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Bivacco Jack Canali

Escursione effettuata: 26 luglio e 04-05 agosto 2020

Localizzazione: Val di Bon, proseguimento della Valpiana (Ossana), Adamello – Presanella

Premetto subito: sono particolarmente ‘affezionata’ a questa escursione. Ho lasciato un pezzetto del mio cuore al Bivacco Jack Canali ed ora vi spiego perchè.

Il giorno 26 luglio decido di effettuare un’escursione partendo dalla Valpiana (sopra Ossana, Val di Sole), proseguendo per la Val di Bon ed il Lago Venezia. Avevo deciso di andare lì per una frase che avevo letto: ‘L’escursionista non chieda alla Val di Bon quello che la Val di Bon, fortunatamente, non può offrire. Nessuna strada e nessun impianto di risalita, ma nemmeno accessi agevoli e sentieri comodi. Incontrare anima viva lungo il percorso non è affatto scontato…’ era il MIO POSTO IDEALE!!!

Ho lasciato la macchina poco dopo il Capitello di Sant’Antonio in Valpiana (mt. 1200) e mi sono incamminata sulla strada che per un tratto coincide col sentiero nr. 216. Poi, ad un certo punto si deve tenere la sinistra, dove diventa ufficialmente sentiero, e ci si addentra nel bosco fino a quando non si arriva alla Piana di Bon (in poco più di un’ora), dove si trova il bivio per l’ex Baito Caldura. Dalla Piana in 20 minuti su un ripido pendio si raggiunge lo Stalon di Bon (comodo ed accogliente bivacco, mt.1850). Poco dopo aver percorso un breve tratto in salita si raggiunge la Val di Bon ed il sentiero si fa più pianeggiante. Camminando tra bassi cespugli di ontano, ginepro e rododendro, si raggiunge il Lago Venezia (mt. 2046). A seconda del periodo e delle piogge, ci si può trovare davanti effettivamente ad un lago, o, talvolta, ad una conca verde!

L’idea originaria era, una volta arrivata al lago, di proseguire sul sentiero nr. 216 ed andare verso il Passo Scarpacò. Per fortuna (dico ora), guardando verso il passo, ho notato sulla ripida parete una striscia di neve/ghiaccio che mi ha dissuaso dal procedere in quella direzione. Essendo presto, ho deciso di proseguire dritto verso il Bivacco Jack Canali sul sentiero nr. 216A. Diciamo che non si tratta esattamente di un sentiero…sono massi su cui bisogna spesso saltare prestando molta attenzione. I segni colorati su questi massi talvolta sono poco chiari, ma comunque non ci si può perdere perchè si deve andare sempre dritti. Alla fine di questo erto pendio di massi, si deve tenere la destra (c’è un cartello…lo dico con un pò di meraviglia, perchè lassù sembra proprio di essere ai confini della realtà…).

La segnaletica una volta arrivati in cima
Il sentiero sui massi

Sempre saltellando sui massi, alla fine, in lontananza si scorge il bivacco (dopo 3h – 3h e 1/2 di cammino). Ed io, giuro, me ne sono innamorata a prima vista!

Il bivacco (mt. 2480), del tipo a semibotte in lamiera color rosso, è dominato a SO dalla parete NE di Cima Scarpacò e si trova in uno splendido anfiteatro roccioso. E’ dedicato alla memoria della guida alpina Jack Canali, ucciso da una valanga vicino a Sestriere. Da lì in poi non ci sono più sentieri. Le traversate al Rifugio Denza e al Rifugio Segantini si svolgono su terreno libero e richiedono sicuramente una certa esperienza alpinistica.

Ho fatto qualche foto coi ragazzi e poi con calma (visto il percorso) sono tornata sui miei passi.

Nei giorni successivi ho pensato molto a quel bivacco e, alla fine, ho deciso di trascorrervi la notte del 4 agosto per poter vedere l’alba il giorno del mio compleanno (5). E’ stata una delle esperienze più belle della mia vita.

Il 4 era un martedì. Mi sono svegliata la mattina che stava nevicando poco sopra i 2000 mt. Ho pensato di dover abbandonare l’idea. Ho quindi preparato 2 zaini: uno per una semplice giornata di trekking, un altro con tutto il necessario per fermarmi la notte. Ho parcheggiato la macchina in Valpiana e, per ingannare il tempo (era mattina), mi sono diretta verso il Lago di Barco. Quanta acqua che veniva giù! Alle 13 ho fatto ritorno alla macchina e lì dovevo prendere una decisione. Poco prima avevo chiesto ad un gestore di una malga se secondo lui la neve era arrivata fino al bivacco. Lui mi aveva risposto che a suo parere era poco più su. Stava ancora piovendo, ma le previsioni per il giorno dopo davano sole pieno.

La Valpiana con le cime innevate nella notte

E niente. Ho cambiato zaino e coi ragazzi, sotto la pioggia, ci siamo avviati lungo il sentiero per il bivacco. Siamo arrivati su verso le 16 fradici…

Ho sistemato le cose in qualche modo e poi mi sono insultata per ore per aver portato via solo un paio di calze…si moriva dal freddo! Mi sono messa sotto 10 coperte immobile, con il Nano e Bruno che dormivano sotto di me. Eppure, nonostante questa situazione di disagio, guardavo fuori dalla finestra del bivacco e mi sentivo al settimo cielo.

Ad un certo punto si avvicinava l’ora di cena e mi sono decisa ad uscire (con una coperta sulle spalle ed i piedi dentro a dei sacchetti di plastica perchè avevo gli scarponi bagnatissimi e solo un paio di calze…). Mi è spuntato un sorriso enorme: il cielo si stava aprendo e c’era un tramonto spettacolare!

Sono rientrata contentissima, ho dato da mangiare ai ragazzi e ho divorato la mia simmenthal con i fagiolini (ovviamente cena sconsigliata da qualsiasi nutrizionista in questi casi…). Poi, non avendo tanto da fare, sono andata a dormire (alle 20…però lì ci sta tutta!), sperando di non dover andare al bagno di notte. Apro una parentesi: in nessun momento ho avuto paura, nè quella notte, nè in generale durante le mie escursioni. C’è da dire però che sono una donna sola con due cani e che mi trovavo in un bivacco a quasi 2500 mt circondato dal nulla (forse proprio per quello che non avevo paura!). L’idea di uscire in piena notte al buio, lo ammetto, un pò di timore me lo incuteva…

Sotto il peso di quelle 10 coperte, dopo un bel pò, alla fine sono riuscita ad addormentarmi. Che dire… a mezzanotte ho aperto gli occhi perchè dovevo andare al bagno!!! Ho iniziato a pensare che se non ci fossi andata non sarei più riuscita a dormire e, alla fine, mi sono fatta coraggio e, coi ragazzi a fianco, ho lentamente aperto la porta. E giuro avevo di fronte lo spettacolo più bello della mia vita! Il cielo più stellato che abbia mai visto. La luna splendente che illuminava a giorno le pareti di quelle meravigliose montagne che mi circondavano. Un silenzio irreale. Trattenevo il respiro, rapita da così tanta bellezza. Non sarei più rientrata. Penso ricorderò quel momento per sempre.

