3…

Anello Monte Cengledino, Laghi di Valbona, Bocchetta Valsorda

Escursione effettuata: 15 novembre 2020

Localizzazione: ci troviamo sopra a Tione di Trento, in quella zona compresa tra la Valle di Breguzzo e la Valle di San Valentino.

Spesso e volentieri, al termine delle mie escursioni, mi ritrovo a dire, concedetemi il termine, ‘Oggi ho fatto una cazzata’, ma questa volta l’ho fatta talmente grossa, che non avevo perfino il fiato di commentare…talmente tanta era l’adrenalina, che non ho dormito la notte…

Ma andiamo con ordine.

Alle 5:45 io e i ragazzi, il Nano e Bruno, partiamo da casa in Val di Rabbi per raggiungere la località Zeller sopra a Tione di Trento. In teoria saremmo dovuti arrivare poco dopo le 7, in pratica, colpa del navigatore (io mi chiedo perchè continuo ad usarlo, quando son sicura che con la mia testolina ci arriverei meglio…),  abbiamo perso una mezz’ora buona. Abbiamo avuto, però, la fortuna che la strada di accesso alla località Zeller fosse chiusa e che avessero concesso la veicolarità della strada per la Malga Cengledino, dove ho, infatti, parcheggiato.

Malga Cengledino

Alla fine della fiera, ci siamo incamminati che erano ormai le 8. Ho preso il sentiero nr. 225, che porta ai Laghi di Valbona, ma dopo 15 minuti scarsi, l’ho lasciato per prendere il nr. 235A verso il Monte Cengledino ( Campantich, mt. 2137), dove siamo arrivati poco prima di un quarto alle 9. Se escludiamo la brutta antenna vicina alla croce, che comunque, con un pò di manovre, può essere lasciata fuori dalle foto, il panorama è spettacolare (Val Rendena, Gruppo di Brenta, Carè Alto, Gruppo delle Alpi di Ledro). La calda e soleggiata domenica di novembre, poi, ha reso il tutto ancora più bello.

Dopo le foto di rito, ho proseguito lungo il sentiero nr. 235, col quale si arriva ai Laghi di Valbona percorrendo tutta la cresta. Da qualche parte avevo letto che si doveva prestare attenzione, perchè si trattava di una ‘cresta aerea’. Allora, questo è uno dei motivi per cui ho deciso di creare questo blog. Partiamo dal presupposto che tutte le creste, in quanto creste, sono aeree. I lati possono essere più o meno ripidi e la cresta più o meno larga ed è questo che le rende più o meno pericolose. A parer mio, avendone fatte ben di peggio, questa cresta è molto tranquilla. Io me la sono proprio goduta,  senza il minimo timore, neppure per i miei cani (solitamente sono loro la mia fonte di ansia…).

Siamo arrivati ai Laghi superiori di Valbona alle 10, quindi dopo un’oretta.

A questo punto, la mia idea originaria era dirigermi verso la Bocchetta di Laghisol e, compatibilmente con la neve, proseguire poi verso la Bocchetta di Valsorda e il bivacco Cunella. Ho dato un’occhiata al percorso è mi è parso abbastanza pulito e, così, ho imboccato il sentiero nr. 225 e, verso le 11, sono arrivata alla Bocchetta di Laghisol (mt. 2410). La vista da qui mozza il fiato. Da un lato il Monte Cengledino con la lunga cresta e i laghi di Valbona, dall’altro il lago Laghisol.

Ho guardato il sentiero verso la Bocchetta di Valsorda (il cartello mi dava come tempo di percorrenza 15 min.) e si, c’era della neve, ma anche delle impronte, quindi qualcuno era già passato. Avevo letto che un pezzetto era attrezzato, ma guardando le foto in internet pareva si trattasse solo di due assi di legno attaccate alla roccia con la corda metallica. Nulla di chè apparentemente, avrebbero potuto farcela anche i ragazzi. Quindi sono partita. Allora: in realtà ce ne sono molti pezzi attrezzati, non solo quello. Ho tribolato un poco a causa della neve e aiutato i ragazzi un paio di volte e, mentre andavo avanti, speravo sinceramente di non dover tornare indietro da lì. Però, grazie alla corda metallica a cui aggrapparsi, si va via bene (se non c’è neve, penso sia molto facile).

