Bruno sul sentiero, davanti alle montagne che ogni giorno ci ricordano cosa significa respirare davvero. 🌿🐾
✨ Anni fa qualcuno mi disse una frase che non ho mai dimenticato: “In montagna non dureresti niente. Sei troppo abituata alla città.”
Eppure non avrei potuto ricevere previsione più sbagliata. Trasferirmi qui, tra queste valli, è stato naturale, facile, come se ci fossi sempre appartenuta. Non ho esitato un attimo, nonostante le difficoltà, nonostante tutto.
Perché nascere in un luogo non è una scelta. E non significa che quel posto ti appartenga.
Per tanti anni ho vissuto a Verona, ed era lì che tutti mi identificavano: “la città, i locali, le abitudini”. Eppure io non mi sono mai sentita davvero radicata in quelle strade.
Oggi vivo in Val di Non, e qui è diverso. Non sono legata a una casa, ma al tipo di vita che respiro ogni giorno: al gesto semplice di aprire la finestra e vedere le Dolomiti di Brenta illuminate dal sole del mattino, all’aria fresca che porta l’odore dei prati bagnati, al passo dei miei cani accanto a me sui sentieri. Al silenzio che non è mai vuoto, perché è fatto di vento, di campane lontane, del riso di mia figlia che corre tra l’erba.
È a questo che appartengo. Non a un indirizzo preciso, non a una stanza o a un muro. Ma a un modo di vivere.
E così ho imparato che non serve avere radici immobili. A volte le radici sono mobili, e stanno nelle persone che ami, nei respiri condivisi, nei passi che ti portano avanti.
Io qui l’ho capito: non sono le mura a legarmi, ma la vita che respiro da una finestra aperta sulle montagne. 🏔️💚
💭 E voi? Vi siete mai accorti che il luogo in cui siete nati non vi apparteneva? Avete mai trovato un posto che vi facesse respirare davvero?
Quella nella foto sono io oggi. Bè, non esattamente oggi. Era il 15 febbraio, giorno in cui si festeggiano i single.
Quella mattina mentre mi stavo lavando i denti e vedevo la mia immagine riflessa nello specchio, ho iniziato a pensare.
No, non è un errore grammaticale il ‘vedevo’, è proprio il verbo giusto, perché ultimamente mi vedo, ma non mi guardo. Non mi piace quello che sono adesso: il mio viso è perennemente stanco, i miei capelli non so più che fine abbiano fatto. Al loro posto c’è un cespuglio che non ho mai avuto prima e che, nonostante mille inutili tentativi, non accenna minimamente a diventare una cosa simile ad una pettinatura.
Comunque, dicevo che ho iniziato a pensare. Credo sia nato tutto dal ricordo di un’escursione fatta qualche anno fa e, dopo vari giri, sono arrivata al mio blog. Da quanto che non ci scrivevo…
Mi è venuto in mente il titolo: La montagna di Charlye. Senza neppure accorgermene, sul mio viso si è dipinta una smorfia e mi sono detta: ma quale montagna e montagna…le ultime due escursioni che sono riuscita a fare risalgono allo scorso agosto…cosa vuoi che scriva??? Mi è venuta un pò di tristezza e mi sono chiesta se fosse il caso di cambiargli titolo, se non addirittura proprio chiuderlo.
Poi, sono rimasta con lo spazzolino a mezz’asta e una domanda mi è sorta spontanea:
‘Ma, scusa, tu come chiami quello che stai facendo adesso? Sei una madre single di una bambina di 20 mesi con due cani. Hai deciso, dopo 12 anni, che la vita che stavi facendo non era quella che volevi davvero e, perciò, hai caricato tutti in macchina, abbandonando la cara vecchia comfort zone in cui ti eri rifugiata, per trasferirti in un paese di montagna dove non conoscevi anima viva. Stai lottando, giorno dopo giorno, per rifarti una vita lavorativa (e per una ex assistente di volo divenuta poi camiciaia è tutto tranne che facile, vista pure l’età) e, nel mentre, hai ricominciato a studiare per avere nuove possibilità. Un momento si e l’altro pure ti chiedi se la scelta che hai fatto sia sbagliata e, per la maggior parte del tempo, pensi di mollare e tornare indietro. Ma poi cacci giù le lacrime che ti salgono agli occhi e ti dici: magari aspetto ancora una settimana, ci provo l’ultima volta. E quell’ultima volta diventa il tuo mantra…te lo ripeti ogni giorno, perché non vuoi cedere, non vuoi arrenderti. Arrendersi sarebbe per te una sconfitta.
