È la nostra prima vera escursione dopo quasi un anno di stop.
Sto camminando dietro a Bruno quando, a un certo punto, lo vedo scivolare su alcuni sassi.
Niente di grave: recupera subito l’equilibrio e continua per la sua strada come se non fosse successo nulla. Io, però, quella scivolata la noto.
Forse perché conosco Bruno e so come si è sempre mosso in montagna, forse perché fino a non molto tempo fa, su quei sassi, probabilmente non sarebbe scivolato.
Bruno ha otto anni e sicuramente anche l’età comincia ad avere il suo peso, ma veniamo anche da quasi un anno nel quale di vere escursioni ne abbiamo fatte pochissime. Probabilmente le due cose si sommano.
Da quella piccola scivolata ho iniziato a fare una serie di considerazioni che, devo essere sincera, non avevo mai fatto in tanti anni di trekking con i cani.
Il cane viene con me. È sempre stato così
Credo che per anni il mio ragionamento sia stato semplicissimo: io vado in montagna e i miei cani vengono con me.
Punto.
Facevano parte dell’escursione esattamente come lo zaino che preparavo la mattina. Quando sceglievo dove andare valutavo naturalmente distanza, dislivello e difficoltà, ma lo facevo soprattutto pensando a me. Per loro escludevo ciò che ritenevo evidentemente impossibile, in particolare le vie attrezzate — anche se, a dire il vero, in qualcuna siamo finiti ugualmente per errore — ma per il resto non mi sono mai posta troppe domande.
C’era anche quella convinzione, sentita ripetere mille volte e che probabilmente in qualche misura avevo fatto mia anch’io: il cane ha quattro zampe, il cane va dappertutto.
No.
Oggi mi rendo conto che non funziona esattamente così.
Non perché improvvisamente pensi che portare un cane in montagna sia complicatissimo o che servano chissà quali competenze. Semplicemente perché ho iniziato a considerare una cosa che prima, stranamente, non consideravo: il cane che cammina con me non è un’appendice della mia escursione.
Ha il suo fisico, il suo carattere, la sua esperienza, i suoi automatismi e i suoi limiti. E anche lui, esattamente come me, può essere più o meno preparato per ciò che gli sto chiedendo di fare.

Non è solo una questione di fiato
Forse è proprio qui che per anni ho semplificato troppo.
Quando pensavo all’allenamento di un cane ragionavo essenzialmente in termini di resistenza: quanti chilometri riesce a fare? Quanto dislivello? È stanco? Tiene il passo?
Ma camminare tanto non significa necessariamente essere allenati per la montagna.
Le passeggiate quotidiane mantengono un cane attivo, ma muoversi per ore su sassi, radici, terreno instabile, salite e discese richiede anche equilibrio, agilità, coordinazione e una certa sicurezza nei movimenti. E sono tutte capacità che vanno utilizzate per essere mantenute.
In fondo l’ho sperimentato io stessa.
Dopo la nascita di Cloe sono tornata in montagna pensando probabilmente di poter riprendere esattamente da dove avevo lasciato. Avevo anni di escursioni alle spalle e conoscevo bene certi tipi di terreno, eppure mi sono ritrovata in difficoltà su passaggi che fino a poco tempo prima avrei affrontato quasi senza pensarci.
Non avevo dimenticato come si cammina in montagna e non era soltanto una questione di fiato o di gambe: avevo perso agilità, automatismi e soprattutto sicurezza.
Ci sono voluti tempo e altre montagne per recuperarli.
Per questo, guardando Bruno quest’estate, ho iniziato a chiedermi se almeno in parte non stesse succedendo qualcosa di simile anche a lui.
Qualche giorno dopo, salendo al Monte Ometto, davanti a un paio di gradoni piuttosto alti l’ho visto provare a saltare senza riuscirci. Allora ha cercato un’altra strada.
Il problema è che la strada scelta da lui lo ha portato proprio dalla parte dello strapiombo.
Ed è stato lì che ho capito che il punto non era semplicemente: “Bruno non riesce più a fare quel salto”.