Alle 11:40 sono arrivata alla Bocchetta di Valsorda. E lì ho avuto una brutta sorpresa: il lato di là era completamente in ombra, quasi verticale e con un sacco di neve. Devo dire che ho iniziato a preoccuparmi. Onestamente non me la sentivo di tornare indietro e, vedendo delle impronte sulla neve, mi sono fatta forza e ho proseguito. Se non ci fossero state quelle impronte, chissà dove sarei adesso…non vedevo più bandierine…                 Ci sono altri due/tre punti attrezzati anche da quel lato.

Beh, giuro non finiva più. Ero completamente in ombra, su una parete quasi verticale e non avevo la minima idea di dove mi trovassi. Alla fine, in qualche modo sono riuscita a seguire il sentiero e, ad un certo punto, ho visto in lontananza un cartello. Non mi pareva vero, sembrava un miraggio…Per arrivarci bisogna superare una pietraia. Il problema con la neve, rimane sempre quello che non vedi le bandierine. Ed, infatti, mi sono trovata a saltare ed arrampicare tra pietre e buchi. Quando alla fine sono riuscita ad andare oltre, mi sono accorta che non c’era più Bruno. Subito lo sentivo piangere e poi più niente. Mi è preso il panico ed ho iniziato ad urlare come una pazza, tornando indietro. Ho passato la mezz’ora peggiore degli ultimi tempi, ma poi per fortuna l’ho visto in lontananza bloccato su un sasso e sono andata a recuperarlo. Alla fine siamo arrivati al famoso cartello che erano le 13:30 passate. Ho abbandonato l’idea di continuare per il bivacco Cunella (da lì segnava 30 min di percorrenza) e ho preso il sentiero nr. 261 per Malga Geredol. Scendendo di altitudine, la neve diminuiva e il sentiero era, ghiacciato, ma ben visibile. Siamo arrivati alla Malga alle 14:45. Lì mi attendeva una bella sorpresa: un cartello che segnalava il sentiero nr. 263 (quello che dovevo prendere) inagibile.

Malga Geredol

Ho ignorato la cosa, perchè sicuramente non potevo tornare indietro, nè proseguire col 261 che mi avrebbe portato nella Valle di San Valentino. Fortuna ha voluto che non ci fossero intralci e, dopo 40 minuti abbiamo raggiunto Malga Rosa. Ho accelerato di molto il passo e in 25 minuti, tramite strada sterrata e sentiero, sono arrivata a malga Stablo Marcio (mt. 1720).

Ho letteralmente volato sul sentiero nr. 225A e in poco più di 20 minuti sono giunta a Malga Cengledino (mt. 1669) appena prima che iniziasse a fare buio (alle 16:35). Come tempi di percorrenza dalla Malga Stablo Marcio danno 1 ora, ma sinceramente mi sembra un pò eccessivo.

Distanza totale percorsa: 16,40 km

Dislivello positivo: 1237 mt.

Tempo movimento: 6:54:25

Commenti: che dire…la prima parte splendida: paesaggi meravigliosi, sentieri facili, sole. La seconda parte…non la commento. Colpa mia in ogni caso, che talvolta sono un’incosciente. Comunque, non vedo l’ora sia inizio estate per rifare quest’anello (bivacco Cunella incluso), perchè penso meriti veramente.

Lago Lamola, Laghi di San Giuliano, primo Lago di Germenega

Escursione effettuata: 1 novembre 2020

Localizzazione: il Lago Lamola e i Laghi di San Giuliano si trovano in Val Rendena, salendo da Caderzone Terme, mentre il Lago di Germenega si trova in Val Germenega, una laterale della Val Seniciaga.