E, allora, cosa stai facendo da più di un anno e mezzo? Non è una montagna quella che stai cercando di scalare? Non è il tuo 8000, il tuo Everest?’.
Cima Lac da Cima Lainert, Catena delle Maddalene, 28 marzo 2021
Escursione iniziata: 24 giugno 2022
Localizzazione: chissà…
Sono le 9 del mattino del 24 giugno 2022. Sono seduta al gate in attesa inizino l’imbarco del volo diretto a Kathmandu. Sono molto nervosa. Mai avrei pensato di partecipare ad una spedizione sull’Everest a 45 anni. Ho avuto 9 mesi e mezzo per allenarmi e preparare l’attrezzatura, ma penso non basterebbero neppure 20 anni per prepararmi psicologicamente.
Mi guardo attorno per vedere se arriva la persona che diventerà la mia compagna di viaggio. È in ritardo e questo mi innervosisce. Penso ‘Iniziamo bene…’. Non la conosco personalmente, quel poco che so di lei è che si chiama Cloe e non ha assolutamente esperienza. Questo mi preoccupa molto, perché significa che sarò io a dover guidare la spedizione, a dover prendere le decisioni. Tra le altre parliamo anche due lingue differenti, quindi la comunicazione sarà sicuramente un problema in più.
Alla fine la vedo arrivare (immagino sia lei, ho solo visto foto sfocate). Mi avvicino e mi presento. Ha un sorriso simpatico, la prima impressione che ho di lei è buona. Le faccio cenno di dirigerci verso il gate, lei mi segue in silenzio. E quel silenzio ci accompagnerà per molto tempo…
Dopo 15 ore di volo atterriamo a Kathmandu. Dobbiamo affrettarci perché i tempi per il volo successivo per Lukla sono veramente ristretti.
Lukla è la porta di accesso principale all’Everest ed è il punto di partenza del trekking per molti escursionisti. Il volo dura circa 35-40 minuti ed è un’esperienza veramente emozionante, perché offre viste panoramiche mozzafiato delle montagne.
Siamo entrambe molto stanche, nessuna delle due ha dormito nelle ultime 24 ore, confuse per il cambiamento e perse nei nostri pensieri.
Una volta arrivate, sistemiamo l’attrezzatura in camera, mangiamo una cosa veloce e crolliamo entrambe in un sonno profondo. Il giorno dopo inizierà il trekking vero e proprio e noi dobbiamo essere pronte.
Il mattino successivo ci svegliamo molto presto, prepariamo lo zaino e iniziamo il nostro cammino verso Namche Bazaar, una vivace cittadina situata a un’altitudine di circa 3.440 metri. Il percorso segue il fiume Dudh Koshi attraverso incantevoli villaggi, ponti sospesi e boschi di rododendri. La camminata richiede circa 6-7 ore e offre panorami spettacolari.
Con noi ci sono altre persone, alcune conosciute, altre mai viste. Ci guardano con curiosità e fanno mille domande su di me e su Cloe, la mia silenziosa compagna. Io, sinceramente, non ho molto da dire. Mi limito a laconiche risposte, ancora frastornata per il jet lag.
Arriviamo a Namche Bazaar, dove abbiamo in programma di trascorrere un giorno intero, per permettere al corpo di adattarsi all’altitudine. È, infatti, un punto chiave per l’acclimatamento.
Durante il giorno di riposo, esploriamo la città, visitiamo il Museo del Parco Nazionale di Sagarmatha e ci godiamo le viste mozzafiato sull’Everest e le montagne circostanti.
Dopo il giorno di riposo a Namche Bazaar, continuiamo il trekking verso Dingboche, situata a un’altitudine di circa 4.410 metri. Il percorso attraversa terreni più aperti, con panorami spettacolari sulle montagne dell’Himalaya. Il tempo di cammino giornaliero è di circa altre 6-7 ore.
Anche a Dingboche facciamo un giorno di acclimatamento per permettere al corpo di abituarsi.