Il punto era chiedermi cosa avrebbe fatto Bruno quando non fosse più riuscito a fare qualcosa che io davo per scontato sapesse fare.
Perché un cane trova una soluzione. Ma non è detto che quella soluzione sia quella che avremmo scelto noi o quella più sicura.
Ed è qui che cambia anche il modo di scegliere un’escursione: non basta domandarmi se quel sentiero posso farlo io. Devo chiedermi se sia adatto anche al cane che sto portando con me e a ciò che quel cane, in quel momento, è realmente in grado di fare.

Avere il fisico non significa essere pronti
Ripensandoci, Bruno stesso me lo aveva già insegnato molti anni fa. Solo che allora non avevo letto quell’episodio nello stesso modo.
Quando arrivò a casa nostra, a fine dicembre, aveva presumibilmente sei o sette mesi.
L’estate successiva vivevamo ancora in Val di Rabbi e decisi di fare con lui e Nano un giro molto lungo. Da Rabbi arrivammo fino al Rifugio Canziani, al Lago Verde, in Val d’Ultimo, per poi rientrare dalla stessa parte.
Quel giorno credo facemmo quasi trenta chilometri. Bruno aveva poco meno di un anno e fisicamente sembrava inesauribile.
Eravamo ormai sulla via del ritorno, sul Giogo di Montechiesa, ed era già piuttosto tardi quando vide degli stambecchi sul versante.
Partì.
Non ebbi praticamente il tempo di capire cosa stesse succedendo che era sparito. Rimasi lassù con Nano a urlare il suo nome.
Non lo vedevo più e non avevo idea di dove fosse finito.
Continuavo a chiamarlo e più passava il tempo più cresceva il panico; a un certo punto iniziai seriamente a pensare che avrei dovuto trascorrere la notte lì.
Piangevo e mi ripetevo una cosa assurda: quel cane era arrivato a casa mia soltanto pochi mesi prima e io ero già riuscita a perderlo su una montagna.
Passò quasi un’ora, poi finalmente lo vidi più in basso, mentre arrancando cercava di risalire il versante.
Quando arrivò da me tutta la paura accumulata si trasformò in rabbia nel giro di pochi secondi: gli diedi una sberla sul sedere, gli misi il guinzaglio e per tutto il tragitto di ritorno continuai a urlargli dietro tutti gli improperi che conoscevo.
A ripensarci oggi, quell’episodio dice molto più di quanto pensassi allora.
Bruno aveva appena percorso quasi trenta chilometri. Se avessi dovuto giudicare soltanto la sua preparazione fisica, avrei detto che era perfettamente in grado di affrontare quella giornata.
E infatti lo era.
Il problema era un altro.
Era giovane, impulsivo, aveva ancora pochissima dimestichezza con certe situazioni e io stessa non lo conoscevo abbastanza da sapere come avrebbe reagito davanti a uno stimolo così forte.
Aveva il fisico per andare in montagna. Non aveva ancora l’esperienza per stare in montagna.
E questo, oggi, mi sembra molto più importante dei chilometri che era capace di percorrere.
Lo stesso ragionamento vale anche quando le capacità fisiche ci sono ancora, ma cambia qualcos’altro.
Nano aveva diciassette anni quando, la scorsa estate, è salito con noi fino a Cima Lavazzè. È morto esattamente un mese dopo.
Ovviamente non camminava più alla velocità di qualche anno prima: aveva i suoi tempi e io dovevo rispettarli. Ma camminava ancora. Le sue zampe riuscivano ancora a portarlo in cima.
Il problema, negli ultimi tempi, era diventato un altro: Nano sentiva pochissimo.
Una volta l’ho visto vicino a un punto esposto e l’ho richiamato. Non si è girato.
Non perché avesse deciso di ignorarmi: semplicemente non mi aveva sentita.
Per anni avevo dato per scontato che, se si fosse avvicinato a un punto pericoloso, mi sarebbe bastato chiamarlo. A un certo punto quella sicurezza non c’era più.
