Anello Pracorno, Lago Saleci, Passo Saleci, Sass de l’Anel, Piz di Montes, Cimon di Bolentina

Escursione effettuata: 16 agosto 2020

Localizzazione: Gruppo Vegaia – Tremenesca, tra la Val di Rabbi e la Val di Sole

Sono partita poco prima delle 7 dalla località Scolari (mt. 861) nei pressi di Pracorno (Val di Rabbi) ed ho preso il sentiero nr. 120 in direzione Malga Saleci bassa. Dopo un inizio abbastanza tranquillo, il sentiero si fa molto ripido. In un’ora e venti sono arrivata alla Malga (mt. 1658).

Da qui ho proseguito sul 120 fino alla Malga Saleci alta, dove sono arrivata intorno alle 9.

Dalla Malga alta, dove gli spazi si fanno più aperti ed il terreno diventa roccioso, si prosegue in direzione ovest verso il passo. Ad un certo punto si incrocia un sentiero sulla destra con il cartello che indica il lago Saleci (mt. 2322).

Allora, obiettivamente, considerato tutto il giro, la deviazione al lago è un pò in più, anche perchè non è così breve arrivarci. Però merita…

Dal lago sono poi tornata sui miei passi ricollegandomi al sentiero 120 che in 20/25 minuti mi ha portata al Passo Saleci (mt. 2446)

Dal passo ho poi preso la cresta. Il primo pezzo è un pò esposto, bisogna prestare molta attenzione. La prima volta che l’ho fatto, ‘ho detto non lo rifarò mai più’, ma poi ovviamente sono tornata e ritornata e non l’ho più trovato così tragico come la prima volta!

La cresta iniziale dal passo

La prima cima che si incontra è il Sass de l’Anel (mt. 2527). Si tratta della cima più elevata del giro, inconfondibile per la sua statuetta. La vista sulla Val di Sole e sulle Dolomiti di Brenta è meravigliosa.

Ho proseguito lungo la facile dorsale (da segnalare solo vari sali e scendi ed il cambio di numero di sentiero da 120 a 119) ed in poco meno di un’ora sono arrivata prima al Piz di Montes (mt. 2383) e, poi, al Cimon di Bolentina (mt. 2287), che si trova proprio ad angolo tra la Val di Sole e la Val di Rabbi. Anche dal Cimon il panorama è una favola: oltre la Val di Sole e le Dolomiti di Brenta proprio davanti, in lontananza si può vedere la Val di Non ed il Gruppo del Catinaccio.

Dal Cimon ho iniziato a scendere sempre sul 119 ed in poco tempo sono arrivata al Bivacco Marinelli.

Ho raggiunto poi verso le 14:15 la Malga Bolentina Alta

Da qui ho 2 versioni del finale:

1° (la peggiore…ahahah): fatta l’anno precedente, nel 2019. Decido, invece, di scendere per il sentiero ufficiale, di raggiungere la Malga Bolentina Bassa (avevo letto di una traccia esistente…) e, poi, giù dritta fino a Pracorno, seguendo un pò il mio senso dell’orientamento ed aiutandomi con l’altimetro del cellulare. Risultato: non sono mai riuscita a trovare la Malga Bolentina Bassa, ho vagabondato in linea d’aria sopra a Pracorno per un bel pò di tempo, cercando di riuscire a scendere di quota (ero sempre troppo alta!). Non vi dico la felicità quando ho intravisto delle case! Ecco, mai più.

2° (quella da persona con un pò di testolina…): ho proseguito sul 119, passando dal Mas de la Cros e da Piazza Marentaia. Una volta scesa quasi a Malè (al primo tornante della strada che da Malè porta a Bolentina per la precisione), ho preso la strada della birreria e, con molta calma, ho fatto ritorno a Pracorno. Decisamente molto più lunga, ma anche molto più rilassante!

Distanza totale percorsa: 22,93 km

Dislivello positivo: 1730 mt

Tempo movimento: 07:45:16

Commenti: giro fisicamente impegnativo, ma paesaggisticamente merita. A parte quel breve tratto di cresta, dal Passo al Sass de l’Anel, non presenta alcuna difficoltà tecnica. Percorrere quest’ampia dorsale è proprio un divertimento ed il panorama è uno spettacolo. Ovvio che l’ultimo pezzo, quello della strada della birreria per intenderci, è molto pesante. Si è stanchi e diventa infinito. Quel che posso suggerirvi, se avete la possibilità, è di farvi venire a recuperare a Bolentina 😉

Anello Laghi di Cornisello, Lago Vedretta, Passo di Scarpacò, Lago di Scarpacò

Escursione effettuata: 13 settembre 2020

Localizzazione: Val Nambrone, Adamello – Brenta

Ho parcheggiato l’auto presso il Rifugio Cornisello (mt. 2120) poco prima delle 6:30. Mi sono incamminata verso i laghi di Cornisello (mt. 2112) e li ho costeggiati entrambi sulla sinistra orografica (sentiero nr. 239A – 239).

Partenza all’alba dai Laghi di Cornisello

Al bivio col sentiero 216 per il Rifugio Segantini, ho tenuto la destra proseguendo sul 239.

Il sentiero è abbastanza ripido (più si sale, più si vede bene il Lago Nero) e nel giro di un paio d’orette si arriva al meraviglioso Lago Vedretta (mt. 2612) coi suoi colori da lasciare senza parole. Inutile che stia qui a dire quante foto sono riuscita a fare…

Si costeggia il lago sulla sponda meridionale e si inizia a salire non più su sentiero, ma seguendo tracce ed ometti, in direzione nord-ovest. Arrivati alle pendici della Cima Scarpacò, al Passo delle Marmotte (mt. 2878), si tiene la destra (guardando la cima) e si comincia a scendere lungo un pendio roccioso. Sulla cartina non è segnato alcun sentiero, si tratta di un percorso libero. Ho intravisto qualche ometto subito, ma poi più niente. Non è un percorso pericoloso, però si cammina pur sempre su roccia e l’attenzione deve essere sempre alta. Sono riuscita ad arrivare al laghetto di Bon verso le 10:45.

Aneddoto: mi è rimasta impressa una cosa che ho detto a Bruno quel giorno scendendo da lì ed ogni volta che ci penso mi metto a ridere. Gli ho detto: ‘Dai Bruno che quando troviamo un sasso per sederci facciamo merenda’…ahahahah

Anche qui mi sono fermata un bel pò, perchè il laghetto a settembre era circondato di eriofori (fiore che adoro ed ho deciso di tatuarmi sul braccio…) e mi sono sbizzarrita…

Bacio tra gli eriofori al Laghetto di Bon

Ho ripreso il mio cammino verso il Lago di Scarpacò (mt. 2472) intorno alle 13:15 e sono arrivata 10 minuti più tardi. L’ultimo pezzetto in discesa che costeggia il ruscello necessita di qualche attenzione in più, ma comunque fattibilissimo.