Tra me e Cloe la conversazione è veramente povera. Non ci capiamo. La mia preoccupazione è in continuo aumento. Mi chiedo se non sia stata una pazzia. Mi chiedo come possa io trovarmi in una situazione del genere. Come mi sia venuto in mente di lasciare la vita tranquilla (forse anche troppo tranquilla) che facevo per imbacarmi in una spedizione così fuori dalla mia portata. Mi chiedo se tra di noi le cose miglioreranno, se riusciremo a diventare veramente una squadra, se arriveremo a fidarci reciprocamente al punto da riuscire a mettere la nostra vita nelle mani dell’altra.
L’indomani il trekking prosegue da Dingboche a Lobuche, a un’altitudine di circa 4.910 metri, e successivamente a Gorak Shep, a un’altitudine di circa 5.164 metri. Questa è l’ultima tappa prima di raggiungere l’Everest Base Camp. Il percorso diventa più impegnativo man mano che ci si avvicina, ma l’entusiasmo fa sì che la fatica passi in secondo piano. Ed è così, che dopo un altro giorno di cammino, arriviamo finalmente al Base Camp a 5.364 metri.
Sia io che Cloe siamo euforiche. Sappiamo che il cammino che abbiamo fatto fino ad ora è niente rispetto a quello che ci aspetta per raggiungere la cima, ma per noi essere al campo base è già un grande traguardo.
Il programma prevede due settimane di acclimatamento, poi la salita all’ABC, advanced base camp (campo 1) a quota 6.065 metri.
In questi giorni il rapporto con la mia compagna di spedizione migliora notevolmente. Abbiamo sempre molte difficoltà di comunicazione, ma almeno adesso in qualche modo ci capiamo. Nonostante la sua indole indipendente, lei fa molto affidamento su di me. Spero di non deludere le sue aspettative. Sto studiando tutti i percorsi possibili, valutando i pro e i contro di ognuno, cercando la via di ascesa più sicura. E’ la prima volta anche per me, mi chiedo se sia stata la scelta giusta partecipare a questa spedizione con Cloe.
L’acclimatamento, comunque, prosegue molto bene. Nessuna delle due accusa sintomi di mal di montagna, anzi, devo dire che siamo piene di energie.
Teoricamente la partenza per il campo 1 è prevista per mercoledì prima dell’alba. Dobbiamo attraversare il ghiacciaio del Khumbu e non possiamo arrivare a giorno inoltrato, perché la luce solare aumenta notevolmente il pericolo. Dico teoricamente perché la temperatura si è alzata in modo anomalo. E, infatti, il giorno stabilito non possiamo neppure provare a salire. Tutto rimandato.
Sono molto amareggiata. Pensavo potessimo iniziare l’ascesa e, invece, siamo costrette a stare ancora al campo base, non sapendo se e quando riusciremo a salire.
Nel frattempo, abbiamo fatto amicizia con alcuni degli altri partecipanti la spedizione e i giorni per fortuna passano velocemente. Siamo, però, consapevoli che si tratta di una situazione temporanea e che presto dovremo prendere una decisione. Non possiamo rimanere al campo base per sempre. Se non avremo modo di iniziare l’ascesa, saremo costrette a fare ritorno in Italia.
Questo pensiero continua a martellarmi nella testa. Finalmente avevo trovato il coraggio di provarci. Mi ero illusa di potercela fare, nonostante l’età e l’esperienza limitata. Sono arrivata fino al campo base e l’idea di dover rinunciare per me è insopportabile.
I giorni passano ed io mi trovo in un limbo. Mi sento sospesa in una situazione che non ho la minima idea quando si sbloccherà. Vedo Cloe serena e questo rasserena anche me, perché significa che non la sto caricando col peso dei miei pensieri, ma sentirmi così impotente e in balia degli eventi è frustrante.
Chissà se le temperature scenderanno in breve tempo…
Scendo dalla macchina. Apro il bagagliaio a Bruno e la portiera posteriore al Nano. Recupero lo zaino (preparato con cura la sera precedente) dal sedile del passeggero, prendo il cellulare, avvio l’app col gps, lo metto in tasca e spero che a breve non ci sia più segnale. È domenica, poco prima delle 6. La sveglia è stata alle 4 e 30, come tutte le altre domeniche.
