Ci sono escursioni che ricordo per i panorami, altre per la soddisfazione di essere arrivata da qualche parte. Questa la ricordo soprattutto perché, una volta tornata a casa, ho pensato una cosa molto semplice: oggi ho fatto una cazzata.
E l’ho fatta talmente grossa che quella notte, per l’adrenalina che avevo ancora addosso, non ho praticamente dormito.
La cosa assurda è che la prima parte della giornata era stata splendida. Una calda domenica di novembre, cielo terso, pochissima gente in giro e un percorso che fino ai Laghi di Valbona mi ero goduta senza la minima preoccupazione.
Poi le cose sono cambiate.
Scheda tecnica
Escursione effettuata: 15 novembre 2020
Localizzazione: sopra Tione di Trento, tra la Valle di Breguzzo e la Valle di San Valentino
Partenza e arrivo: Malga Cengledino, 1.669 m
Quota massima: Bocchetta di Laghisol, 2.410 m
Distanza: 16,4 km
Dislivello positivo: 1.237 m
Durata complessiva: circa 8 ore e 35 minuti; 6:54 h in movimento
Itinerario: Malga Cengledino – Monte Cengledino – Laghi di Valbona – Bocchetta di Laghisol – Bocchetta di Valsorda – Malga Geredol – Malga Rosa – Malga Stablo Marcio – Malga Cengledino
Sentieri principali: 225, 235A, 235, 261, 263, 225A
Difficoltà: EE, con alcuni tratti attrezzati tra la Bocchetta di Laghisol e la Bocchetta di Valsorda. Le condizioni trovate quel giorno, con neve e ghiaccio, hanno reso il percorso decisamente più impegnativo.
Alle 5:45 io e i ragazzi, il Nano e Bruno, partiamo da casa in Val di Rabbi per raggiungere la località Zeller, sopra Tione di Trento. In teoria saremmo dovuti arrivare poco dopo le 7; in pratica, colpa del navigatore (io mi chiedo perché continuo ad usarlo, quando son sicura che con la mia testolina ci arriverei meglio…), abbiamo perso una mezz’ora buona. Abbiamo avuto, però, la fortuna che la strada di accesso alla località Zeller fosse chiusa e che avessero consentito il transito sulla strada per Malga Cengledino, dove ho, infatti, parcheggiato.

Alla fine della fiera, ci siamo incamminati che erano ormai le 8. Ho preso il sentiero nr. 225, diretto ai Laghi di Valbona, ma dopo 15 minuti scarsi l’ho lasciato per imboccare il nr. 235A verso il Monte Cengledino (Campantich, 2.137 m), che abbiamo raggiunto poco prima delle 8:45.
Se escludiamo la brutta antenna accanto alla croce, che con un po’ di manovre si riesce comunque a lasciare fuori dalle foto, il panorama è spettacolare: Val Rendena, Gruppo di Brenta, Carè Alto e Gruppo delle Alpi di Ledro. La calda e soleggiata domenica di novembre ha fatto il resto.


Dopo le foto di rito, ho proseguito lungo il sentiero nr. 235, che porta ai Laghi di Valbona percorrendo tutta la cresta. Da qualche parte avevo letto che bisognava prestare attenzione perché si trattava di una “cresta aerea”.
Ecco, questo è uno dei motivi per cui ho deciso di creare questo blog. Partiamo dal presupposto che tutte le creste, in quanto tali, sono aeree. I lati possono essere più o meno ripidi e la cresta più o meno larga: è questo che le rende più o meno impegnative.
A parer mio, avendone percorse di ben peggiori, questa cresta è molto tranquilla. Io me la sono proprio goduta, senza il minimo timore, neppure per i miei cani (solitamente sono loro la mia fonte di ansia…).




Siamo arrivati ai Laghi superiori di Valbona alle 10, quindi dopo circa un’ora.


A questo punto, la mia idea originaria era dirigermi verso la Bocchetta di Laghisol e, compatibilmente con la neve, proseguire poi verso la Bocchetta di Valsorda e il bivacco Cunella. Ho dato un’occhiata al percorso e mi è parso abbastanza pulito, così ho imboccato il sentiero nr. 225. Verso le 11 sono arrivata alla Bocchetta di Laghisol (2.410 m).
La vista da qui mozza il fiato: da un lato il Monte Cengledino, con la lunga cresta e i Laghi di Valbona; dall’altro il Lago di Laghisol.