Siccome, originariamente, la mia meta era Cima Scarpacò (ho rinunciato per motivi di tempo: avevo in mente di fare l’anello e se fossi salita sulla cima ne avrei impiegato troppo), ho deciso di rimanere a nord del lago e salire verso il Passo di Scarpacò (mt. 2617). In questo caso, ci sarebbe un sentiero ufficiale, il 216, che passa alla sinistra orografica del lago di Scarpacò, ma all’andata mi sono mezza arrampicata sui sassi (tenendomi il lago prima sulla destra e poi dietro) perchè ricongiungermi col sentiero sarebbe stata un’inutile perdita di tempo.

La vista dal passo è molto bella. Da un lato il lago di Scarpacò, dall’altro la mia adorata Val di Bon…

Ho ripreso il mio cammino alle 12:15 e, stavolta sul sentiero 216, sono scesa nuovamente al lago di Scarpacò (attenzione un pò su questo sentiero per via dei sassi…) e poi ai Laghi di Cornisello, dove sono arrivata verso le 13:45.

Il ritorno al Rifugio Cornisello l’ho fatto però proseguendo dritto col 216 e poi col 238 (per poter fare foto da un’altra prospettiva.

Distanza totale percorsa: 11,57

Dislivello positivo: 975 mt

Tempo movimento: 05:04:03

Commenti: paesaggisticamente bellissimo giro! Non particolarmente impegnativo, nè dal punto di vista tecnico, nè a livello fisico. Solo una cosa: se amate la pace, come me, evitate la domenica o partite molto presto.

Ghiacciaio del Careser e le 4 cime

Escursione effettuata: 5 settembre 2020

Localizzazione: Gruppo Ortles Cevedale, tra la Val di Rabbi e la Val di Peio

Premessa: questa è una di quelle escursioni in cui ho esagerato. E’ fisicamente molto molto pesante, sia per la lunghezza, sia per i vari sali e scendi. La rifarei domani perchè è splendida, ma non posso dire che sia per tutti.

Seconda premessa: sono partita dalla Val di Peio e questo ha allungato di molto il percorso. Partendo dalla Val di Rabbi sicuramente risulterebbe meno pesante, ma, purtroppo, io d’estate evito la salita verso il Rifugio Dorigoni per la troppa gente. Mi rovinerebbe la giornata.

Quindi, ho parcheggiato l’auto nel parcheggio nei pressi della Centrale elettrica di Malga Mare alle 6:15 ed ho iniziato ad incamminarmi per il sentiero nr. 123 che porta al lago del Careser, dove sono arrivata circa un’ora e mezza più tardi. Ho proseguito sul 123 e, al bivio col sentiero per il lago Nero, poco dopo, ho imboccato il nr. 104A, costeggiando il lago del Careser alla sua destra orografica.

Superato il lago ho proseguito dritto su un percorso sassoso. Ho lasciato, ad un certo punto, al bivio, il sentiero 104 che conduce alla Bocchetta di Lago Lungo e alle Pozze e mi sono diretta su un pendio che mi ha portato alle pendici del Ghiacciaio del Careser (dopo circa 3 h e 15 minuti dalla partenza).

Trovo, personalmente, che trovarsi su un ghiacciaio sia sempre una bella emozione, ma devo ammettere che ormai di questo povero Careser è rimasto gran poco purtroppo. Persone della Val di Rabbi mi avevano detto che anni fa era tutta un’altra cosa. Io stessa mi sono accorta di una sua riduzione già rispetto al 2019…che peccato! In ogni caso attraversarlo richiede abbastanza attenzione.

Una volta arrivata dalla parte della Val di Rabbi, alla Bocca di Saènt Sud (mt. 3121), la mia idea era ritentare di salire su una cima che l’anno precedente non ero riuscita a raggiungere causa mal tempo: la Rossa di Saènt (mt. 3347). Guardando quindi il ghiacciaio, mi sono diretta verso destra, passando prima dalla Cima Mezzena (mt. 3172).

Fino a qui tutto tranquillo. Non esiste, ovviamente, un vero sentiero, ma ci sono i soliti omini sparsi qua e là. Allora, diciamo che bene o male è fattibile, c’è un solo pezzetto con un piccolo salto che a me coi cani ha un pò creato ansia, anche perchè ho dovuto prenderli e portarli dall’altro lato io, in tutto ciò col vuoto sotto…

Verso la Cima Rossa di Saènt

Però ragazzi…ne è valsa la pena eccome! La vista da questa Cima è strepitosa: Val Martello, Val di Rabbi, Val di Peio, il Monte Cevedale, la Cima Sternai…per me è stata una gran bella soddisfazione!

Mi sarebbe piaciuto scendere dall’altro lato, dalla parte di Punta Martello, perchè avevo letto che era un percorso alternativo, ma in quel momento non me la sono sentita. Sono ritornata, quindi, sui miei passi fino alla Bocca, ma non ero ancora completamente soddisfatta. Così, invece di attraversare di nuovo il ghiacciaio, ho proseguito lungo la cresta, passando da Cima Careser ( mt. 3185) fino ad arrivare a Cima Campisol (mt. 3158) verso le 13.

Alle 14:20 ho fatto ritorno alla Bocca di Saènt Sud e poi ho iniziato la mia discesa, fermandomi a fare delle foto in una specie di laghetto proprio sotto al ghiacciaio dalla parte della Val di Peio.

Chi l’ha detto che non ci sono le spiagge a 3000 mt.???

Sono arrivata alla macchina alle 17:30.

Distanza totale percorsa: 23,70 km

Dislivello positivo: 1769 mt

Tempo movimento: 08:25:56

Commenti: è un giro spettacolare, con dei panorami da mozzare il fiato. Non richiede capacità tecniche/alpinistiche, nè attrezzatura (eventualmente, solo i ramponcini sul ghiacciaio, in certi tratti, per sentirsi più sicuri), però ti distrugge. Scendendo, soprattutto nel pezzo dal Lago del Careser alla Malga Mare, a tratti non ce la facevo più. Ero esausta e pareva non finire mai…

Bivacco Jack Canali

Escursione effettuata: 26 luglio e 04-05 agosto 2020

Localizzazione: Val di Bon, proseguimento della Valpiana (Ossana), Adamello – Presanella

Premetto subito: sono particolarmente ‘affezionata’ a questa escursione. Ho lasciato un pezzetto del mio cuore al Bivacco Jack Canali ed ora vi spiego perchè.

Il giorno 26 luglio decido di effettuare un’escursione partendo dalla Valpiana (sopra Ossana, Val di Sole), proseguendo per la Val di Bon ed il Lago Venezia. Avevo deciso di andare lì per una frase che avevo letto: ‘L’escursionista non chieda alla Val di Bon quello che la Val di Bon, fortunatamente, non può offrire. Nessuna strada e nessun impianto di risalita, ma nemmeno accessi agevoli e sentieri comodi. Incontrare anima viva lungo il percorso non è affatto scontato…’ era il MIO POSTO IDEALE!!!