Scendo dalla macchina. Apro il bagagliaio a Bruno e la portiera posteriore al Nano. Recupero lo zaino (preparato con cura la sera precedente) dal sedile del passeggero. Apro poi la portiera a Cloe, prendo il biberon, provo a darglielo, litigo con le cinture del seggiolino, cerco di disincastrare lo zaino portabambino bloccato tra il sedile ed il cruscotto, mi sforzo per ricordare dove ho appoggiato il cellulare, sperando che ci sia segnale (che non si sa mai), urlo ai ragazzi di tornare (chissà dove sono finiti), metto Cloe nello zaino, mi siedo per terra per caricarmelo sulle spalle e, con uno sforzo disumano, mi rimetto in piedi (rotolando sulle ginocchia e aggrappandomi alla portiera per tirarmi su). È sabato/lunedì (perchè c’è meno gente), poco prima delle 11 (wow, stamattina siamo stati più veloci del solito…). La sveglia è stata alle 5, come tutti gli altri giorni…
Il primo pezzo è l’inizio dell’articolo per il quale ho deciso di fare questo blog ‘Chiedimi perchè vado in montagna’ del 2020.
Il secondo pezzo è l’inizio di ogni giornata in montagna da quando c’è Cloe.
Fare mountain hiking con bambini di qualche mese è tutto tranne che facile. Troppe variabili, che non ti permettono di programmare nulla. Puoi solo pensare a dove ti piacerebbe andare, preparare lo zaino e…incrociare le dita.
Per una persona demofobica (🤣) come me, partire alle 11 della domenica è escluso a priori. Quindi, cerco di fare in modo di andare il lunedì, che, soprattutto fuori stagione, ti permette di non incrociare anima viva per ore.
Cloe, in realtà, non si sveglia tardi. Alle 7-7:30 è già operativa, ma da che si sveglia a che usciamo ne passa. Continuo a guardarla, chiedendomi: ‘Ha dormito abbastanza? Ha mangiato abbastanza? È dell’umore giusto? Ha fatto la cacca (cosa importantissima!!!).’
Nel momento in cui mi pare che tutto fili liscio, carico al volo tutti in macchina e parto. Durante il tragitto continuo a guardarla per vedere se è tranquilla. Una volta raggiunto il punto di partenza, ci vogliono su per giù altri 15/20 minuti prima di metterci in marcia.
Nel momento in cui mi incammino, metto già in preventivo che può accadere di tornare indietro dopo poco. Questo, ovviamente, non mi rende felice, ma non posso obbligarla a fare cose che non si sente. Rimane una bambina di poco più di 10 mesi e la maggior parte dei suoi coetanei sarebbe a casa a fare un pisolino adesso.
Inizio a camminare. Dopo poco lei piagnucola. Effettivamente è di nuovo ora di dormire. Per distrarla un pò, canto le nostre canzoni preferite. È veramente dura: sto camminando in salita, con uno zaino che credo pesi 15/16 kg sulle spalle, e canto. Praticamente non ho più fiato per respirare.
Ma, poco dopo, lei crolla. A quel punto sento tutto il corpo che si rilassa. La continuo a guardare col cellulare, ma sono più tranquilla. Ritorno a sentirmi come mi sentivo ogni volta che andavo in montagna. Assaporo il silenzio, la pace, guardo i ragazzi davanti a me che mi fanno strada. Spero che non si svegli finchè non siamo arrivati in cima. Sebbene scelga percorsi fattibili con Cloe, ci sono punti in cui devo essere concentrata, soprattutto perchè non sono sola, ma ho lei sulle spalle. Una volta arrivati, mi incanto a guardare ciò che mi circonda, ma, al contrario di tempo fa, che mi perdevo chissà dove con la mente, ora rimango vigile e attenta.
Cloe, nel frattempo, si è svegliata. A questo punto, nonostante le mie gambe scalpitino, so che devo fermarmi. La tolgo dallo zaino e la metto a terra. Mangia qualcosa, poi si perde a giocare con un pezzo di erba.
La guardo e penso: chissà se amerà mai la montagna come me. Spero di non comportarmi in modo tale da fargliela andare in odio. Mi chiedo se quello che faccio sia sbagliato. Se la mia passione non mi porti a mettere lei in situazioni inappropriate. Se dovrei fare come tante altre mamme e portarla a giocare al parco giochi. Poi, però, sono sincera con me stessa: io non sono come tante mamme…io odio il parco giochi. Stavo per litigare con le altre madri l’unica volta che ci sono andata…
Io sono così. Io posso insegnarle quello che sono e che so. Io posso dirle cos’è un erioforo, posso raccontarle come si dorme in un bivacco, ma non ho idea di come siano i turni sull’altalena in città…
Mi dicono: la stai crescendo bene. E chi lo sa??? Io non scelgo di crescerla così. La cresco nel modo in cui vivo io. E, magari, quando sarà grande, me lo rinfaccerà, perchè avrebbe preferito passare i sabati e le domeniche in altro modo.