Ho guardato il sentiero verso la Bocchetta di Valsorda (il cartello indicava 15 minuti di percorrenza) e sì, c’era della neve, ma anche delle impronte: qualcuno era già passato. Avevo letto che un breve tratto era attrezzato, ma dalle foto trovate in internet sembrava si trattasse solo di due assi di legno fissate alla roccia e di una corda metallica. Nulla di che, apparentemente: avrebbero potuto farcela anche i ragazzi.
Quindi sono partita.
In realtà, di tratti attrezzati ce ne sono diversi, non solo quello. Ho tribolato un po’ a causa della neve e ho dovuto aiutare i ragazzi un paio di volte. Mentre andavo avanti, speravo sinceramente di non dover tornare indietro da lì. Però, grazie alla corda metallica a cui aggrapparsi, si procede abbastanza bene e, senza neve, penso sia un tratto piuttosto semplice.




Alle 11:40 sono arrivata alla Bocchetta di Valsorda. E lì ho avuto una brutta sorpresa: il versante dall’altra parte era completamente in ombra, quasi verticale e con un sacco di neve. Devo dire che ho iniziato a preoccuparmi.
Onestamente non me la sentivo di tornare indietro e, vedendo delle impronte sulla neve, mi sono fatta forza e ho proseguito. Se non ci fossero state quelle impronte, chissà dove sarei adesso… Non vedevo più neppure le bandierine.
Anche da questo lato ci sono altri due o tre tratti attrezzati.



Beh, giuro, non finiva più. Ero completamente in ombra, su un versante quasi verticale, e non avevo la minima idea di dove mi trovassi. Alla fine, in qualche modo, sono riuscita a seguire il sentiero e, a un certo punto, ho visto in lontananza un cartello. Non mi pareva vero, sembrava un miraggio…
Per arrivarci bisognava superare una pietraia. Il problema, con la neve, rimaneva sempre lo stesso: non vedevo le bandierine. E infatti mi sono trovata a saltare e arrampicare tra pietre e buchi.
Quando finalmente sono riuscita ad andare oltre, mi sono accorta che non c’era più Bruno. All’inizio lo sentivo piangere, poi più niente. Mi è preso il panico e ho iniziato a urlare come una pazza, tornando indietro. Ho passato la mezz’ora peggiore degli ultimi tempi, ma poi, per fortuna, l’ho visto in lontananza, bloccato su un sasso, e sono andata a recuperarlo.
Alla fine siamo arrivati al famoso cartello che erano ormai passate le 13:30. Ho abbandonato l’idea di continuare verso il bivacco Cunella (da lì segnava 30 minuti di percorrenza) e ho preso il sentiero nr. 261 per Malga Geredol.
Scendendo di altitudine, la neve diminuiva e il sentiero, anche se ghiacciato, era finalmente ben visibile. È stato proprio qui che sono scivolata all’indietro e ho sbattuto la testa contro Bruno, che per fortuna si trovava subito dietro di me. Se non ci fosse stato lui, avrei battuto direttamente sui sassi.
Siamo arrivati a Malga Geredol alle 14:45. E lì mi attendeva un’altra bella sorpresa: un cartello che segnalava come inagibile il sentiero nr. 263, proprio quello che dovevo prendere.

Ho ignorato la cosa, perché sicuramente non potevo tornare indietro, né proseguire sul 261, che mi avrebbe portato nella Valle di San Valentino. Per fortuna non ho trovato alcun ostacolo e, dopo circa 40 minuti, abbiamo raggiunto Malga Rosa.
A quel punto ho accelerato parecchio il passo e, in altri 25 minuti, tra strada sterrata e sentiero, sono arrivata a Malga Stablo Marcio (1.720 m).


Ho letteralmente volato sul sentiero nr. 225A e, in poco più di 20 minuti, sono arrivata a Malga Cengledino (1.669 m), appena prima che iniziasse a fare buio: erano le 16:35.
Come tempo di percorrenza da Malga Stablo Marcio viene indicata circa un’ora, ma sinceramente mi sembra un po’ eccessivo.
A chi consiglio
La prima parte dell’escursione, fino ai Laghi di Valbona, non presenta particolari difficoltà. Per l’anello completo, invece, consiglio di scegliere una stagione in cui si sia certi di non incontrare residui di neve, soprattutto nel tratto oltre la Bocchetta di Valsorda.
Quel giorno il versante era completamente in ombra e, tra neve, ghiaccio e roccia, il sentiero non si vedeva più. Su un terreno così ripido la situazione è diventata pericolosa, ma è stata una mia valutazione sbagliata delle condizioni, non un problema dell’itinerario in sé.
Mi piacerebbe infatti rifarlo a inizio estate, con condizioni completamente diverse, proseguendo questa volta anche fino al bivacco Cunella. Secondo me è un anello che merita davvero.