Sono tornata dentro al bivacco ed ero la persona più tranquilla al mondo. Ho dormito. Dire bene magari è un pò eccessivo (il peso di tutte quelle coperte mi impediva di muovermi), però ho dormito fino a quando è suonata la sveglia poco prima dell’alba. Mi sono preparata una tazza di caffè solubile, una pagnotta con una candelina sopra e mi sono augurata buon compleanno, spegnendo la candelina. Sono poi uscita ad ammirare quella meravigliosa alba che porterò per sempre nel cuore.

Lentamente ho poi raccolto le nostre cose, infilato gli scarponi ancora fradici, e mi sono avviata verso la parete di massi, girandomi ripetutamente a guardare il bivacco col sorriso stampato sulle labbra, giurando che sarei sicuramente tornata. E così sarà.

La mattina del mio compleanno mentre stavo per scendere

Distanza totale percorsa: 15,67 km

Dislivello positivo: 1310 mt

Tempo movimento: 06:39:12

Commenti: quello che penso di quest’escursione credo si sia chiaramente capito. Devo essere sincera: è veramente una valle fuori dal mondo ed il pezzo che va al bivacco non è tra i più semplici. Io ho vissuto una magnifica esperienza e, probabilmente, questo mi fa vedere il resto in una prospettiva diversa.

Informazione tecnica: c’è acqua vicino al bivacco (fondamentale).

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Chiedimi perchè vado in montagna…

Scendo dalla macchina. Apro il bagagliaio a Bruno e la portiera posteriore al Nano. Recupero lo zaino (preparato con cura la sera precedente) dal sedile del passeggero, prendo il cellulare, avvio l’app col gps, lo metto in tasca e spero che a breve non ci sia più segnale.
È domenica, poco prima delle 6. La sveglia è stata alle 4 e 30, come tutte le altre domeniche. Dò una rapida occhiata al sentiero che dovrò prendere, bacio la catenina che ho al collo dove è inciso il nome del mio angelo custode e dico: ‘Pensaci tu a noi 3 disperati’. Ed inizio a camminare.
Mi chiamo Carlotta e tra meno di un mese compirò 44 anni. Lavoro dal lunedì al venerdì a Verona ed il sabato ‘scappo’ in Val di Rabbi, dove vorrei vivere sempre.
Nella mia testa c’è un sovraffollamento di pensieri accumulati durante la settimana, alcuni gradevoli, altri più spiacevoli.
Sono talmente assorta che non mi rendo conto di ciò che mi circonda.
Pian piano inizio a salire e i pensieri iniziano ad annebbiarsi. Mi fermo. Osservo le cime di fronte a me, mettendo a fuoco quale sarà la mia meta. Dico a me stessa: ‘Non devi arrivarci per forza. Se non te la senti puoi tornare indietro’. Ma in cuor mio so che non accadrà. Non mollerò, sono fatta così. Avessi avuto questa tenacia in altre cose, chissà dove sarei adesso..
Mi giro verso est e mi incanto per un minuto a guardare il sole che fa capolino da dietro le montagne. Sorrido e sussurro: ‘Buongiorno’ rivolgendomi alla Montagna.
Riprendo il mio cammino. Ora la mia mente è vuota.
Presto attenzione ai miei passi sul sentiero, intorno a me il silenzio più totale. Ascolto il mio respiro farsi via via più regolare.
Ogni tanto sussulto al fischio di qualche marmotta. Guardo i ragazzi partire alla velocità della luce e penso: ‘Siete proprio dei pirlini, tanto sapete che non la prenderete mai. Risparmiate il fiato, che la strada è lunga’.
Continuo a salire, non correndo, con calma. Voglio godermi tutto. Supero i 2000 mt, me ne accorgo perchè gli alberi iniziano a diradarsi e gli spazi si fanno più aperti. Amo la montagna in generale, ma il mio ‘habitat’ è sopra ad una certa altitudine, dove prevale la roccia.
Non faccio soste, preferisco arrivare alla meta.
Più mi avvicino alla cima, più inizio ad osservare il sentiero o la traccia che devo percorrere. Spesso capita che mi dica: ‘Non ce la fai, è impossibile’. Ma vado avanti, un passo dietro l’altro. Mi aggrappo a qualche sporgenza rocciosa, non guardo giù. Mi giro verso i miei cani. Le volte che mi prende un pò d’ansia è solo per loro. Talvolta li aiuto, li tiro su in qualche passaggio dove non ce la fanno. Loro sanno quando è il momento di farsi aiutare. Li mando avanti, ma poi si fermano e mi aspettano.
Il mio cuore batte velocemente, l’adrenalina è a 1000. Non sono un’alpinista, non ho attrezzatura con me. Ho sempre detto che sarei arrivata solo dove possono arrivare i miei cani e così sarà sempre.
A volte l’ho rischiata, lo ammetto, ma mi è andata bene.
È per questo che sono certa di avere un angelo custode.
Continuo a salire.
Ad un certo punto realizzo che mi manca un ultimo passo e sarò in cima.
Piano piano alzo la testa e sento una voce che in tono sommesso dice: ‘Wow’. È la mia.
Mi guardo intorno e quasi mi commuovo. La bellezza di quello che mi circonda mi lascia attonita.
Mi accorgo che fino a quel momento sono stata praticamente in apnea. Riprendo lentamente a respirare, l’adrenalina cala e lascia posto ad una sensazione di leggerezza indescrivibile.
In quel momento non sono più Carlotta.
Lassù non si è più noi stessi. Non so spiegarlo, però so che quello che si prova è meraviglioso.
Rimango così immobile per un pò, assaporo quel momento il più a lungo possibile.
Poi mi siedo e mi rilasso. Quella merenda a 3000 mt è come una cena in un ristorante super stellato. Mi sento una privilegiata.
Indugio, non ho voglia di scendere. Poi, alla fine, devo arrendermi. La giornata sta volgendo al termine e non posso rischiare si faccia buio. A malincuore prendo lo zaino, dò un’ultima occhiata e mi incammino.
Scendo piano. Sono stanca, ho esagerato come al mio solito. Le gambe iniziano a farsi dolenti, ma non mi sono mai sentita così bene.
Sono in pace con me stessa, con tutto ciò che mi circonda.
Più mi avvicino alla macchina, più torno alla realtà.
Ma la sensazione di benessere che mi ha regalato quella giornata mi rimane addosso.
La mia mente è sgombra. Sono talmente stanca che non riesco a pensare a nulla.
Con un pò di malinconia mi volto indietro.
Guardo le cime da dove sono scesa, sorrido e bacio la catenina, ringraziando il mio angelo.
La gente ‘normale’ non capisce tutto questo, mi dà della pazza.
Pazza perchè vado da sola, pazza perchè cammino così tanto, pazza perchè rischio di farmi male…
Ma io credo che i pazzi siano loro, che non proveranno mai quello che io provo lassù.

Cani e divieti in montagna

Due cani davanti a un bivacco alpino, in ambiente montano con neve.
Nano e Bruno davanti a un bivacco alpino: una situazione comune che solleva domande su regole, responsabilità e convivenza in montagna.