Ho lasciato l’auto al parcheggio Pöc dali Fafc alle 7 e mi sono diretta verso la Malga Campo dove sono arrivata in 10 minuti. La Tabacco mi dava una traccia che partiva dopo la malga sulla sinistra. Purtroppo ho sbagliato e ne ho seguito un’altra, probabilmente di cacciatori, molto più a sinistra e tutto questo mi ha fatto perdere tempo. Sono dovuta tornare indietro e, aiutandomi un pò con la cartina e l’orientamento, mi sono finalmente trovata sulla traccia giusta. Infatti questa è segnalata in vari punti. Sono arrivata al Lago Lamola ( mt. 2050) dopo 2 ore.

Da qui il mio programma era scendere più a valle (intorno ai 1950 mt.) e prendere una traccia sulla sinistra (segnata sempre dalla Tabacco) che mi avrebbe collegata alla malga San Giuliano. Mentre me ne andavo dal Lago Lamola, ho incontrato due ragazzi del luogo che mi hanno detto che non conoscevano quel percorso e che anche loro erano diretti ai Laghi di San Giuliano. Avrebbero seguito però una traccia poco nota che iniziava sulla destra del lago (guardando verso la Malga Lamola). Ho deciso di seguirli. Diciamo che questo percorso fatto con determinate condizioni è molto valido, perchè sali fino ad una bocchetta che rimane, in linea d’aria, proprio sopra al Rifugio San Giuliano. Il problema è che, quando l’abbiamo fatta noi, c’era neve e la traccia l’abbiamo persa…e abbiamo dovuto un pò arrampicarci. Dico solo, per dare un’idea, che una volta arrivati alla bocchetta, io avevo la tachicardia e Bruno piangeva… Quindi sconsiglio vivamente questa alternativa se non la si conosce, ma soprattutto in presenza di neve.

Ad ogni modo, alla fine siamo riusciti ad arrivare ai Laghi di San Giuliano intorno a mezzogiorno.

Lago Garzonè

Ho salutato i ragazzi e, visto che era ancora presto, col sentiero (ufficiale questa volta!) nr. 221 mi sono diretta verso la Val Germenega. Il pezzo in salita è abbastanza tranquillo e veloce, però la parte in discesa è molto ripida e lunga. Lo dico perchè, avendo alle spalle già 5 ore di cammino, quando sono tornata indietro l’ho sentita molto. Comunque, il tempo di percorrenza, sia da un lato che dall’altro, è di un’ora circa. Sono infatti arrivata alla Malga Germenega di mezzo e al primo lago di Germenega intorno le 13.

Primo lago di Germenega

Tempo di fare qualche foto e ho ripreso poco dopo sempre il sentiero 221 per fare ritorno al lago di San Giuliano (molto bello, ma molto sconsigliato per chi ama i posti solitari come me…tantissima gente!).

Lago e Chiesa di San Giuliano

Dal lago di San Giuliano, col facilissimo sentiero nr. 230 che passa dalla malga San Giuliano, ho fatto ritorno al parcheggio intorno alle 16:00.

Distanza totale percorsa: 14,60 km

Dislivello positivo: 971 mt.

Tempo movimento: 5:20:19

Commenti: bellissimi paesaggi, splendido il Lago Lamola. Non posso essere obiettiva sul percorso, viste le difficoltà incontrate all’inizio. Come già detto, fatto senza neve molto probabilmente risulta un piacevole anello. In ogni caso tutti i laghi (Lamola, Garzonè, San Giuliano, primo di Germenega) meritano proprio. Il sentiero da e al Rifugio San Giuliano è, per i miei gusti, troppo frequentato. Probabilmente, la prossima volta che rifarò questo giro, opterò per un giorno infrasettimanale.