Torno con la mente al presente. Continuo a guardarla e lei sorride a fianco ai ‘suoi’ cani. Penso che forse stia bene e mi sento meglio anch’io.
Pian pianino sistemo le nostre cose per il rientro. Vorrei toccare altre cime come ai vecchi tempi, ma sono contenta così. Essere a più di 2000 mt con Cloe e i ragazzi mi riempie il cuore di gioia.
La rimetto nello zaino, col cappellino alla pescatora che le sta benissimo e che ogni tanto le scende sugli occhi. Le do un bacio e le sussurro: I love you, let’s go.
Siamo tutti e 4 felici. I ragazzi scendono davanti a noi, io canto ‘Who let the dogs out’ e lei sgambetta dietro di me.
È andato tutto bene. Lei è serena, io felice. Ho condiviso con mia figlia la mia più grande passione e sono riuscita a fare stare bene anche lei. Penso di non poter desiderare di meglio.
Alla fine, dove sta scritto che debba andare per forza al parcogiochi?
Purtroppo ho letteralmente abbandonato il blog e me ne dispiace tanto, ma diciamo che è stato un anno e mezzo molto particolare per me e, nonostante il tempo lo avessi (anche più del solito), mi mancava la concentrazione.
Dopo una favolosa stagione estiva, dove io e i ragazzi abbiamo girato tutti i monti possibili immaginabili, ad ottobre ho avuto una meravigliosa notizia, che però mi ha un pò rivoluzionato la vita. Ho scoperto, infatti, di essere incinta.
Per i primi mesi sono stata molto tranquilla, ma, dal 5° in poi, ho ricominciato con le mie camminate (rimanendo sotto i 2000 mt e sempre in zone non sperdute).
Malga Terzolasa, Val di Rabbi, 8° mese
Devo essere sincera che in quel periodo avevo l’assoluta convinzione che nulla sarebbe cambiato nella mia vita. Facevo programmi per il futuro, ma, come si dice, mai fare i conti senza l’oste…
Infatti, dal 24 giugno 2022, giorno in cui è nata la mia meravigliosa Cloe, tutto è cambiato! Direi proprio una rivoluzione…
I ragazzi con le prime scarpe da trekking di Cloe
Però la montagna non l’ho mai lasciata.
Ad 8 giorni di vita, Cloe già scorazzava per i monti nel passeggino da trekking e, a neanche 3 mesi, non appena è riuscita a stare nel marsupio, ha toccato la sua prima cima (Monte Peller, Dolomiti di Brenta)!
Tutti insieme sul Monte Peller
Chiaro che adesso sono sempre in ansia, ma la gioia di vivere la montagna insieme a lei prevale su tutto.
Ora Cloe ha 9 mesi e mezzo. Inizia a pesare un bel pò. Da un mese siamo passate allo zaino dietro. Ovviamente la mia schiena ringrazia, però è come portare qualcuno dietro in motorino: ci metti nulla a sbilanciarti. Per questo non potrò mai andare su sentieri con strapiombi o comunque impegnativi, perchè è un attimo perdere l’equilibrio.
In ogni caso anche il fisico non mi permette sicuramente di affrontare certe escursioni. 15 kg (10 lei + zaino) in più da trasportare sono tanti (e figuriamoci quando crescerà!).
Comunque, qualcosa riusciamo a fare, come lunedì scorso che siamo salite sulla sua 2° cima, il Monte Roen, Costiera della Mendola, che proprio per questo sarà l’oggetto del prossimo articolo.
Monte Roen, seconda cima per Cloe
In tutto questo non ho detto una cosa importantissima: come sta Cloe.
Si diverte. Lei proprio si diverte. Guarda il paesaggio (è molto curiosa…come ogni donna del resto…) ed i suoi cani (si, adesso sono suoi 🙂 ) che corrono davanti a lei. Quando la tiro fuori dallo zaino è sempre sorridente. A dir il vero, Cloe ha questa bellissima cosa, che sorride spessissimo.
Non le imporrò mai la mia passione, ma cercherò in tutti i modi di farle amare la montagna, perchè, e di questo sono convinta, l’amore per la montagna ti dà tantissimo. Le emozioni che ti fa provare sono meravigliose ed indescrivibili.