Il commento era pubblico.
Non parlava di regole o divieti ufficiali, ma di sporco.
Ho risposto subito, nello stesso spazio. Ho scritto che i miei cani non avevano toccato i materassi, che nel bivacco non c’era un pelo, che mi preoccuperei molto di più della sporcizia lasciata da certe persone. Ho anche fatto notare che, quando si interviene pubblicamente, sarebbe corretto firmarsi.
La discussione non si è fermata lì.
Quando l’argomento della pulizia ha smesso di reggere, il discorso si è spostato. È arrivata l’allergia.
«Sono allergico».
A quel punto ho scritto in privato. Non perché non avessi altro da dire, ma perché non mi andava di trasformare il mio blog in una polemica sterile. Gli ho scritto una frase sola: ma hai proprio del buon tempo.
Oggi, sotto quell’articolo, sono rimasti solo i miei commenti. I suoi non ci sono più. Non so se li abbia cancellati lui o se siano stati rimossi. So però perché ho scelto di non continuare pubblicamente: non era più una discussione, stava diventando rumore.
I fatti, intanto, erano molto più semplici di così.
Era la notte tra il 4 e il 5 agosto. Ero da sola. Anche se salire era stata una mia scelta, a quell’altitudine, di notte, un po’ di timore c’era. Nonostante fosse agosto, aveva nevicato. Ho le foto. Fino all’ultimo non sapevo se andare o no. Ho dormito con quattro coperte addosso.
Avevo deciso che i miei cani sarebbero stati dentro anche per questo. Non per comodità, ma per una valutazione fatta prima. Non sapevo che fosse vietato: non conoscevo il funzionamento dei bivacchi né i regolamenti. Non c’era malafede, né l’idea di fare come mi pare.
E c’era un ultimo elemento, decisivo: non c’era nessun altro.
Se ci fossero state altre persone, sarei scesa e tornata a casa. Lo avevo già deciso. Non per obbligo, ma per rispetto.
Tutto questo, però, nella discussione non contava. Non perché fosse falso, ma perché non rientrava nello schema di chi giudicava.
Ed è lì che ho capito che non si stava più parlando di quella notte, né dei miei cani. Si stava parlando di qualcosa di più grande: di quanto sia facile togliere il contesto e ridurre una situazione reale a una regola secca, o a un giudizio automatico.
Il mio caso non è un’eccezione.


Nei rifugi e nei bivacchi di proprietà del Club Alpino Italiano l’accesso ai cani è vietato per regolamento. Lo stesso vale per le strutture della Società Alpinisti Tridentini. Il divieto è formale, scritto, noto.
Negli ultimi anni, però, questo divieto è diventato oggetto di un dibattito sempre più acceso, proprio perché nella pratica ha prodotto situazioni difficili da ignorare.


Nel 2023 due escursioniste, arrivate in serata al bivacco della Vigolana con la loro cagnolina dopo ore di cammino, hanno scoperto solo sul posto che i cani non erano ammessi, nonostante online non ci fosse alcuna indicazione in merito. All’interno della struttura era già presente un’altra persona, che ha dichiarato di essere allergica ai cani e ha indicato un cartello con il divieto di accesso agli animali.
Alle due ragazze è stato chiesto di lasciare il cane fuori o, in alternativa, di dormire all’esterno anche loro. Nonostante avessero proposto diverse soluzioni per tenere la cagnolina distante, tra il divieto formale e l’allergia dichiarata non è stato lasciato spazio a nessuna valutazione del contesto. Erano le sette di sera, a oltre duemila metri, e le due sono state costrette a rientrare a valle, raggiungendo solo più tardi un altro rifugio, dove hanno trovato accoglienza grazie alla disponibilità della rifugista.
Anche in questo caso, come nel commento sul mio blog, l’allergia non è entrata come elemento da gestire, ma come argomento conclusivo, capace di chiudere ogni possibilità di confronto.

Nel 2025 un episodio avvenuto al Rifugio Val di Fumo ha portato il dibattito su un piano ancora diverso. Una coppia di escursionisti, sorpresa da un violento temporale e da una grandinata, è arrivata in rifugio completamente fradicia insieme alla propria cagnolina anziana, bagnata, tremolante e in evidente stato di difficoltà, con un rischio concreto di ipotermia. I due non hanno chiesto di fermarsi a dormire né di violare il regolamento, ma solo di poter entrare per pochi minuti, il tempo necessario per asciugare e scaldare l’animale.
La risposta è stata un rifiuto secco: «Qui i cani non entrano». Anche la richiesta di fermarsi nell’ingresso è stata respinta. Solo grazie all’aiuto di alcune persone presenti e a mezzi di fortuna la cagnolina è riuscita a riprendersi. Secondo il racconto, alle proteste dei proprietari è seguita anche un’escalation verbale, con frasi che hanno spostato l’episodio dal piano della regola a quello della totale assenza di umanità.
In questo caso non si è trattato di interpretare un divieto, ma di applicarlo senza alcuna distinzione, nemmeno davanti a una situazione di emergenza. Ed è proprio qui che il confine tra il rispetto di una norma e la negazione del ruolo stesso di un rifugio — luogo di riparo, protezione e soccorso — diventa impossibile da ignorare.


Di fronte a episodi come questi, anche associazioni animaliste hanno preso posizione. L’ENPA, ad esempio, ha chiesto ufficialmente al CAI di rivedere il regolamento sull’accesso dei cani nei rifugi e nei bivacchi, sottolineando il paradosso di animali celebrati come eroi del soccorso alpino ma esclusi senza eccezioni dagli spazi di riparo.
Non si tratta di mettere in discussione l’esistenza di una norma.
Si tratta di riconoscere che una norma applicata in modo rigido, senza alcuna valutazione del contesto, produce situazioni che molte persone faticano a considerare giuste.
È qui che il tema smette di essere personale. Non riguarda più una notte in un bivacco o una scelta individuale. Riguarda il modo in cui decidiamo di gestire la presenza dei cani in montagna, e quanto spazio siamo disposti a lasciare alla responsabilità rispetto al semplice divieto.


Se lo sporco è davvero il problema, allora mettiamoci d’accordo. Guardiamolo tutto.
Perché se iniziamo a fare una graduatoria dello sporco in montagna, i cani non stanno certo in cima alla lista. Basta guardare i sentieri, in qualunque periodo dell’anno: cartacce, fazzoletti, resti di cibo, bottiglie. Basta entrare in certi rifugi o bivacchi dopo il passaggio delle persone: pavimenti, tavoli, bagni lasciati in condizioni che nessun cane potrebbe mai eguagliare.
Eppure questo tipo di sporco viene tollerato. È considerato normale, inevitabile, parte del passaggio umano. Il cane, invece, no. Il cane diventa immediatamente un problema igienico, a prescindere da come si comporti, da dove stia, da chi lo accompagni.
Se allarghiamo lo sguardo, il discorso diventa ancora più scomodo. Le grandi spedizioni in alta quota hanno lasciato — e continuano a lasciare — rifiuti, bombole, tende, escrementi. Un accumulo tale che oggi si parla apertamente di montagne trasformate in discariche d’alta quota.
Eppure nessuno mette in discussione la presenza dell’uomo. Nessuno parla di vietare l’accesso per motivi di igiene. Si parla, al massimo, di ripulire dopo.
È qui che la sproporzione diventa evidente. Lo sporco non è il vero criterio. È una giustificazione comoda, usata in modo selettivo.
Se davvero fosse lo sporco a guidare le scelte, il problema principale non sarebbero i cani. Saremmo noi.