Chiedimi perchè vado in montagna…

Scendo dalla macchina. Apro il bagagliaio a Bruno e la portiera posteriore al Nano. Recupero lo zaino (preparato con cura la sera precedente) dal sedile del passeggero, prendo il cellulare, avvio l’app col gps, lo metto in tasca e spero che a breve non ci sia più segnale.
È domenica, poco prima delle 6. La sveglia è stata alle 4 e 30, come tutte le altre domeniche. Dò una rapida occhiata al sentiero che dovrò prendere, bacio la catenina che ho al collo dove è inciso il nome del mio angelo custode e dico: ‘Pensaci tu a noi 3 disperati’. Ed inizio a camminare.
Mi chiamo Carlotta e tra meno di un mese compirò 44 anni. Lavoro dal lunedì al venerdì a Verona ed il sabato ‘scappo’ in Val di Rabbi, dove vorrei vivere sempre.
Nella mia testa c’è un sovraffollamento di pensieri accumulati durante la settimana, alcuni gradevoli, altri più spiacevoli.
Sono talmente assorta che non mi rendo conto di ciò che mi circonda.
Pian piano inizio a salire e i pensieri iniziano ad annebbiarsi. Mi fermo. Osservo le cime di fronte a me, mettendo a fuoco quale sarà la mia meta. Dico a me stessa: ‘Non devi arrivarci per forza. Se non te la senti puoi tornare indietro’. Ma in cuor mio so che non accadrà. Non mollerò, sono fatta così. Avessi avuto questa tenacia in altre cose, chissà dove sarei adesso..
Mi giro verso est e mi incanto per un minuto a guardare il sole che fa capolino da dietro le montagne. Sorrido e sussurro: ‘Buongiorno’ rivolgendomi alla Montagna.
Riprendo il mio cammino. Ora la mia mente è vuota.
Presto attenzione ai miei passi sul sentiero, intorno a me il silenzio più totale. Ascolto il mio respiro farsi via via più regolare.
Ogni tanto sussulto al fischio di qualche marmotta. Guardo i ragazzi partire alla velocità della luce e penso: ‘Siete proprio dei pirlini, tanto sapete che non la prenderete mai. Risparmiate il fiato, che la strada è lunga’.
Continuo a salire, non correndo, con calma. Voglio godermi tutto. Supero i 2000 mt, me ne accorgo perchè gli alberi iniziano a diradarsi e gli spazi si fanno più aperti. Amo la montagna in generale, ma il mio ‘habitat’ è sopra ad una certa altitudine, dove prevale la roccia.
Non faccio soste, preferisco arrivare alla meta.
Più mi avvicino alla cima, più inizio ad osservare il sentiero o la traccia che devo percorrere. Spesso capita che mi dica: ‘Non ce la fai, è impossibile’. Ma vado avanti, un passo dietro l’altro. Mi aggrappo a qualche sporgenza rocciosa, non guardo giù. Mi giro verso i miei cani. Le volte che mi prende un pò d’ansia è solo per loro. Talvolta li aiuto, li tiro su in qualche passaggio dove non ce la fanno. Loro sanno quando è il momento di farsi aiutare. Li mando avanti, ma poi si fermano e mi aspettano.
Il mio cuore batte velocemente, l’adrenalina è a 1000. Non sono un’alpinista, non ho attrezzatura con me. Ho sempre detto che sarei arrivata solo dove possono arrivare i miei cani e così sarà sempre.
A volte l’ho rischiata, lo ammetto, ma mi è andata bene.
È per questo che sono certa di avere un angelo custode.
Continuo a salire.
Ad un certo punto realizzo che mi manca un ultimo passo e sarò in cima.
Piano piano alzo la testa e sento una voce che in tono sommesso dice: ‘Wow’. È la mia.
Mi guardo intorno e quasi mi commuovo. La bellezza di quello che mi circonda mi lascia attonita.
Mi accorgo che fino a quel momento sono stata praticamente in apnea. Riprendo lentamente a respirare, l’adrenalina cala e lascia posto ad una sensazione di leggerezza indescrivibile.
In quel momento non sono più Carlotta.
Lassù non si è più noi stessi. Non so spiegarlo, però so che quello che si prova è meraviglioso.
Rimango così immobile per un pò, assaporo quel momento il più a lungo possibile.
Poi mi siedo e mi rilasso. Quella merenda a 3000 mt è come una cena in un ristorante super stellato. Mi sento una privilegiata.
Indugio, non ho voglia di scendere. Poi, alla fine, devo arrendermi. La giornata sta volgendo al termine e non posso rischiare si faccia buio. A malincuore prendo lo zaino, dò un’ultima occhiata e mi incammino.
Scendo piano. Sono stanca, ho esagerato come al mio solito. Le gambe iniziano a farsi dolenti, ma non mi sono mai sentita così bene.
Sono in pace con me stessa, con tutto ciò che mi circonda.
Più mi avvicino alla macchina, più torno alla realtà.
Ma la sensazione di benessere che mi ha regalato quella giornata mi rimane addosso.
La mia mente è sgombra. Sono talmente stanca che non riesco a pensare a nulla.
Con un pò di malinconia mi volto indietro.
Guardo le cime da dove sono scesa, sorrido e bacio la catenina, ringraziando il mio angelo.
La gente ‘normale’ non capisce tutto questo, mi dà della pazza.
Pazza perchè vado da sola, pazza perchè cammino così tanto, pazza perchè rischio di farmi male…
Ma io credo che i pazzi siano loro, che non proveranno mai quello che io provo lassù.