Ho lasciato la macchina poco dopo il Capitello di Sant’Antonio in Valpiana (mt. 1200) e mi sono incamminata sulla strada che per un tratto coincide col sentiero nr. 216. Poi, ad un certo punto si deve tenere la sinistra, dove diventa ufficialmente sentiero, e ci si addentra nel bosco fino a quando non si arriva alla Piana di Bon (in poco più di un’ora), dove si trova il bivio per l’ex Baito Caldura. Dalla Piana in 20 minuti su un ripido pendio si raggiunge lo Stalon di Bon (comodo ed accogliente bivacco, mt.1850). Poco dopo aver percorso un breve tratto in salita si raggiunge la Val di Bon ed il sentiero si fa più pianeggiante. Camminando tra bassi cespugli di ontano, ginepro e rododendro, si raggiunge il Lago Venezia (mt. 2046). A seconda del periodo e delle piogge, ci si può trovare davanti effettivamente ad un lago, o, talvolta, ad una conca verde!

L’idea originaria era, una volta arrivata al lago, di proseguire sul sentiero nr. 216 ed andare verso il Passo Scarpacò. Per fortuna (dico ora), guardando verso il passo, ho notato sulla ripida parete una striscia di neve/ghiaccio che mi ha dissuaso dal procedere in quella direzione. Essendo presto, ho deciso di proseguire dritto verso il Bivacco Jack Canali sul sentiero nr. 216A. Diciamo che non si tratta esattamente di un sentiero…sono massi su cui bisogna spesso saltare prestando molta attenzione. I segni colorati su questi massi talvolta sono poco chiari, ma comunque non ci si può perdere perchè si deve andare sempre dritti. Alla fine di questo erto pendio di massi, si deve tenere la destra (c’è un cartello…lo dico con un pò di meraviglia, perchè lassù sembra proprio di essere ai confini della realtà…).

La segnaletica una volta arrivati in cima
Il sentiero sui massi

Sempre saltellando sui massi, alla fine, in lontananza si scorge il bivacco (dopo 3h – 3h e 1/2 di cammino). Ed io, giuro, me ne sono innamorata a prima vista!

Il bivacco (mt. 2480), del tipo a semibotte in lamiera color rosso, è dominato a SO dalla parete NE di Cima Scarpacò e si trova in uno splendido anfiteatro roccioso. E’ dedicato alla memoria della guida alpina Jack Canali, ucciso da una valanga vicino a Sestriere. Da lì in poi non ci sono più sentieri. Le traversate al Rifugio Denza e al Rifugio Segantini si svolgono su terreno libero e richiedono sicuramente una certa esperienza alpinistica.

Ho fatto qualche foto coi ragazzi e poi con calma (visto il percorso) sono tornata sui miei passi.

Nei giorni successivi ho pensato molto a quel bivacco e, alla fine, ho deciso di trascorrervi la notte del 4 agosto per poter vedere l’alba il giorno del mio compleanno (5). E’ stata una delle esperienze più belle della mia vita.

Il 4 era un martedì. Mi sono svegliata la mattina che stava nevicando poco sopra i 2000 mt. Ho pensato di dover abbandonare l’idea. Ho quindi preparato 2 zaini: uno per una semplice giornata di trekking, un altro con tutto il necessario per fermarmi la notte. Ho parcheggiato la macchina in Valpiana e, per ingannare il tempo (era mattina), mi sono diretta verso il Lago di Barco. Quanta acqua che veniva giù! Alle 13 ho fatto ritorno alla macchina e lì dovevo prendere una decisione. Poco prima avevo chiesto ad un gestore di una malga se secondo lui la neve era arrivata fino al bivacco. Lui mi aveva risposto che a suo parere era poco più su. Stava ancora piovendo, ma le previsioni per il giorno dopo davano sole pieno.

La Valpiana con le cime innevate nella notte

E niente. Ho cambiato zaino e coi ragazzi, sotto la pioggia, ci siamo avviati lungo il sentiero per il bivacco. Siamo arrivati su verso le 16 fradici…

Ho sistemato le cose in qualche modo e poi mi sono insultata per ore per aver portato via solo un paio di calze…si moriva dal freddo! Mi sono messa sotto 10 coperte immobile, con il Nano e Bruno che dormivano sotto di me. Eppure, nonostante questa situazione di disagio, guardavo fuori dalla finestra del bivacco e mi sentivo al settimo cielo.

Ad un certo punto si avvicinava l’ora di cena e mi sono decisa ad uscire (con una coperta sulle spalle ed i piedi dentro a dei sacchetti di plastica perchè avevo gli scarponi bagnatissimi e solo un paio di calze…). Mi è spuntato un sorriso enorme: il cielo si stava aprendo e c’era un tramonto spettacolare!

Sono rientrata contentissima, ho dato da mangiare ai ragazzi e ho divorato la mia simmenthal con i fagiolini (ovviamente cena sconsigliata da qualsiasi nutrizionista in questi casi…). Poi, non avendo tanto da fare, sono andata a dormire (alle 20…però lì ci sta tutta!), sperando di non dover andare al bagno di notte. Apro una parentesi: in nessun momento ho avuto paura, nè quella notte, nè in generale durante le mie escursioni. C’è da dire però che sono una donna sola con due cani e che mi trovavo in un bivacco a quasi 2500 mt circondato dal nulla (forse proprio per quello che non avevo paura!). L’idea di uscire in piena notte al buio, lo ammetto, un pò di timore me lo incuteva…

Sotto il peso di quelle 10 coperte, dopo un bel pò, alla fine sono riuscita ad addormentarmi. Che dire… a mezzanotte ho aperto gli occhi perchè dovevo andare al bagno!!! Ho iniziato a pensare che se non ci fossi andata non sarei più riuscita a dormire e, alla fine, mi sono fatta coraggio e, coi ragazzi a fianco, ho lentamente aperto la porta. E giuro avevo di fronte lo spettacolo più bello della mia vita! Il cielo più stellato che abbia mai visto. La luna splendente che illuminava a giorno le pareti di quelle meravigliose montagne che mi circondavano. Un silenzio irreale. Trattenevo il respiro, rapita da così tanta bellezza. Non sarei più rientrata. Penso ricorderò quel momento per sempre.

Sono tornata dentro al bivacco ed ero la persona più tranquilla al mondo. Ho dormito. Dire bene magari è un pò eccessivo (il peso di tutte quelle coperte mi impediva di muovermi), però ho dormito fino a quando è suonata la sveglia poco prima dell’alba. Mi sono preparata una tazza di caffè solubile, una pagnotta con una candelina sopra e mi sono augurata buon compleanno, spegnendo la candelina. Sono poi uscita ad ammirare quella meravigliosa alba che porterò per sempre nel cuore.