L’allergia arriva spesso come argomento conclusivo. Quando lo sporco non convince più, quando il contesto non basta a fermare il discorso, resta lei: sono allergico. È un argomento forte, perché mette subito l’altro dalla parte del torto.
Il problema è che, se lo prendiamo sul serio fino in fondo, non regge come criterio assoluto.
Le allergie sono diffusissime: ai gatti, ai cani, agli acari della polvere, alle muffe, ai pollini. La maggior parte delle persone convive ogni giorno con allergeni che non vede e che non controlla. Io stessa sono una persona allergica, e so cosa significa dover fare attenzione, valutare i luoghi, assumersi una parte di rischio.
Nessun luogo è sterile. Non lo sono gli alberghi, non lo sono i ristoranti, non lo sono i rifugi. Le stanze non vengono “azzerate” a ogni cambio di ospite, e nessuno può sapere con certezza chi c’era prima, cosa portava con sé, quali allergeni ha lasciato.
Eppure conviviamo con questa incertezza senza trasformarla in un divieto generalizzato. Accettiamo che vivere in spazi condivisi significhi anche rinunciare all’illusione del controllo totale.
In montagna, invece, l’allergia diventa spesso l’argomento jolly. Non per tutelare davvero chi ne soffre, ma per chiudere la discussione. Per evitare qualsiasi valutazione del contesto, qualsiasi responsabilità, qualsiasi compromesso.
Non è una negazione del problema.
È il rifiuto di usarlo in modo selettivo.


Negli ultimi anni i cani vengono raccontati sempre più come membri della famiglia. Le campagne contro l’abbandono lo ripetono, la comunicazione istituzionale lo ribadisce, la sensibilità comune sembra andare in quella direzione.
I cani salvano vite. Cercano dispersi, affiancano il soccorso alpino, lavorano in contesti estremi. Sono celebrati come risorsa, come esempio di collaborazione, come simbolo di legame.
Poi però, nella pratica, diventano un problema.
Basta varcare certe soglie perché quel riconoscimento si azzeri. Divieti netti, esclusioni automatiche, nessuna possibilità di valutare il contesto o la responsabilità di chi accompagna l’animale.
Il messaggio che passa è contraddittorio: il cane è famiglia finché resta in un perimetro comodo, ma torna a essere un ingombro non appena la convivenza richiede uno sforzo in più.
Questa incoerenza non riguarda solo la montagna. Riguarda anche il piano sanitario ed economico: cure costose, pochi sostegni, totale carico sulle famiglie. Responsabilità sì, tutele no.


E allora la domanda non è se i cani debbano essere ammessi ovunque. La domanda è un’altra: che tipo di relazione diciamo di voler costruire con loro.
Perché non si può chiedere alle persone di considerarli parte della famiglia e, allo stesso tempo, trattarli come un problema ogni volta che la convivenza diventa più complessa.
Non sto chiedendo eccezioni personali, né sto dicendo che le regole non debbano esistere. Sto dicendo che una regola che non ammette mai il contesto, che non lascia spazio alla responsabilità e alla valutazione delle situazioni reali, smette di essere uno strumento e diventa un alibi.
Ed è lì che il problema non è più il cane, ma il modo in cui scegliamo di non guardare la realtà.

Attenzione! Bambini allevati all’aperto

Sono le 21.
È una fredda sera di dicembre e sono uscita cinque minuti con Bruno.
Davanti a me vedo delle piccole luci muoversi rapide nell’oscurità. Sento delle risate.
Per un attimo non capisco.
Poi metto a fuoco.


Sono bambini. Bambini delle elementari che si rincorrono, giocano e urlano in una corte aperta che dà direttamente sulla strada. Hanno una frontale in testa e continuano a correre come se fosse pieno giorno.

La via è quasi completamente buia. Non passa nessuna macchina.
Il rumore dei loro passi rimbalza contro le case, si mescola alle risate, alle voci che si chiamano per nome.
Io resto ferma qualche secondo, con Bruno al guinzaglio, a guardare.
Nessun adulto vicino. Nessuno che controlla. Nessuno che dice di stare attenti.
È tutto incredibilmente normale.
Le frontali si accendono e si spengono mentre corrono. Ogni tanto uno cade, si rialza, riparte.
Nessuno piange. Nessuno si ferma davvero.
Penso di non aver mai visto una scena del genere prima.

Il giorno dopo, passeggiando con Cloe, mi torna in mente una cosa.
O meglio, un cartello. Anzi, un paio di cartelli che ci sono in paese.
Sono lì da sempre, credo.
Li vedo ogni volta che usciamo a fare due passi.
Non li ho mai cercati davvero, ma finiscono sempre per attirare lo sguardo.
“Attenzione. Bambini allevati all’aperto.”
Non è un cartello messo per spaventare.
Non chiede di rallentare per paura.
Non segnala un pericolo.
Dice semplicemente come stanno le cose.
I bambini stanno fuori.
Stanno fuori quando è ancora chiaro, e a volte anche quando fa buio.
Stanno fuori perché è così che succede.

Ripensandoci, quella scena non è un’eccezione.
È solo una delle tante cose che da queste parti succedono senza farsi notare.
Me ne sono accorta davvero qualche tempo dopo, quando Cloe aveva appena iniziato la scuola internazionale a Verona. Dopo pochi giorni c’è stato il primo colloquio con le maestre.
La prima cosa che mi hanno detto è stata:
si vede che Cloe è abituata a stare all’aperto.
Me lo ricordo bene, perché mi ha colpita più di quanto pensassi.
Da una parte mi sono sentita fiera.
Dall’altra, però, ho sentito anche un leggero senso di colpa.
Quando sono andata a vedere la scuola la prima volta, devo essere sincera, mi sono messa a piangere. Tutto così ordinato, così curato, così distinto. E quel “giardino” che giardino non è, ma cemento camuffato da parco giochi.

Cloe è sempre stata fuori.
Per strada, nei prati, nei cortili.
Nei primi tre anni della sua vita ha vissuto in modo libero, tra virgolette.
Ed è una cosa meravigliosa.
Ma ha anche un altro lato.
Quando siamo in città, mi accorgo che non ha la stessa percezione del pericolo dei bambini che sono nati e cresciuti lì.
A Verona la richiamo continuamente: dammi la mano, fermati, attenta alle macchine.
È tutto più stretto, più veloce, più imprevedibile.

Crescere bambini all’aria aperta, qui, non è una scelta educativa consapevole.
Non è un modello.
Non è qualcosa che qualcuno ha deciso a tavolino.
È il risultato di uno spazio che lo permette.
Di tempi meno compressi.
Di strade che non servono solo a passare, ma che vengono ancora vissute.
Questo non significa che sia semplice.
Né che sia sempre giusto.
Significa solo che l’infanzia prende la forma del luogo in cui accade.

Quassù i bambini imparano presto a muoversi nello spazio, a misurare le distanze, a riconoscere i limiti guardando, fermandosi, aspettando.
Altrove imparano altre cose, altrettanto necessarie.

Sono contesti differenti, che attraverso le loro regole, i loro ritmi e le loro possibilità preparano alla vita in modo diverso. Ed è dentro questa differenza che, a volte, nascono le scelte più difficili.

La mia vita qui, fuori dalla cartolina


Dopo quarantasei anni vissuti in città, abituarmi alla vita in montagna è stato immediato. Non ho attraversato fasi di rifiuto, non ho avuto crisi di adattamento, non mi sono mai sentita spaesata. È successo quasi il contrario: mi sembrava tutto naturale, comprensibile, essenziale. Un ritmo che sentivo già mio.
Quello che non avevo previsto, invece, è quanto sarebbe stato difficile il passaggio inverso. Tornare in città, oggi, mi richiede uno sforzo che allora non avevo dovuto fare. I rumori, i tempi, la densità delle cose, delle persone, degli impegni. Come se il corpo avesse imparato un altro tempo e ora facesse fatica a rientrare in quello di prima.