Val Germenega – Passo Forcelin

Escursione effettuata: 8 novembre 2020

Localizzazione: sulla destra orografica della Val Genova troviamo la Val Seniciaga, dalla quale, più in alto, si diramano ad est la Val Germenega e la conca dei laghi di San Giuliano.

Sono arrivata in Val di Genova verso un quarto alle 7 ed ho parcheggiato un km dopo circa lo Chalet da Gino. Ho percorso un tratto del sentiero delle cascate costeggiando il fiume Sarca, per poi prendere il sentiero nr. 215 della Val Seniciaga. Che dire…che fino alla malga Seniciaga Bassa è abbastanza tosto. Si consideri che comunque dalla Val Genova sono più di 500 mt di dislivello. Arrivati alla Malga Seniciaga bassa si prosegue tranquillamente fino a poco prima della Malga Germenega bassa, dove si incontra il sentiero 244 della Val Germenega. La salita fino alla Malga Germenega di mezzo è fattibilissima e la vista è molto piacevole. Io ci ho impiegato 2 ore giuste giuste. Una volta arrivati all’altezza della Malga il paesaggio si apre. Si continua per pochi minuti sul sentiero nr. 244 fino ad incontrare sulla nostra sinistra il primo lago. Una meraviglia.

Ci incamminiamo nuovamente e in meno di 20 minuti di salita arriviamo ad una spianata dove vediamo sulla destra un paletto che ci indica il sentiero. A quel punto si lascia il sentiero procedendo verso sinistra per raggiungere in due minuti il secondo lago (nascosto da un rilievo). Devo essere sincera, qui ci ho ‘perso’ 30 minuti perchè non sapevo come fotografarlo…

Secondo Lago di Germenega

Ritorniamo sui nostri passi e, una volta arrivati al paletto, si riprende il sentiero ufficiale che in altri 20 minuti scarsi ci porta alla malga Germenega alta (mt. 2022) e al terzo lago.

Sulla destra della Malga e del lago, il sentiero prosegue verso il quarto lago dove arriviamo verso le 11:30. A questo punto, guardando il lago, abbiamo sulla sinistra il sentiero che ci porta al passo Forcelin, mentre se andiamo verso destra e seguiamo il ruscello arriviamo ad un quinto lago, meno conosciuto, il laghetto di Banco, non visibile dal quarto lago.

Scendiamo e col sentiero nr. 244 ci dirigiamo al passo Forcelin a 2202 mt, dove arriviamo alle 12:30 circa. Bellissimo panorama e stupenda visuale dall’alto del terzo e quarto lago.

Dopo un pò di foto e una merenda, riprendiamo il sentiero nr. 244 e lo percorriamo a ritroso. Arriviamo alla macchina poco prima delle 16.

Distanza totale percorsa: 18,45 km

Dislivello positivo: 1618 mt.

Tempo movimento: 7:22:31

Commento: la Val Germenega è stata per me una bellissima sorpresa. I suoi laghi e il paesaggio ti incantano. L’ho apprezzata molto in una calda giornata di sole di novembre, ma penso sia uno spettacolo anche in tarda primavera/inizio estate. Non richiede alcuna capacità tecnica, richiede però sicuramente un bel pò di fiato, sia per il primo pezzo molto ripido, sia per la lunghezza del percorso.

Un amore così grande…

L’amore che nutro per la montagna è una cosa che non riesco a spiegare. Di certo è un amore nato tanti anni fa, che è andato via via crescendo e consolidando col passare degli anni.