Lentamente ho poi raccolto le nostre cose, infilato gli scarponi ancora fradici, e mi sono avviata verso la parete di massi, girandomi ripetutamente a guardare il bivacco col sorriso stampato sulle labbra, giurando che sarei sicuramente tornata. E così sarà.

La mattina del mio compleanno mentre stavo per scendere

Distanza totale percorsa: 15,67 km

Dislivello positivo: 1310 mt

Tempo movimento: 06:39:12

Commenti: quello che penso di quest’escursione credo si sia chiaramente capito. Devo essere sincera: è veramente una valle fuori dal mondo ed il pezzo che va al bivacco non è tra i più semplici. Io ho vissuto una magnifica esperienza e, probabilmente, questo mi fa vedere il resto in una prospettiva diversa.

Informazione tecnica: c’è acqua vicino al bivacco (fondamentale).

Laghi di Strino e Monte Redival

Escursione effettuata: 20 settembre 2020

Localizzazione: Passo del Tonale, Monte Redival, Gruppo Ortles Cevedale

Ho parcheggiato sulla strada che porta al passo Tonale (bisogna arrivare prestino perchè i posti sono abbastanza limitati), pochi km dopo Vermiglio, a mt. 1587 ed imboccato la comoda strada forestale che conduce alla Malga Strino. Dalla malga finisce la strada e comincia il sentiero nr. 137 che in poco tempo conduce al Bait di Porzolain, dove c’è il bivio: a sinistra il sentiero nr. 137A che conduce alla Città Morta e a destra prosegue il 137. Devo dire che questo pezzo di sentiero (quello sotto ai laghetti per intenderci) l’ho trovato molto noioso. Per renderlo meno impegnativo probabilmente, si sale con larghissimi zig zag che a mio parere non finivano mai…

Una volta finito questo slalom, si incrocia sulla sinistra il sentiero nr. 161. Si prosegue sempre sul 137. In breve tempo si raggiunge una spianata, dove si abbandona il sentiero principale e ci si incammina sulla destra (verso il Monte Redival) ed in pochi minuti si arriva al lago di Strino Inferiore (mt. 2592). Poco più su, sempre direzione Redival, si trova quello Superiore (mt. 2601). Devo ammettere che sono proprio belli…hanno dei colori meravigliosi. Mi sono fermata tantissimo a fotografare quello superiore!

A questo punto si può scegliere tra 2 opzioni: la prima è proseguire col 137 e, una volta arrivati alla Bocchetta di Strino, dirigersi verso la vetta attraverso la cresta nord ovest, oppure proseguire sopra i laghetti e arrivare dalla cresta sud. Io ho optato per questa alternativa, perchè avevo letto che la cresta nord occidentale presenta alcuni passaggi di 1° grado e, avendo i ragazzi con me, devo sempre far in modo di evitare queste situazioni.

Salendo da quella parte ci si trova su una ripida parete di ghiaia, nella quale sono si presenti degli ometti, che però, appunto a causa di questa ghiaia, spesso si confondono. Infatti, ho perso quasi subito la traccia (scendendo si notano di più) e sono andata un pò ad intuito. Devo dire che è stata la mia fortuna, perchè mi è capitata una cosa che probabilmente non mi ricapiterà più: si è affiancato a noi un branco di stambecchi e abbiamo camminato in quel modo per un pò. Ad un certo punto ci siamo ritrovati sullo strabiombo col capobranco davanti a noi. Sono riuscita a fargli un video, che è stato poi fonte di molti commenti sui social. A tante persone è piaciuto, pochi, per fortuna, mi hanno dato dell’incosciente, dicendomi che avrebbe potuto farci del male. Sinceramente non mi ritengo un’incosciente. So riconoscere le situazioni di pericolo e, ancora oggi, affermo che non mi sono sentita in pericolo. Quell’animale non ha avuto un atteggiamento aggressivo nei nostri confronti. Ho guardato, in seguito all’episodio, vari video e lo vedi chiaramente un animale quando non ha belle intenzioni nei tuoi confronti. In ogni caso, non ho voluto sfidare oltre la sorte, e me ne sono andata, dirigendomi a nord verso la cresta.

L’incontro ravvicinato

Gli ultimi metri prima della croce bisogna prestare un pò di attenzione, ma per il resto non ci sono difficoltà.

Una volta in vetta (mt. 2973), capisci perfettamente come mai gli è stato dato quel nome: Re di Valle. Il panorama è spettacolare! Dalla Punta di Albiolo e Punta di Ercavallo, al Monte Palù e Cima Forzellina, Cima Boai, la catena San Matteo – Vioz ed il Gruppo Adamello – Presanella.

Io e i ragazzi in vetta

Dopo le foto di rito, sono scesa per lo stesso percorso della salita.

Distanza totale percorsa: 15,98 km

Dislivello positivo: 1386 mt

Tempo movimento: 05:22:07

Commenti: merita molto sia per i laghetti, sia per la vista spettacolare che si gode dalla cima. Volendo ci si può fermare ai laghi senza proseguire. Io ho impiegato 2 ore e un quarto per arrivarci e circa 45 minuti dai laghi alla vetta. Unico neo: quel pezzo a zig zag di cui parlavo prima che ho trovato lungo e noioso…

Le 3 cime – Lainert, Lac, Vesa – in versione (quasi) invernale

Escursione effettuata: 4 aprile 2021

Localizzazione: Catena delle Maddalene, tra la Val di Rabbi, la Val di Sole e la Val di Bresimo.

Domenica 4 aprile, domenica di Pasqua. La giornata promette benissimo. Causa zona rossa (Covid time), la scelta su come passarla è abbastanza limitata. Mi ritengo comunque molto fortunata ad avere delle così belle cime vicine. Anzi, a dire la verità, sono pure contenta di questa limitazione, perchè in questo periodo sto rivalutando tantissimo luoghi visti tempo fa e poi messi nel dimenticatoio. Come ho scritto su Instagram: spesso si va lontano in cerca di posti nuovi, dimenticando l’incanto che si ha sopra casa.

Parto con calma alle 7:25, anche perchè è da poco cambiata l’ora e fino alle 7 c’è ancora buio. Sono comunque sicura che non troverò nessuno. Infatti, a parte per il fatto che è Pasqua, c’è anche da dire che le Maddalene, nonostante si prestino molto all’escursionismo (per le loro caratteristiche geomorfologiche), non sono così frequentate a causa della vicinanza di gruppi montuosi molto più di moda.