Vivere qui significa, prima di tutto, imparare che niente è scontato.
Nemmeno le cose più banali. L’acqua calda, per esempio, non è qualcosa che dai per certa. Il riscaldamento non è una voce da pagare e dimenticare: va seguito, controllato, gestito ogni giorno. Le stufe vanno caricate e la legna arriva su un bancale: indovina a chi tocca svuotarlo?
Se qualcosa si blocca, non chiami un numero verde: ti arrangi, cerchi di risolvere.
In una casa di montagna non ti fermi mai. Me lo disse una volta un signore che conoscevo: «Da queste parti c’è sempre da lavorare». Aveva ragione.
Non è una fatica che mi abbia mai fatto dire “me ne vado”, ma è una responsabilità continua, concreta, che ti tiene dentro le cose. Qui non puoi delegare tutto: sei parte attiva della tua vita, ogni giorno, nel bene e nel male.


Anche i servizi funzionano in modo diverso.
Per un supermercato grande devi fare strada. Lo stesso per trovare benzina a prezzi più convenienti. Per molte cose mi sono affidata agli acquisti online, che quassù diventano quasi una necessità più che una comodità. Allo stesso tempo ho apprezzato aspetti che in città avevo quasi dimenticato: una burocrazia più semplice, la possibilità di parlare con persone vere, non con risponditori automatici o sistemi impersonali. E poi una cosa che per me contava molto: metterci cinque minuti in macchina per arrivare ovunque, senza traffico, senza code, senza quella sensazione costante di dover lottare contro il tempo.

Ci sono limiti però che vanno nominati per quello che sono.
L’ospedale è a venti minuti di macchina, e non è poco. È un dato strutturale, soprattutto quando succedono cose serie. E sono successe: due volte al Pronto Soccorso con Cloe, una sera l’arrivo dell’ambulanza a casa per una mia reazione allergica importante. In quei momenti la distanza non è un concetto astratto, ma un fatto concreto con cui fare i conti. Eppure non mi sono mai sentita abbandonata. Non perché fosse tutto semplice o immediato, ma perché il contesto umano era presente, diretto, reale. Da queste parti le cose non sono sempre comode, ma quando servono, ci sono le persone.

Non sono mai riuscita a trovare una babysitter.
Probabilmente perché, semplicemente, non è una figura necessaria. Le famiglie fanno rete: ci sono i nonni, i parenti, le sorelle. I bambini crescono dentro un sistema di presenze già dato.
Io quel sistema non l’avevo. Questo ha significato occuparmi di tutto da sola, senza possibilità di delegare, nemmeno per poche ore. È una caratteristica concreta della vita qui, non un’eccezione: l’organizzazione quotidiana dà per scontata una rete familiare che, quando non c’è, non viene sostituita da servizi esterni.

In montagna c’è una frase che si sente spesso: ‘Goditi l’estate, perché poi l’inverno è lungo!’.
Non è un modo di dire. L’inverno dura davvero di più rispetto alla città e il periodo caldo è breve, concentrato in poche settimane. Per molti mesi, le giornate restano corte e il buio arriva presto. Però, sinceramente, per me non è mai stato motivo di malinconia o tristezza. Mi sono semplicemente adattata: cenando prima e andando a dormire presto.


Dal punto di vista sociale non mi sono mai sentita un caso.
So che il modello familiare, in questo contesto, è ancora molto tradizionale e so anche che qualcuno avrà parlato, immaginato, commentato. Ma non ho mai avvertito addosso il peso di un giudizio. Piuttosto ho avvertito una certa incertezza negli altri: su come chiamarmi, su come collocarmi. Non cattiveria, più un piccolo spaesamento. Nulla che mi abbia mai fatta sentire esclusa.
L’unico elemento che ha inciso davvero, in modo più sottile ma costante, è stato l’età. L’età media delle madri era molto più bassa della mia e, senza che nessuno lo dicesse apertamente, questo mi ha fatta sentire spesso fuori posto. Non per quello che facevo, ma per come venivo automaticamente percepita.
Non è mai stato un giudizio esplicito. È stato piuttosto un disagio silenzioso che, col tempo, ha modificato il modo in cui mi guardavo, facendomi sentire spesso più vecchia di quanto fossi in realtà.
Inevitabilmente, questo ha reso anche più difficile costruirmi una rete di amicizie: ero fuori fascia, fuori dal gruppo delle altre madri, in una posizione laterale che rendeva meno spontaneo trovare un terreno comune.


C’è poi un aspetto che qui ha funzionato meno, ed è quello legato al lavoro.
Non sono mai riuscita a trovare un’occupazione stabile: le possibilità erano poche, frammentate, spesso stagionali. Questo non ha mai messo in crisi la quotidianità — la vita, di per sé, funzionava — ma nel lungo periodo restava un nodo aperto, impossibile da ignorare.
Allo stesso tempo, proprio questo limite è stato anche una spinta. Non trovare un lavoro già pronto mi ha costretta a interrogarmi, a inventarmi qualcosa, a costruire invece che inserirmi. È stato faticoso e incerto, ma anche profondamente stimolante. Qui non c’era un binario tracciato, e proprio per questo ho dovuto disegnarne uno mio.

Questa esperienza ha lasciato un segno anche su un altro piano, quello del corpo e dell’aspetto.
Col tempo il modo in cui mi prendevo cura di me è cambiato. Non perché fosse venuta meno l’attenzione verso me stessa, ma perché, semplicemente, qui mi sembrava superflua. Freddo, pioggia, neve, campi, cani. E d’estate non era un luogo che sentivo “da gonne e sandali”.
Quelle poche volte in cui mi truccavo un po’ di più o lasciavo i capelli sciolti, mi sentivo osservata e questo mi metteva a disagio. Forse preferivo passare inosservata. Non è stata una scelta consapevole: è successo, poco alla volta.

Eppure, se guardo a tutto questo insieme, il punto resta uno solo: io non me ne sarei mai andata.
Le difficoltà non mi hanno mai spinta a fuggire. Facevano parte di questa scelta, e io le avevo accettate tutte. La vita funzionava, non nonostante tutto, ma proprio per questo equilibrio fatto di adattamento continuo e responsabilità quotidiana.
Raccontare la montagna per quello che è, senza idealizzarla né demonizzarla, significa tenerla lontana dalle cartoline. Significa riconoscerla come una vita concreta, fatta di presenza, di limiti chiari e di scelte quotidiane.
Per me vivere qui non è mai stato un problema da risolvere. È stato un modo di stare al mondo che sentivo mio. E che, in molti modi, continua a esserlo.

Mentre dormiamo

Mentre dormiamo, qualcuno lavora per creare la neve.
Di notte i cannoni entrano in funzione, i gatti delle nevi salgono e scendono lungo i pendii, si lavora senza sosta. Al mattino la pista è pronta.


