La scelta di essere libera

Esco dal cancelletto della scuola.
Sono le otto e mezza e io sono già finita. Non stanca, finita.
È lunedì, ma potrebbe essere qualsiasi giorno, perché il weekend non è stato una pausa: è stato solo un’altra prova di resistenza, tra capricci, opposizione su tutto e una trattativa continua su ogni gesto, dal vestirsi all’uscire di casa, fino al rientro.
E poi la logistica, che sembra una cosa banale detta così ma non lo è mai davvero: il cane da portare fuori, il monopattino, la bici, la bambola, il passeggino che prima lo devo spingere io e poi lo vuole spingere lei, ma non dove dobbiamo andare noi. E tu sei lì in mezzo, a tenere insieme tutto.
Penso solo a una cosa, sedermi, ma non mi fermo e continuo a camminare, ed è proprio in quel momento che mi arriva addosso tutta la stanchezza.
Quello che sto vivendo non è un errore, non è una situazione capitata. È una scelta, una scelta mia, e la rifarei una volta, due, mille volte, sempre.
Non perché sia la più facile, né perché sia quella che lascia più spazio, ma perché, per come sono fatta io, la libertà non è qualcosa a cui posso rinunciare. Non è un valore tra tanti: è una condizione.
Ho capito nel tempo che condividere la mia vita con qualcuno significa entrare in un equilibrio fatto di compromessi continui. Non grandi sacrifici evidenti, ma piccole rinunce che si sommano, decisioni che non sono più solo mie, spazi che si restringono poco alla volta. E quella cosa lì non riesco a viverla senza perdere qualcosa di essenziale.
Paradossalmente oggi rinuncio a tantissimo: al tempo, al riposo, alla leggerezza, perfino alla montagna, che è sempre stata il mio posto. A volte viene da pensare che, con qualcuno accanto, farei meno fatica, che forse avrei più spazio, più respiro.
Ma sarebbe un’altra vita.
Perché qui, anche dentro tutta questa fatica, ogni scelta è mia, ogni direzione è mia, e questa cosa, per me, vale più del peso che comporta.
La libertà però ha un prezzo, e a volte è un prezzo molto alto.
Non è solo essere da sola, è essere sempre quella che tiene tutto. Non esiste il cambio turno, non esiste il “vai tu che io non ce la faccio”, non esiste qualcuno che, anche solo per cinque minuti, prende in mano la situazione mentre tu ti chiudi in bagno e respiri.
Tutto passa da te: la gestione pratica, quella emotiva, quella fisica. La stanchezza non si distribuisce, si accumula. E poi ci sono anche le cose più banali, quelle che nessuno considera.
Andare in bagno, per esempio, quando siamo in giro io, Cloe e Bruno.
Se accompagno lei, non so dove lasciare il cane; se devo andare io, non ho nessuno che tenga né lei né lui.
E anche una cosa così diventa complicata. E poi ci sono tutte le cose che restano fuori.
Le mamme della scuola che organizzano, che invitano, che si trovano; la fattoria didattica, la gita, il pomeriggio insieme. Io non ce la faccio.
Non è che non voglio, è che non ho energia per entrare in quella dimensione. La domenica pomeriggio, l’idea di stare in mezzo alla gente, al rumore, agli spostamenti, mi svuota ancora prima di iniziare.
Io sogno il contrario: sogno silenzio, sogno i 3000 metri, sogno di camminare senza dover gestire niente. E allora non vado.
E poi arrivano i sensi di colpa: perché penso che dovrei portare Cloe, che dovrebbe avere quelle esperienze, che forse la sto privando di qualcosa. Poi guardo Bruno e penso che anche lui meriterebbe di stare fuori di più, di muoversi, e invece no, e mi sento in colpa anche per lui.
Poi penso alla bici, che dovrei insegnarle ad andare senza rotelle, e mi immagino già la scena: la bici sotto braccio, pesante, da portare fino alla ciclabile, lei che si stanca, io che sono già stanca prima ancora di iniziare. E non lo faccio, e mi sento in colpa anche per questo.
È tutto così: una somma continua di cose fatte, cose lasciate indietro e sensi di colpa.
Ogni tanto mi capita di guardare gli altri, famiglie diverse dalla mia, organizzate in modo diverso: una macchina che si ferma, due adulti che si parlano, uno guida e l’altro si gira a guardare i bambini; al bar uno si alza a pagare mentre l’altro resta seduto al tavolo; un bambino che fa i capricci e, a un certo punto, entra qualcun altro nella scena.
Ieri, per esempio.
Una bambina, più o meno dell’età di Cloe, in piena crisi con la madre: grida, si oppone, tira anche una sberla, esattamente come fa Cloe con me a volte. Poi arriva il padre, non urla, dice solo “non voglio più vederti fare male alla mamma”, la prende e la mette lui, con forza, sul passeggino.
Fine.
Io quella cosa lì non ce l’ho.
E non mi dite che gli uomini non fanno niente, come si sente spesso: può anche essere vero in tanti casi, ma intanto ci sono. Ci sono economicamente, ci sono fisicamente, ci sono come presenza che, anche solo potenzialmente, può intervenire.
Se hai soldi puoi comprare aiuto, se hai qualcuno accanto puoi dividere il peso. Se non hai né uno né l’altro, il peso resta tutto lì, intero.
Io non ho una rete, non ho qualcuno che può dire “oggi ci penso io”, non ho una struttura che mi sostiene quando mollo un attimo.
E allora succede che arrivi a lunedì mattina così, che esci dal cancelletto e ti senti svuotata, che ti accorgi che stai piangendo più spesso, non per un motivo preciso ma perché sei oltre.
Eppure no, non è un lamento.
Non è una richiesta di comprensione, non è nemmeno una giustificazione. È solo la realtà di questa vita.
Una vita che ho scelto e che sceglierei ancora, sempre.
Perché dentro tutta questa fatica qualcosa succede. Non “nonostante” questa vita, ma proprio dentro questa vita.
Da quando c’è Cloe qualcosa si è mosso: ho deciso di finire l’università, di scrivere, di provare a costruire qualcosa che fino a quel momento era rimasto fermo. Prima ero immobile, davvero. Oggi sono stanca, spesso oltre il limite, ma vado avanti.
E poi ci sono i suoi sorrisi, quelli che arrivano all’improvviso e spostano tutto, quelli che non ti tolgono la stanchezza, ma non ti fanno mollare.
Non è una vita leggera, non è una vita semplice.
È una vita piena.
Non piena di viaggi o di serate spensierate, è piena per forza. Piena perché non c’è spazio vuoto, perché ogni cosa passa da me, perché non posso appoggiarla da nessuna parte.
È piena così.
Ed è la mia.

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