Imbocco il sentiero nr. 117 (abbastanza ripido) poco sopra Ingenga (parto da un altitudine di 1250 mt circa) e mi avvio prima verso i Masi di Zora, poi verso i Masi Bretoni, dove c’è il bivio: a sinistra si va alla Malga Mondent, a destra alla Malga Cortinga. Da questo punto c’è ancora un bel pò neve (ma quanta ne è venuta quest’anno???), ma non servono nè ciaspole, nè ramponcini. E’ bella compatta, perchè la notte le temperature sono ancora abbastanza rigide. Si tratta di una strada forestale, che parte abbastanza dolce, ma poi la pendenza aumenta notevolmente.

Arrivo in un’ora e trenta alla Malga Cortinga di sotto (non so quali siano le tempistiche indicate, però considerate che l’ho fatta almeno 8/10 volte sulla neve in questo periodo di zona rossa). Tempo di farmi la classica foto nello specchio che c’è in cima la scala (ne avrò 500 tutte uguali…) e, poi, riparto per la Cortinga di sopra. 15 minuti dopo sono lì, ma non mi fermo e mi dirigo verso il Pass de l’Om (mt. 2331). E’ una bella salita, poi fatta con la neve…diciamo che devi avere un pò di allenamento.

Specchio della Malga Cortinga di sotto
Io ed i ragazzi al Pass de l’Om. A sinistra la Cima Lac

Arrivo verso le 10. Guardo un attimo lo spettacolo intorno a me e poi prendo la cresta verso sinistra che mi porta a Cima Lainert (mt. 2462), delle 3, la Cima più alta. Da quella parte, nonostante la neve, la cresta è molto facile. Inutile che vi dica che il panorama è spettacolare: da una parte la Val di Bresimo, dall’altra la bellissima Cima Lac e, dall’altra parte, ancora Cima Mandrie ed il resto della Catena delle Maddalene.

I nostri auguri di Pasqua da Cima Lainert
Io e Bruno romantici sulla Lainert
Le Maddalene e a sinistra Cima Mandrie dalla Lainert

Mi fermo un pò, a fare foto e video di auguri di buona Pasqua da pubblicare su Instagram…coi ragazzi, poco collaborativi, non è esattamente una cosa veloce. Poi si sta così bene, che a dir il vero sono tentata di terminare il mio giro e rimanere lì su al sole tranquilla. Invece, un fresco venticello mi convince a rimettermi lo zaino in spalle e tornare giù al Pass de l’Om.

Finchè scendo guardo la cresta verso Cima Lac ed inizio a fare varie considerazioni. E’ coperta di neve e non mi convince poi tanto. Decido di provare e, se mi trovassi in difficoltà, tornare indietro e tentare scendendo di quota (la settimana prima ero salita alla Lac tenendo tutta la destra dalla Cortinga di sopra, quello che sulla Tabacco è segnato come percorso scialpinistico).

Non è sicuramente facile come d’estate, ma vado avanti abbastanza tranquillamente. Ovvio, che quello che mi preoccupa di più sono i ragazzi vicini alla cresta, mi tremano le gambe, perchè dall’altra parte c’è il vuoto. Comunque, alla fine, trovo difficoltà solo in un punto largo un paio di metri pieno di neve ghiacciata e molto ripido. Decido di evitarlo, scendendo un bel pò dove si restringe notevolmente e con un salto riesco ad oltrepassarlo.

Passato questo pezzo, poi arrivo alla Lac (mt. 2439) facilmente. Anche qui il panorama mozza il fiato: la Val di Non, la Cima Vesa, le Dolomiti di Brenta, la Val di Sole e di fronte il Gruppo Vegaia-Tremenesca. Sono già le 12:45 e preferisco andare avanti e, se caso, fermarmi sulla Vesa.

I ragazzi su Cima Lac, da sinistra Cima Vesa, Dolomiti di Brenta e Val di Sole

5 minuti dopo sono sulla Vesa (mt. 2400). La vista è spettacolare, complice la bellissima giornata di sole.

Io sulla Vesa che ho trovato il lavoro della mia vita…
La vista spettacolare sulla Val di Sole e sulle Dolomiti di Brenta da Cima Vesa

Non c’è caldissimo. Il venticello iniziato sulla Lainert non ci ha più abbandonati. Ed è per questo che, alle 13:15, decido di scendere. A dir il vero sono anche un pò preoccupata, perchè la settimana precedente, venendo giù da lì, c’era la neve molto alta che a quell’ora era diventata tanto morbida e non è stato semplice venirne fuori. Invece, questa domenica ci si scivolava sopra ed io e i ragazzi siamo venuti giù praticamente correndo. Quanto ho riso!

Scendendo di corsa dalla Lac

Arrivata alla Cortinga di sopra ho messo per terra il raincoat e ci siamo fatti un mezzo pisolino. Mi sono comunque tenuta la giacca invernale perchè il fondo era freddo, ma al sole si stava bene.

Ci siamo poi incamminati con calma e siamo arrivati al punto di partenza alle 16:30.

Distanza totale percorsa: 15,05 km

Dislivello positivo: 1258 mt

Tempo movimento: 05:09:36

Commenti: Pasqua meravigliosa! Devo dire che io ho molta molta simpatia per le Maddalene. Sono montagne relativamente facili (per quanto, secondo me, in montagna non esista nulla di facile, ma bisogna sempre prestare molta attenzione), ma che ti regalano panorami magnifici. Questa era la prima volta che le facevo con la neve e, ammetto, che fatte con la neve sono ancora più belle! Volendo si può salire dalla località Banchje nel paese di Terzolaz in Val di Sole. Si procede verso il Malghet Aut e poi verso i Pozzoni (bellissima vista sulla Val di Sole ed il Cimon di Bolentina). Da qui, tenendosi sulla sinistra dalla parte della Val di Rabbi, si arriva alla Vesa. Da questa parte il sentiero è molto ripido ed il dislivello è di 1566 mt.

P.s. causa neve, d’inverno la strada di Ingenga da un certo punto non è più praticabile con l’auto, ma d’estate, invece, si può parcheggiare (arrivando presto perchè i posti sono pochi) dopo i Masi di Zora, evitando così un bel pezzo di strada a piedi.

Un’estate da dimenticare

Ieri mattina mi trovavo a leggere l’ultimo numero della rivista Montagne360 del Club Alpino Italiano. Mi è piaciuto molto un articolo intitolato ‘Se la Montagna parlasse’, dove l’autore immagina un’intervista alla Montagna.

Cito: “…Poi sulle mie terre c’è stato un progressivo spopolamento dell’uomo. Da quel momento ho sentito sempre ripetere la stessa parola: Covid… ….Dal quel momento in poi ho visto più animali e meno uomini. Non accadeva da tantissimo tempo. Pensavo che forse, nel nostro rapporto, qualcosa stava cambiando davvero. Poi è arrivata l’estate e ho dovuto ricredermi. All’improvviso c’erano più umani di prima. Tutti insieme, tutti nello stesso momento. Umani che si sono riversati nelle mie vallate e sui miei rilievi in modo assai irrispettoso. Hanno lasciato vistose tracce del loro passaggio e della loro permanenza. Ma tu lo sai quanto tempo ci mette una bottiglia di plastica a decomporsi?…”.