L’innevamento artificiale è diventato una pratica normale. E proprio per questo, oggi, è un esempio perfetto per raccontare il modo in cui ci rapportiamo alla montagna d’inverno.
Ricorriamo alla neve artificiale per ragioni concrete, che non possono essere ignorate. Attorno allo sci ruota una parte importante dell’economia di molte località: lavoro stagionale, operai, istruttori, impianti di risalita, rifugi, ristorazione, hotel. Senza una stagione invernale attiva, intere vallate rischierebbero di fermarsi. Nel breve periodo, l’innevamento artificiale garantisce continuità e tiene in piedi un sistema che altrimenti entrerebbe subito in crisi.


Ma questa scelta ha anche dei contro molto precisi, che spesso restano sullo sfondo.
L’innevamento artificiale richiede grandi quantità di acqua ed energia, proprio in un momento storico in cui entrambe stanno diventando risorse sempre più scarse. Comporta la costruzione di bacini, reti e infrastrutture che modificano il paesaggio e incidono sugli ecosistemi. La neve artificiale altera i tempi di scioglimento, influisce sul suolo e sulla vegetazione, con effetti che non si esauriscono alla fine della stagione sciistica.


C’è poi un altro aspetto, meno evidente ma altrettanto importante: rafforza un modello sempre più rigido. Più si investe per tenere in vita lo sci in contesti climaticamente fragili, più si diventa dipendenti da un’unica attività, riducendo la capacità di adattamento dei territori.


Il punto, però, non è stabilire se l’innevamento artificiale sia giusto o sbagliato.
Il punto è più ampio.


Continuiamo a comportarci come se la montagna d’inverno fosse ancora quella di vent’anni fa.

Come se fosse normale aspettarsi inverni regolari e accumuli di neve che oggi, in molte zone, non sono più garantiti. I famosi tre metri di neve che un tempo sembravano la norma sono diventati sempre più rari.
Questo cambiamento non è casuale. È in larga parte una conseguenza delle nostre azioni: del nostro modo di produrre, consumare, muoverci. Eppure, invece di adattarci, continuiamo a chiedere alla montagna di compensare, di reggere, di essere ancora ciò che ci serve.


In questi giorni, qui in Alta Val di Non, si svolge la Ciaspolada. Quest’anno in forma “combinata”: una prima parte con le scarpe da running e l’ultima con le ciaspole. Una soluzione tecnica resa necessaria dalla mancanza di neve lungo gran parte del percorso.
Non è una critica alla manifestazione né a chi la organizza. È una fotografia. Anche eventi storicamente legati alla neve stanno cambiando forma per adattarsi a un inverno che, sempre più spesso, neve non ne ha. Si cerca una soluzione per non fermarsi, per tenere in vita una tradizione. Ed è comprensibile.


Ma proprio queste soluzioni ci pongono davanti a una domanda inevitabile: è giusto continuare a forzare la montagna per viverla come la vogliamo noi, sapendo che, nel lungo periodo, questi interventi rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione?


Accettare il cambiamento climatico non significa rinunciare alla montagna. Significa riconoscerne i limiti. Significa ammettere che non tutte le località possono continuare a funzionare come prima e che forzare l’ambiente ha un costo crescente, ambientale ed economico.


Qui entra in gioco una questione tutt’altro che semplice: quella del lavoro e della perdita economica. Cambiare modello significa esporsi a una riduzione reale di reddito, occupazione e stabilità per comunità che dipendono dal turismo invernale. È facile parlare di transizione da fuori; molto più difficile farlo quando l’alternativa è una crisi immediata. Anche per questo l’innevamento artificiale viene difeso con forza: perché rappresenta un modo per rimandare un problema che nessuno è pronto ad affrontare fino in fondo.


Ma esso è solo un sintomo. Il nodo più profondo è culturale.
Continuiamo a immaginare la montagna d’inverno quasi esclusivamente attraverso gli sport invernali, come se senza sci fosse vuota, come se il suo valore esistesse solo quando una pista è aperta.


Amo la neve. Ne sento la mancanza. A gennaio, a mille metri, me l’aspetto ancora. Proprio per questo oggi faccio fatica a ignorare ciò che sta succedendo: le condizioni sono cambiate, e continuare a comportarci come se non fosse così significa spostare il problema invece di affrontarlo.


La montagna non smette di esistere quando manca la neve. Siamo noi che fatichiamo a comprenderla quando non corrisponde più all’immagine che ci siamo costruiti, e continuiamo a pretendere ciò che non può più garantire. Il punto non è forzarla, ma rimettere in discussione il nostro modo di immaginarla, viverla e raccontarla.

Quest’aria

Entro in camera e la prima cosa che faccio è spalancare la finestra. Lo faccio ogni mattina, anche d’inverno. Soprattutto d’inverno. Resto ferma lì per qualche secondo, chiudo gli occhi e inspiro, in attesa che arrivi.

È in quel momento che succede. Quell’aria.

La senti solo quassù, solo in montagna. Ogni mattina mi chiedo come potrei raccontarla a qualcuno, perché non è semplicemente aria fredda. Se provo ad associarle un’immagine, non ce n’è mai una sola: vedo il bosco, la neve, la legna che scoppietta nel camino. Non si distinguono, si tengono insieme.

È quest’aria, così com’è, che mi fa stare bene. Mi calma e allo stesso tempo mi dà energia. Cerco parole, ma non bastano, non rendono.

A volte vorrei poterla chiudere in un vaso, sottovuoto. Per i giorni in città, quando dalla finestra entra solo rumore, fretta e nient’altro. Allora mi basterebbe aprire quel vaso, inspirare e ricordarmi com’è.

«Mamma, ho freddo».

Mi giro quasi di soprassalto alla voce di Cloe. Non so da quanto tempo sono lì, davanti alla finestra spalancata. Non ero assorta né persa nei miei pensieri: ero sospesa. Stavo solo respirando aria buona, senza fare altro, senza accorgermi del tempo che passava, senza accorgermi che la stanza era ormai gelata.

Per chi ha saputo aspettarmi anche nel silenzio.

L’anno in cui le somme non tornano

31 dicembre 2025, ore 15:12.

Un altro anno sta volgendo al termine.
Mi piacerebbe dire che è stato un anno di soddisfazioni e di gioie, ma purtroppo non è così.

Per quanto non mi piaccia, l’ultimo giorno dell’anno è sempre il momento di tirare le somme.
E le somme, quest’anno, proprio non tornano.

Ho vissuto i primi mesi del 2025 facendo finta di non sapere cosa mi aspettasse.
O meglio: ero consapevole di ciò che mi aspettava, ma speravo in un miracolo.
Che poi, che tipo di miracolo?
Che costruissero un asilo internazionale a Salter?
Dopo tre anni devono ancora finire il nido comunale.

Poi è arrivata l’estate.
Un’estate trascorsa con una specie di spada di Damocle sulla testa.
Avrei voluto viverla con spensieratezza, ma c’era sempre una corda invisibile che, appena provavo ad allontanarmi, mi tirava con forza alla realtà.

È arrivato settembre.
Il più brutto settembre che io ricordi.

Da lì ho smesso di essere me stessa.
Sono diventata una tassista, un tuttofare.
Non più una mamma, non una lavoratrice.
Mi sono annullata.

E mentre mia figlia si rianimava, io mi spegnevo sempre di più.
Insieme ai miei adorati cani.

Ho visto Nano peggiorare giorno dopo giorno.
Ho visto me stessa urlargli: “Dai Nano, muoviti!”, presa da una frenesia ingiustificata.

Dove dovevo andare così di fretta?
A prendere Cloe all’asilo?
A rispondere a una mail di un cliente che non era nemmeno mio?
A risolvere l’ennesima rogna burocratica?