Sin da piccola ho sempre preferito la montagna al mare. Per anni ho avuto una baita in Val Senales e, nel 2006, ho acquistato un maso nell’incantevole Val di Rabbi.

Il mio sogno è quello presto o tardi di lasciare la città e trasferirmi definitivamente là, ma al momento mi devo accontentare solo dei fine settimana.

Il mio vivere la montagna è molto cambiato nel corso del tempo. Agli inizi la montagna per me era per lo più passeggiate e ore passate nei boschi in cerca dei funghi.

Verso i 40 anni (ora ne ho 44), così dal nulla, ho iniziato ad intraprendere escursioni sempre più impegnative. Se penso ai miei primi giri, mi metterei le mani nei capelli: niente zaino, niente cibo, niente cambi. Le cartine non sapevo neppure cosa fossero…andavo decisamente all’avventura. Diciamo che mi sono fatta sul campo. Non ho partecipato ad alcun corso, non ho letto alcun manuale, non ho mai avuto una persona con cui andare che mi potesse insegnare. Ogni volta per me era una lezione: la fame che mi prendeva dopo ore di cammino mi ha insegnato a portarmi via la merenda, le calze fradice dopo essere finita in un ruscello mi hanno insegnato a mettere nello zaino degli indumenti di scorta, perdermi mi ha insegnato a studiare l’escursione il giorno prima e munirmi di cartina, ecc…

Non sono un’alpinista, sono un’escursionista. Non ho attrezzatura con me, solo i ramponcini in caso di ghiaccio o terreni scivolosi. I percorsi che faccio sono solitamente tutti percorsi che posso fare insieme ai miei cani. Può capitare talvolta qualche sentiero attrezzato, ma niente che richieda capacità alpinistiche. La mia compagnia sono sempre e solo loro. Amo vivere la montagna in solitudine, avrei delle difficoltà ad andare con altre persone.

L’idea di scrivere questo blog mi è venuta perchè vorrei condividere le mie esperienze con chi come me ama la montagna e, magari, perchè no, a volte poter essere anche utile a qualcuno che voglia intraprendere una delle escursioni che ho fatto.

Spero di essere più obiettiva possibile, perchè il problema che ho riscontrato quando cerco informazioni sui percorsi è che non so mai le capacità reali di chi scrive e, ovviamente, molto precisa.

Non aspettatevi un manuale di montagna, ma un ‘diario’ di un’amante appassionata della montagna, a volte un pò incosciente…

Altro non mi resta da aggiungere, se non…

… buona escursione!

Charlye

Nota dell’autrice

Questo è stato il primo articolo pubblicato su La Montagna di Charlye, nel novembre 2020. Allora aprire un blog, per me, era già un passo enorme.
Oggi so che quell’inizio non è nato “dal nulla”: stavo attraversando un momento difficile della mia vita e la montagna, più che una passione, è stata la mia ancora di salvezza.
Tre mesi fa è venuto a mancare anche un compagno fondamentale di quel cammino: Nano, che insieme a Tobia prima e a Bruno dopo, è stato al mio fianco in mille escursioni e, soprattutto, nella vita.


Nel tempo, questo spazio è cambiato insieme a me. La montagna è rimasta il filo conduttore, ma il racconto ha preso forme diverse. Anche quel sogno che cinque anni fa sembrava lontano, alla fine si è realizzato: ho lasciato la città e mi sono trasferita in montagna, in Alta Val di Non. E con me c’era una presenza che allora non era neppure un pensiero, ma che mi ha dato il coraggio di fare quel passo: mia figlia Cloe.


L’idea di questo blog è nata dal desiderio di condividere il mio modo di vivere la montagna. All’inizio attraverso le escursioni, oggi attraverso i cambiamenti, le scelte, le salite e le discese che la montagna continua a insegnarmi.
Non è un manuale, non vuole esserlo. È uno spazio di racconto, dove la montagna resta il filo conduttore, ma il passo non è sempre solo sui sentieri.

Altro non mi resta da aggiungere, se non…

… buon cammino!

Charlye