Gran bella domanda…immaginavo tanto, ma non sapevo con precisione. Ci mette 400/450 anni…un’infinità! E sapete quante ne ho viste quest’estate sulle nostre amate montagne? Centinaia. Insieme a sacchetti della spesa, forchette, mascherine, mozziconi di sigarette.

Io non sono una fissata con differenziata, ambiente, ecc., però, senza che diventi un’ossessione, ci sto attenta. E se prima di buttare una cartina per terra in città ci penso migliaia di volte, non vi dico in Montagna. Nutro un profondo rispetto per ‘Lei’, anche perchè sono convinta che se tu rispetti Lei, Lei rispetterà te.

Quindi, inutile che vi dica, l’amarezza e l’avvilimento che ho provato durante l’estate 2020. A causa di questo maledetto Covid, flotte di persone che mai ci erano state in vita hanno invaso le nostre amate montagne. E, a causa della loro ignoranza, ne hanno fatte di ogni…

Ok, io non amo la ressa, soprattutto in Montagna. Scelgo sempre escursioni in luoghi poco battuti, proprio per evitare di incontrare persone. Questo è il mio modo di vivere la Montagna. Sono consapevole, però, che in certi periodi dell’anno, giustamente, essa venga goduta anche da tanti altri amanti ed appassionati. Ma sta proprio in questo la differenza: che gli amanti ed appassionati la rispettano. Ovvio che in agosto si trovi un pò di sporcizia in giro, è fisiologico. Su tanta gente, qualcuno che spicca in senso negativo c’è sempre. Il guaio però dell’estate scorsa è che una percentuale altissima ha spiccato in senso negativo. Questo perchè, pur di ‘andare’, si sono trovati in una realtà nuova per loro, ma soprattutto che non amavano. E le conseguenze sono state: immondizia ovunque, funghi e fiori strappati e gettati, sentieri devastati, urla a non finire, nemmeno un cenno di saluto. Una maleducazione pazzesca.

Per tutto il tempo dell’alta stagione, sono partita per le mie escursioni prima che sorgesse il sole e tornata quando già si stava facendo buio. Ho evitato, per quanto possibile, percorsi in cui erano presenti rifugi, e sono scappata sulle alte montagne, dove incontrare qualcuno era assai difficile, ma quando succedeva ero sicura fossero persone innamorate di quell’ambiente come me. Persone che, e questo è il bello della Montagna, non avevi mai incontrato, ma che sembrava conoscessi da sempre, perchè accumunate dalla stessa passione. Persone con cui scambiarsi sorrisi e battute quasi sottovoce, per non disturbare quella meravigliosa atmosfera di pace e serenità che solo la Montagna sa regalarti.

Ecco perchè il mio augurio, prima di tutto per la Montagna e, poi, per tutti noi amanti, è che il 2021 riporti ognuno ‘al suo posto’. Spero l’estate prossima di poterla rivedere pulita, silenziosa, incantata e che torni al suo massimo splendore, grazie soprattutto a persone che la rispettano veramente.

Buon 2021 e buone escursioni a tutti!

Val Meledrio

Cima Loverdina, Malga Flavona, Passo della Gaiarda

Escursione effettuata: 29 novembre 2020

Localizzazione: Dolomiti di Brenta nord orientali, Val di Non.

Ho parcheggiato l’auto nel piccolo parcheggio che si trova poco prima della Malga d’Arza (mt. 1507) e alle 7:20 mi sono incamminata.

Ho preso il sentiero nr. 330 e in un’ora ho raggiunto la Malga Termoncello (mt. 1852). Proprio di fronte la Malga si vede chiaramente la Cima Loverdina.

Il sentiero è segnato (è il numero 339) e abbastanza ripido. Comunque, con passo molto tranquillo, in 40 minuti sono arrivata alla Cima (mt. 2237). Il panorama sulla Val di Non e sul Lago di Tovel è meraviglioso. Poi devo ammettere che ho avuto la fortuna di trovare una giornata spettacolare.

Dopo aver fatto qualche foto, mi sono presa 5 minuti per decidere il da farsi. L’idea originaria era quella di fare un anello con la Malga Flavona. Purtroppo, in questo periodo, a causa della neve, non è sempre possibile effettuare l’escursione studiata. E’ per questo che bisogna sempre aver pronte alternative. Ho escluso, però, subito il sentiero 339, cioè quello che porta al lago di Tovel. Per quanto fosse fine novembre, era sempre domenica e il lago è iper affollato. Ho pensato, quindi, di proseguire col sentiero nr. 330 fino ad incontrare il 369. Il sentiero è molto piacevole, però sempre sempre all’ombra ed iniziavo un pò a congelarmi. Si arriva dopo 20 minuti in Val Strangola, dove c’è appunto il bivio col 339 che scende al Lago di Tovel e, dopo altri 40 minuti, in val Scura dove parte il 369. Sinceramente non me la sono sentita di prenderlo. A parte per la neve non battuta, ma era completamente all’ombra anche questo. Ho, quindi, abbandonato l’idea dell’anello e ho proseguito col 330 verso Malga Flavona…ma soprattutto verso il sole.

Sono arrivata a Malga Flavona (mt.1860), dopo una breve pausa per una merenda, alle 12.

Ormai penso sia abbastanza chiaro quanto io non sopporti la gente quando sono in montagna…ecco lì alla malga c’era il mondo. Ho fatto un paio di calcoli: tirandola un pò, fino alle 17 avrei avuto luce. Non potevo tornare indietro a mezzogiorno. Primo perchè era presto per me, secondo perchè avrei trovato un sacco di persone lungo il cammino. Ecco perchè ho deciso di incamminarmi verso il Campo Flavona, concedendomi un’ora di tempo (dalla Flavona danno 2 h e 50 min per la Malga d’Arza, tornando alle 14 alla Flavona, avrei dovuto essere alla d’Arza a 10 minuti alle 17…).

Il paesaggio è veramente veramente bello. Ho fatto un sacco di foto, anche perchè c’eravamo solo io e i ragazzi. In tutto ciò continuavo ad andare avanti, nonostante fossero ormai quasi le 13…

Alla fine, mi sono trovata sotto il Passo della Gaiarda. L’ho guardato e mi sono detta: ‘Vabbè, ormai sono qui, come posso non salire???’…

Per farla breve, sono arrivata su al Passo (mt. 2242) alle 13:35, non ho fatto neppure una foto perchè ho realizzato quanto tardi fosse e ho iniziato a scendere alla velocità della luce. Tornerò sicuramente con la bella stagione perchè la vista è veramente bella e devo fare assolutamente delle foto!