Il 26 settembre è arrivato.
Era un venerdì.
Quella mattina Nano, per la prima volta, non ha mangiato.

Lo sapevo.
Lo sapevo.

Ho portato Cloe a scuola e, quando sono tornata, ho visto che non stava bene. Tossiva.
Ho chiamato il veterinario:
“Portamelo oggi pomeriggio, gli faccio i raggi.”

L’ho richiamato poco dopo.
“Per cosa lo porto lì?”
“Cosa puoi fargli?”

La risposta è stata: “Niente.”

Allora ho detto:
“Lo porto in montagna. Sta meglio lì che in uno studio veterinario.”

Mi sono sentita un’egoista.
Mi sono detta che lo facevo solo perché non volevo perdere un weekend in montagna.
Forse era così.
O forse volevo solo che Nano fosse nel posto in cui l’avevo visto più sereno in assoluto.

Siamo partiti per il Trentino.

Arrivati a casa, Nano si è messo in una camera da letto e guardava fuori dalla finestra.
Ho una foto di quel momento.
Non perché volessi conservarne il ricordo, ma perché l’ho mandata a mia madre scrivendole:
“Nano non sta bene.”

Dopo un paio d’ore non riusciva a stare tranquillo.
L’ho visto allontanarsi dal salotto, da Cloe e da Bruno.
È andato in una stanza a cui si accede dal balcone.

L’ho seguito.

Era nella cuccia in cui era stato tutta l’estate.
Tremava, seduto.
Mi sono seduta accanto a lui e l’unica cosa che sono riuscita a dire è stata:
“Non lasciarmi.”

Parole che avevo già detto nel 2018 a Tobia, ma con molta più disperazione.
Questa volta sapevo.
E sapevo che non potevo fare nulla.

Quando qualcuno muore naturalmente, il dolore resta immenso, ma è un dolore consapevole.
Rassegnato.

Nemmeno in quel momento sono riuscita a stargli accanto come avrei dovuto.
È subentrata la parte razionale di me:
di là c’erano una bambina e un cane che non dovevano sapere cosa stava succedendo.

Siamo tornati a Verona.
E io sono rientrata nel vortice.

Corri di qua, corri di là.
Finché un giorno mi sono fermata.
E sono esplosa.

Non avevo nemmeno avuto il tempo di piangere la perdita del mio compagno di vita.
Sedici anni.

Mi sono sentita la persona peggiore del mondo.
E ho pianto.
Ho pianto tanto.

Mi sono accusata di tutto:
se non fossi tornata a Verona,
se non gli avessi detto “Dai Nano, muoviti”,
se lo avessi guardato di più.

E il mio odio per quella città è cresciuto a dismisura.

Perché sono ancora lì?
Per mia figlia.
Per mia figlia che adora la sua nuova scuola.
Per mia figlia che vede sua nonna tutti i giorni.
Per mia figlia che deve avere tutte le possibilità che ho avuto io, e che solo una città può dare.

Scrivo questo articolo tre mesi dopo la morte di Nano.
L’ho iniziato centinaia di volte, senza mai riuscire ad andare avanti.

Mi manca all’inverosimile.
Mi manca l’estate del 2024, quando eravamo quassù tutti e quattro, senza pensieri.
Vorrei riportare tutti qui.
Vorrei Nano.
Vorrei Bruno sereno come allora.
Vorrei me stessa com’ero un anno fa.

Stamattina io, Cloe e Bruno siamo stati sulla neve.
Al ritorno ci siamo fermati al bar del paese.
Eravamo sedute fuori, al sole, insieme a persone che vivono qui.
Non amici, non veri conoscenti, ma persone con cui puoi scambiare due parole in allegria.

A un certo punto Cloe mi fa:
“Ma perché Santiago non si siede qui vicino a me?” (Santiago è un bambino un po’ più grande di Cloe).

La ragazza del bar ha sentito, è andata a chiamarlo, e lui si è seduto accanto a Cloe.
Lei, ovviamente, imbarazzatissima.

Mentre osservavo la scena ho pensato:
se tu crescessi qui, sarebbe tutto diverso.

A te, Nano. Che sei stato casa.

Un punto di passaggio

Laghi di Valbona e Monte Cengledino salendo alla Bocchetta di Laghisol

Stamattina Cloe voleva la neve.
Ma la neve non c’era.

Al Passo delle Palade abbiamo trovato solo una striscia di neve ghiacciata, in leggera pendenza. Niente di eccezionale, una situazione normale d’inverno. Cloe voleva salirci. L’ho guardata un attimo, poi abbiamo provato. Sopra, le ho spiegato come si scende quando il fondo è duro: mettersi un po’ di traverso, piantare bene i piedi, incidere piccoli gradini con la parte laterale dello scarpone, senza fretta.

Ero concentrata su di lei. Sul suo equilibrio, sul modo in cui appoggiava il peso. In quel gesto semplice, imparato negli anni, mi è tornato addosso un ricordo che non c’entrava niente. O forse c’entrava con tutto.

Ero lì.
Alla Bocchetta di Laghisol, a 2410 metri.

Un punto di passaggio, non un arrivo. Un posto in cui devi scegliere dove andare, non uno in cui ti fermi a guardare il panorama. Con la neve, poi, le scelte diventano subito definitive.

Intorno era tutto bianco. Il sentiero attrezzato non si vedeva più, le bandierine erano coperte, le tracce sparivano dopo pochi passi. Le indicazioni dicevano una cosa, il terreno sotto i piedi un’altra. E io, invece di fermarmi davvero, ho deciso di proseguire.

Mi sono infilata sulla parete nord. Lo sapevo che lì il sole non batte. Lo sapevo che la neve sarebbe stata dura, ghiacciata, instabile. Lo sapevo che non era il versante giusto in quelle condizioni.
Eppure ho pensato che ce l’avrei fatta lo stesso.

Dopo poco ho iniziato a sprofondare nella neve, a tratti fino al ginocchio, a tratti trovando solo una crosta dura che non teneva. Non c’era una linea chiara da seguire. Solo un traverso continuo, esposto, che non lasciava margine.

Con me c’erano i miei cani. E lì ho capito di aver fatto un errore grave. Perché io potevo forse cavarmela, ma loro no. Non avevo modo di controllarli davvero. Se uno scivolava, non c’era nulla che potessi fare.

A un certo punto ho perso di vista Bruno. È durato poco, ma è bastato. In quel momento ho pensato, senza drammatizzare, senza panico: non so se riesco a venire giù da qui.

Non era una sensazione. Era una constatazione.

Non mi ero trovata lì per caso. Non era cambiato il tempo all’improvviso. Avevo tutte le informazioni per sapere che quella scelta non andava fatta. Eppure ero lì, senza appigli, affidata solo al fatto che, fino a quel momento, mi era sempre andata bene.

Quando ne sono uscita, non ho voluto guardare troppo a fondo. Ho chiuso tutto con una frase secca: colpa mia, sono un’incosciente.
Una frase che serviva più a chiudere che a capire.

Sono tornata al presente mentre Cloe scendeva piano, concentrata. Non c’era nulla di paragonabile a quella situazione. Eppure il peso di quel ricordo era tutto lì.

Allora rischiavo la mia vita.
Era una scelta sbagliata, certo. Ma se fosse andata male, il conto sarebbe stato solo mio.

Oggi no.