Ed è proprio questo che non avevo mai considerato davvero: sapere che un cane riesce fisicamente a fare un’escursione è soltanto una parte della valutazione.
Bruno poteva camminare trenta chilometri ma inseguiva gli stambecchi. Nano poteva ancora arrivare in cima ma non sempre sentiva il mio richiamo. Bruno oggi conosce la montagna molto meglio di allora, ma può avere meno agilità di qualche anno fa.
Non sono categorie di cani diversi.
Sono caratteristiche diverse dello stesso compagno di escursione, che acquistano importanza a seconda del sentiero sul quale ci troviamo.

Non dipende tutto dal cane
E poi ci sono tutte le altre variabili: il percorso, le condizioni che troviamo e le scelte che facciamo noi.
Quest’estate me ne sono accorta con un aspetto che avevo sempre dato per scontato: l’acqua.
Quando organizzo un’escursione considero sempre la presenza di punti nei quali i cani possano bere: ruscelli, sorgenti, fontane, laghi. Se conosco bene la zona e so che lungo il percorso troveremo acqua, normalmente non mi porto dietro una scorta specifica anche per loro.
Per anni ha funzionato.
Quest’estate no.
Il caldo si è fatto sentire anche in quota e ho trovato asciutti alcuni punti nei quali ero abituata a trovare acqua.
È bastata la prima esperienza per farmi cambiare abitudine: dall’escursione successiva nello zaino sono entrate anche una bottiglia d’acqua per Bruno e una ciotola.
Non era cambiato Bruno. Era cambiata una condizione sulla quale io avevo costruito la mia escursione.
E anche questo, in fondo, fa parte della stessa valutazione.
Lo stesso discorso vale per l’attrezzatura.
Io utilizzo la pettorina soprattutto per una ragione molto pratica: nei passaggi delicati mi permette di avere una presa sul cane. Posso fermarlo, sostenerlo o aiutarlo a superare un ostacolo e mi è stata utile in moltissime occasioni.
Sulla Cima Rossa di Saènt, per esempio, in un punto con un salto importante, ho aiutato i cani proprio prendendoli dalla pettorina e accompagnandoli nel movimento.
In quel momento averla è stato un vantaggio.
Allo stesso tempo, però, una pettorina può diventare qualcosa a cui prestare attenzione nei passaggi stretti o nella vegetazione, dove esiste la possibilità che si impigli.
Ancora una volta, quindi, non riesco più a ragionare in termini assoluti.
Il cane che abbiamo accanto oggi
Forse la cosa che mi sorprende di più è aver iniziato a fare queste considerazioni soltanto adesso.
Ho camminato per anni con i miei cani. Ho fatto con loro escursioni lunghe, dislivelli importanti, sentieri facili e passaggi che facili non erano affatto.
Eppure il mio modo di pensare era rimasto, più o meno, sempre quello: io vado e loro vengono.
Oggi non credo più che mi basti.
Non significa che inizierò a lasciare Bruno a casa ogni volta che un sentiero presenta qualche difficoltà, né che improvvisamente la montagna con un cane sia diventata per me qualcosa di complicato.
Significa semplicemente che prima di partire devo guardare anche lui.
Non il Bruno che ricordo a tre anni, quello che saliva ovunque senza esitare. Non quello di un anno capace di percorrere trenta chilometri e poi sparire dietro agli stambecchi. E nemmeno il cane che, in teoria, “ha quattro zampe e quindi passa”.
Quello che ho davanti oggi.
Con il suo allenamento di oggi, la sua agilità di oggi, il suo carattere, la sua esperienza e i suoi eventuali limiti.
Perché conoscere un cane non significa sapere cosa è sempre stato capace di fare.
Significa continuare a osservarlo e accettare che anche ciò che conosciamo molto bene possa cambiare.
Lui, il sentiero, le condizioni.
Alla fine esiste quel cane, su quel sentiero, quel giorno.
E forse è proprio questa la considerazione che non avevo mai fatto in tanti anni di montagna insieme.