Sono tornata alla Malga Flavona alle 14:20…e non c’era più nessuno come volevo 😉

Malga Flavona al ritorno

Da lì ho ripreso il sentiero nr. 330. Devo dire che, sia per la stanchezza, sia un pò per il pensiero che si facesse buio, il ritorno mi è parso interminabile. Quando alle 15:50 ho rivisto in lontananza la Malga Termoncello mi sono rincuorata, anche perchè c’era un tramonto stupendo. Ho ripercorso il sentiero fino alla Malga d’Arza, dove ho incontrato un ragazzo che mi ha detto: ‘Ma l’hai vista la luna?’. Mi sono girata e c’era questa palla grandissima gialla fosforescente su uno sfondo rosa/rosso che mi ha lasciata senza parole. Peccato io sia pessima a fotografare la luna…

Alle 16:42, meglio di ogni previsione, sono arrivata alla macchina.

Distanza totale percorsa: 25,60 km

Dislivello positivo: 1461 mt

Tempo movimento: 8:06:00

Commenti: ammetto che non sono rimasta soddisfatta da questo giro, ma la colpa è mia. Non ho considerato la neve, la popolarità del luogo, le poche ore di luce. Il panorama è meraviglioso e desidero assolutamente tornarci. Però la prossima volta voglio essere più organizzata ed avere la possibilità ed il tempo di fare l’anello come avevo in mente di fare. Cima Loverdina a mio parere è bellissima, sia proprio per la cima in sè come è fatta, sia per la vista.

Anello Rifugio Predaia – Corno di Tres – Testa Nera – Monte Roen – Malghe di Coredo Vecchia e Nuova

Escursione effettuata: 22 novembre 2020

Localizzazione: altopiano della Predaia, tra la Val di Non e la Val d’Adige, sui Monti d’Anaunia.

Ho parcheggiato l’auto nel parcheggio vicino il Rifugio Predaia Ai Todes’ci. Alle 7:23 ho imboccato il sentiero nr. 503 in direzione della Malga Rodeza o di Tres, dove sono arrivata 30 minuti più tardi.

Ho proseguito sul 503, che è in buona parte una stradina (solo verso la fine diventa sentiero) e alle 8:30 sono arrivata al Corno di Tres (mt. 1812). La vista è una meraviglia e, con la sua rosa dei venti, si può facilmente riconoscere le cime che ci circondano.

Ho poi preso il sentiero nr. 500, il famoso sentiero Italia, che coi suoi 7000 km di lunghezza collega le Alpi agli Appenini. Segue interamente la cresta tra la Val di Non e la Val d’Adige. E’ tutto un sali e scendi, ma con un panorama stupendo. Si passa dal Passo Predaia (mt. 1639), dal capitello di Santa Barbara (mt. 1689), dalla baita Kuhleger (sempre aperta), da Coste Belle (mt. 1811), dal Grauner Joch (Passo di Coredo mt. 1796), fino ad arrivare, dopo un’ora circa, alla Bocca di Val Calana (mt. 1844).

Dalla Bocca poi il sentiero si fa più ripido ed in 15 minuti scarsi si raggiunge la Cima Testa Nera (Schwarzer Kopf, mt. 2030), detta anche Grande Cerva. Insieme al Monte Roen, è tra le cime della Costiera della Mendola che toccano i 2000 mt. Si trova al di sopra del paese di Termeno sulla Strada del Vino e la vista sulla Bassa Atesina e sul lago di Caldaro è spettacolare. La croce di vetta (altissima) si trova 50 mt. sotto la vera e propria cima, in modo da renderla visibile anche dalla Valle dell’Adige.

Dalla Testa Nera si prosegue sempre sul sentiero 500 fino ad arrivare al Monte Roen. Questo pezzo di sentiero mi ha ricordato molto il Monte Carega (per chi lo conoscesse), caratterizzato da sassi e pini mughi.

Ho raggiunto la croce di vetta del Monte Roen alle 12:10 (considerate 40 minuti tra le 2 cime). Qui mi sono fermata molto molto poco. Purtroppo è una meta gettonatissima in qualsiasi stagione. Ci sono però tornata la mattina dopo, il lunedì, salendo dalla Malga di Romeno. Ma questa è un’altra escursione!

Ho ripercorso poi a ritroso il sentiero 500 fino alla Bocca di Val Calana e, da qui, ho imboccato il sentiero nr. 501 in direzione della Malga di Coredo Vecchia (mt. 1624). Devo dire che sia per la pendenza, sia per i sassi, l’ho trovato un pò spacca ginocchia. Comunque in 20 minuti si arriva alla Malga, quindi abbastanza velocemente.

Malga di Coredo Vecchia

Dalla Malga Vecchia, attraverso una noiosa forestale all’ombra, in poco meno di un’ora ho raggiunto la Malga Nuova di Coredo (mt. 1579). Lato positivo che, dalla Bocca di Val Calana fino alla Malga Nuova, non ho trovato anima viva.

Malga di Coredo Nuova

Da qui, il sentiero nr. 501 diventa una strada secondaria, che si ricollega al 503 poco prima di arrivare al Rifugio Predaia Ai Todes’ci. Sono salita in macchina di corsa (visto le centinaia di persone e macchine) alle 15:25.

Rifugio Predaia Ai Todes’ci

Distanza totale percorsa: 25,17 km

Dislivello positivo: 1294 mt.

Tempo movimento: 07:02.20

Commenti: bello bello bello! Fatelo! Il sentiero è uno spettacolo, segnato bene, molto soleggiato ed offre un panorama da mozzare il fiato. Lo vorrei rifare un giorno infrasettimanale ad inizio estate. Devo, però, ad onor del vero, segnalare due aspetti negativi. Primo: non guardate i tempi di percorrenza segnati sui cartelli. Mi davano 3 h e 10′ per arrivare al Monte Roen e, dopo mezz’ora di cammino, mi davano…ancora 3 h e 10’…Secondo, molto ma molto più importante: non troverete acqua da nessuna parte fino alla Malga di Coredo Vecchia. Io ho finito la mia e poi avevo una mela (che un pò la sete te la toglie), ma per i ragazzi non ho pensato. Per fortuna abbiamo trovato neve ovunque e ne abbiamo approfittato tutti e 3…

Anello Monte Cengledino, Laghi di Valbona, Bocchetta Valsorda

Escursione effettuata: 15 novembre 2020

Localizzazione: ci troviamo sopra a Tione di Trento, in quella zona compresa tra la Valle di Breguzzo e la Valle di San Valentino.

Spesso e volentieri, al termine delle mie escursioni, mi ritrovo a dire, concedetemi il termine, ‘Oggi ho fatto una cazzata’, ma questa volta l’ho fatta talmente grossa, che non avevo perfino il fiato di commentare…talmente tanta era l’adrenalina, che non ho dormito la notte…

Ma andiamo con ordine.