Oggi, se sbaglio, non pago solo io.

C’è una bambina.
E questo cambia tutto.

Ed è forse per questo che, quando penso a chi vive queste passioni a livelli ancora più estremi – l’alpinismo, le grandi spedizioni, il bisogno di spingersi sempre oltre – non riesco a liquidare tutto con un giudizio semplice. Penso a chi parte sapendo che potrebbe non tornare. A chi ha qualcuno a casa. A chi, nonostante tutto, sale lo stesso.

È egoismo?
Forse sì, in parte.

Ma forse è anche il tentativo di non tradire qualcosa che, se abbandonata del tutto, cambia profondamente chi sei.

Perché rinunciare alle proprie passioni non è una scelta neutra. Non si resta identici quando si toglie ciò che ci faceva sentire vivi. Si diventa persone diverse.

Io sono felice.
Sono felice di Cloe, della mia vita, di quello che ho. Ma so anche che, se mi allontano del tutto da quel modo di stare in montagna che per me è sempre stato essenziale, non sono più la stessa.

E forse il nodo sta tutto qui.

Quanto sono disposta a cambiare?

Il mio Everest – Capitolo 3: Pedalando a Kathmandu

Sono passati ventiquattro giorni da quando abbiamo lasciato il campo base. Ventiquattro giorni sono bastati a Kathmandu per spegnere la scintilla che avevo negli occhi.

Non so quando riusciremo a tornarci, e forse non ci riusciremo mai. Il gruzzolo che avevo messo da parte è finito, e così ho dovuto trovare in fretta una forma di sostentamento: un lavoro improvvisato, niente di vicino ai miei sogni, ma abbastanza per garantire il necessario. Abbiamo trovato un alloggio di fortuna, niente di speciale, ma sufficiente per avere un tetto sopra la testa.

Cloe, con la sua naturalezza, sembra essersi adattata a questa città rumorosa e caotica. Io, invece, mi muovo ogni giorno su una vecchia bici, pedalando tra le strade ingolfate. Clacson che esplodono da ogni lato, la polvere che rimane sospesa nell’aria e si attacca alla pelle, il fumo dei tubi di scappamento che brucia nei polmoni. In questo vortice di rumori e odori mi sento come un corpo estraneo, un frammento fuori posto.

Ogni mattina, dopo aver lasciato Cloe, pedalo verso il lavoro con gli occhi che si riempiono di lacrime. La vita che sto conducendo non mi appartiene. Al contrario, Cloe sembra trovarsi bene qui, e io mi chiedo come sia possibile. Io pedalo tra i bus sferraglianti e la folla che si muove come un fiume incessante, e mi accorgo che i sorrisi che rivolgo alla gente sono sorrisi tristi — non finti, ma vuoti, nati solo per educazione o circostanza.

Ripenso all’aria sottile del campo base, al silenzio interrotto soltanto dal vento, al passo lento e regolare che portava sempre un po’ più in alto. Qui, invece, ogni respiro pesa, ogni passo è rumore. La montagna sembra un miraggio lontano, un sogno che svanisce dietro la coltre di smog.

Non era questo che immaginavo. Non so quanto durerà. Forse l’unica cosa che posso fare è continuare a pedalare, sperando che prima o poi la strada cambi direzione. Forse il vero Everest non è una vetta da raggiungere, ma non smettere di cercare un respiro di aria pulita anche dentro la nebbia.

Il passo dell’algoritmo e il passo della montagna

In montagna ho imparato che ognuno deve trovare il proprio ritmo. Non puoi correre per forza se il sentiero è ripido, né fermarti troppo a lungo se vuoi arrivare in cima prima che scenda la sera. La montagna ti insegna ad ascoltare il fiato, le gambe, il tempo che cambia: a rispettare i tuoi limiti e la natura intorno.

I social, invece, funzionano al contrario. L’algoritmo ti spinge a correre sempre: pubblica oggi, pubblica domani, non rallentare, non fermarti. Se perdi un passo, scivoli in fondo alla fila. È una gara invisibile che logora, perché non conta più quello che vuoi raccontare, ma quanto riesci a starci dietro.

Per anni ho condiviso la montagna con leggerezza. Una foto scattata al volo, un pensiero breve scritto al ritorno da un sentiero, il piacere di raccontare quello che vivevo. Poi, senza quasi accorgermene, ho iniziato a sentire il peso del “devo”: devo pubblicare oggi, devo restare sul pezzo, devo stare attenta a non sparire. È stato lì che ho capito che la mia passione stava rischiando di trasformarsi in una gabbia.

La montagna, invece, non ti chiede nulla. Ti aspetta. Puoi salire quando sei pronta, puoi fermarti quando vuoi. Le stagioni cambiano, i sentieri si coprono di neve o di foglie, e ogni volta ti accolgono con lo stesso silenzio. È questo contrasto che mi ha fatto reagire: se la natura non pretende la corsa, perché dovrei pretenderla io da me stessa per un algoritmo?

Così ho deciso di rallentare. Di pubblicare quando ha senso, quando sento che una foto o un pensiero hanno davvero qualcosa da dire. Non perché l’orologio invisibile dei social mi detta il passo. Perché in montagna, come nella vita, non vince chi arriva primo: vince chi sa godersi il cammino.

E a volte, la vera libertà è proprio questa: scegliere di lasciare che alcuni momenti restino soltanto tuoi. 🌿

Il mio Everest – Capitolo 2: Ritorno a Kathmandu

Ghiacciaio del Careser

Escursione interrotta: 31 agosto 2025

Localizzazione: ritorno a Kathmandu

Ogni spedizione ha il suo momento più duro. Non è sempre la salita, non è sempre il gelo. A volte è il giorno in cui devi smontare la tenda, stringere gli spallacci dello zaino e accettare che il campo che ti aveva accolto non sarà più tuo.

È quello che provo adesso: lasciare un campo base che sembrava casa. Tra quelle tende avevo trovato un respiro nuovo, un equilibrio fragile ma vivo. Avevo iniziato a credere che forse, da lì, avrei potuto tentare la salita.

Invece no. Le condizioni sono cambiate, come capita in montagna. La temperatura si è alzata troppo in fretta, il ghiacciaio è diventato instabile e la via che speravo di percorrere non è più sicura. Non resta che tornare indietro, verso la confusione di Kathmandu.

Ripiegare ogni cosa è un dolore che pesa più dello zaino. I giorni trascorsi qui non erano solo attesa: erano diventati parte di me. Mi sembra di scendere a valle con il fiato corto e gli occhi pieni di lacrime. Vorrei restare aggrappata a queste pareti di ghiaccio, rimandare la partenza ancora di un giorno, di un’ora. Ma non si può.

C’è una bambina che mi tiene per mano, e a lei devo insegnare che anche le discese fanno parte della montagna. Che tornare indietro non significa fallire, ma avere la forza di ascoltare ciò che la montagna ti dice.

Così raccolgo i ricordi come bandierine di preghiera mosse dal vento: il silenzio dei ghiacci, i passi lenti nell’attesa, gli sguardi che hanno trovato intesa anche senza parole. Li porterò nello zaino invisibile che non lascio mai, pesante e prezioso.

Il viaggio continua. Forse la cima è ancora lontana, forse cambierà strada, forse cambierà forma. Ma oggi so che, nonostante la discesa, nonostante la fatica, questa montagna resterà per sempre la mia bussola.

To be continued…