Alle 5:45 io e i ragazzi, il Nano e Bruno, partiamo da casa in Val di Rabbi per raggiungere la località Zeller sopra a Tione di Trento. In teoria saremmo dovuti arrivare poco dopo le 7, in pratica, colpa del navigatore (io mi chiedo perchè continuo ad usarlo, quando son sicura che con la mia testolina ci arriverei meglio…),  abbiamo perso una mezz’ora buona. Abbiamo avuto, però, la fortuna che la strada di accesso alla località Zeller fosse chiusa e che avessero concesso la veicolarità della strada per la Malga Cengledino, dove ho, infatti, parcheggiato.

Malga Cengledino

Alla fine della fiera, ci siamo incamminati che erano ormai le 8. Ho preso il sentiero nr. 225, che porta ai Laghi di Valbona, ma dopo 15 minuti scarsi, l’ho lasciato per prendere il nr. 235A verso il Monte Cengledino ( Campantich, mt. 2137), dove siamo arrivati poco prima di un quarto alle 9. Se escludiamo la brutta antenna vicina alla croce, che comunque, con un pò di manovre, può essere lasciata fuori dalle foto, il panorama è spettacolare (Val Rendena, Gruppo di Brenta, Carè Alto, Gruppo delle Alpi di Ledro). La calda e soleggiata domenica di novembre, poi, ha reso il tutto ancora più bello.

Dopo le foto di rito, ho proseguito lungo il sentiero nr. 235, col quale si arriva ai Laghi di Valbona percorrendo tutta la cresta. Da qualche parte avevo letto che si doveva prestare attenzione, perchè si trattava di una ‘cresta aerea’. Allora, questo è uno dei motivi per cui ho deciso di creare questo blog. Partiamo dal presupposto che tutte le creste, in quanto creste, sono aeree. I lati possono essere più o meno ripidi e la cresta più o meno larga ed è questo che le rende più o meno pericolose. A parer mio, avendone fatte ben di peggio, questa cresta è molto tranquilla. Io me la sono proprio goduta,  senza il minimo timore, neppure per i miei cani (solitamente sono loro la mia fonte di ansia…).

Siamo arrivati ai Laghi superiori di Valbona alle 10, quindi dopo un’oretta.

A questo punto, la mia idea originaria era dirigermi verso la Bocchetta di Laghisol e, compatibilmente con la neve, proseguire poi verso la Bocchetta di Valsorda e il bivacco Cunella. Ho dato un’occhiata al percorso è mi è parso abbastanza pulito e, così, ho imboccato il sentiero nr. 225 e, verso le 11, sono arrivata alla Bocchetta di Laghisol (mt. 2410). La vista da qui mozza il fiato. Da un lato il Monte Cengledino con la lunga cresta e i laghi di Valbona, dall’altro il lago Laghisol.

Ho guardato il sentiero verso la Bocchetta di Valsorda (il cartello mi dava come tempo di percorrenza 15 min.) e si, c’era della neve, ma anche delle impronte, quindi qualcuno era già passato. Avevo letto che un pezzetto era attrezzato, ma guardando le foto in internet pareva si trattasse solo di due assi di legno attaccate alla roccia con la corda metallica. Nulla di chè apparentemente, avrebbero potuto farcela anche i ragazzi. Quindi sono partita. Allora: in realtà ce ne sono molti pezzi attrezzati, non solo quello. Ho tribolato un poco a causa della neve e aiutato i ragazzi un paio di volte e, mentre andavo avanti, speravo sinceramente di non dover tornare indietro da lì. Però, grazie alla corda metallica a cui aggrapparsi, si va via bene (se non c’è neve, penso sia molto facile).

Alle 11:40 sono arrivata alla Bocchetta di Valsorda. E lì ho avuto una brutta sorpresa: il lato di là era completamente in ombra, quasi verticale e con un sacco di neve. Devo dire che ho iniziato a preoccuparmi. Onestamente non me la sentivo di tornare indietro e, vedendo delle impronte sulla neve, mi sono fatta forza e ho proseguito. Se non ci fossero state quelle impronte, chissà dove sarei adesso…non vedevo più bandierine…                 Ci sono altri due/tre punti attrezzati anche da quel lato.

Beh, giuro non finiva più. Ero completamente in ombra, su una parete quasi verticale e non avevo la minima idea di dove mi trovassi. Alla fine, in qualche modo sono riuscita a seguire il sentiero e, ad un certo punto, ho visto in lontananza un cartello. Non mi pareva vero, sembrava un miraggio…Per arrivarci bisogna superare una pietraia. Il problema con la neve, rimane sempre quello che non vedi le bandierine. Ed, infatti, mi sono trovata a saltare ed arrampicare tra pietre e buchi. Quando alla fine sono riuscita ad andare oltre, mi sono accorta che non c’era più Bruno. Subito lo sentivo piangere e poi più niente. Mi è preso il panico ed ho iniziato ad urlare come una pazza, tornando indietro. Ho passato la mezz’ora peggiore degli ultimi tempi, ma poi per fortuna l’ho visto in lontananza bloccato su un sasso e sono andata a recuperarlo. Alla fine siamo arrivati al famoso cartello che erano le 13:30 passate. Ho abbandonato l’idea di continuare per il bivacco Cunella (da lì segnava 30 min di percorrenza) e ho preso il sentiero nr. 261 per Malga Geredol. Scendendo di altitudine, la neve diminuiva e il sentiero era, ghiacciato, ma ben visibile. Siamo arrivati alla Malga alle 14:45. Lì mi attendeva una bella sorpresa: un cartello che segnalava il sentiero nr. 263 (quello che dovevo prendere) inagibile.

Malga Geredol

Ho ignorato la cosa, perchè sicuramente non potevo tornare indietro, nè proseguire col 261 che mi avrebbe portato nella Valle di San Valentino. Fortuna ha voluto che non ci fossero intralci e, dopo 40 minuti abbiamo raggiunto Malga Rosa. Ho accelerato di molto il passo e in 25 minuti, tramite strada sterrata e sentiero, sono arrivata a malga Stablo Marcio (mt. 1720).

Ho letteralmente volato sul sentiero nr. 225A e in poco più di 20 minuti sono giunta a Malga Cengledino (mt. 1669) appena prima che iniziasse a fare buio (alle 16:35). Come tempi di percorrenza dalla Malga Stablo Marcio danno 1 ora, ma sinceramente mi sembra un pò eccessivo.

Distanza totale percorsa: 16,40 km

Dislivello positivo: 1237 mt.

Tempo movimento: 6:54:25

Commenti: che dire…la prima parte splendida: paesaggi meravigliosi, sentieri facili, sole. La seconda parte…non la commento. Colpa mia in ogni caso, che talvolta sono un’incosciente. Comunque, non vedo l’ora sia inizio estate per rifare quest’anello (bivacco Cunella incluso), perchè penso meriti veramente.