E, allora, a questo punto non mi resta che dire: che abbia inizio questa splendida avventura!
E, chissà, che magari, tra qualche anno, il blog non si chiami: La montagna di Charlye e Cloe 😉
Localizzazione: Catena delle Maddalene, tra la Val di Rabbi e la Val d’Ultimo.
Sono partita dal parcheggio Cavallar in Val di Rabbi intorno le 5:40. Ho raggiunto la Malga Caldesa Bassa (25-30 minuti) e, poco dopo, ho preso il direttissimo (sentiero nr. 108) per il Rifugio Stella Alpina al Lago Corvo. 10 minuti prima di arrivare al Rifugio, ho lasciato il 108 per prendere il nr. 12 direzione Punta di Quaira. In 45 minuti ho raggiunto la prima tappa, la Bärhapp Spitze (mt. 2707).
Arrivando alla Barhapp SpitzeFreschissimi e pieni di energie sulla Barhapp
Continuando sul sentiero 12, ho toccato la Punta di Quaira (Karspitze), che, con i suoi 2752 mt slm, costituisce la cima più alta della Catena delle Maddalene.
La cresta dalla Barhapp alla QuairaPunta di QuairaIl paradiso…sotto la Quaira
Lasciata la Quaira, ho proseguito sul 12 ancora brevemente. L’ho poi abbandonato per seguire la cresta fino alla Cima Tuatti (mt. 2701), dove sono arrivata verso alle 9:15.
Da qui, il pezzo iniziale di cresta verso Cima del Lago è molto sassoso, ma niente di pericoloso e diciamo che, semplicemente, bisogna andare dritti, perchè la traccia non si vede. Ma poi, poco dopo, diventa molto evidente. Dopo un pezzo di cresta su traccia, si scende e ci si ricollega al sentiero nr. 12 che porta (dalla Tuatti saranno su per giù 35 minuti) direttamente alla Cima del Lago (mt. 2615). Io ho trovato nuvole basse a tratti, ma vi assicuro (perchè ci sono stata altre volte) che la vista su Cima Trenta e sul Lago di Alplaner è strepitosa.
Cima del Lago
Da Cima del Lago, in pochi minuti sempre col 12, si raggiunge il Passo Alplaner (mt. 2424) ed il Lago.
A questo punto, verso le 11 su per giù, ho costeggiato il lago seguendo il sentiero nr. 14A fino ad incrociare il 14, che ho preso in direzione dell’Alplaner Alm (mt. 2245), dove sono arrivata mezz’oretta più tardi.
Alplaner Alm
Dall’Alplaner Alm si deve risalire nuovamente col 13A e, poi, scendere ancora fino alla Seefeld Alm (ci si impiega circa 50 minuti).
Seefeld Alm
Il sali è scendi purtroppo non è finito! Infatti, sempre rimanendo sul 13A, continua fino alla Bärhapp Alm (considerate altri 45 minuti).
Una volta arrivati alla Bärhapp Alm (mt. 2295) ci aspetta il rush finale, ovvero la salita al Passo Rabbi (mt. 2460), che, diciamocelo, dopo tutta la strada fatta prima, ti dà veramente la botta finale…
L’omino gigante salendo al Passo Rabbi
Mi sono fermata pochi minuti solo per fare delle foto, ma ho ripreso subito il cammino verso il Rifugio Stella Alpina al Lago Corvo che ho raggiunto in 5 minuti (alle 14). Velocemente l’ho superato e, altrettanto velocemente, ho ripreso il direttissimo verso il parcheggio Cavallar, dove sono arrivata alle 15:10.
Distanza percorsa: 21,06 km
Dislivello positivo: 1302 mt.
Tempo movimento: 7:55:59
Commenti: allora…diciamo che sono arrivata alla macchina fisicamente distrutta…, ma a me è piaciuto molto. L’avevo già fatto questo giro (voi penserete: brava…proprio furba a rifarlo!), tagliando fuori la Cima Tuatti però. Sapevo benissimo a quanta strada andavo incontro. Ma sapevo anche che mi era piaciuto tantissimo! I paesaggi sono strepitosi e non si incontra anima viva (chissà perchè…). Adoro camminare in quella parte che va dal lago di Alplaner al Passo di Rabbi, lo trovo estremamente rilassante. Da qui a consigliarvi il giro completo no, sarei cattiva, però, modificandolo, tagliando fuori dei pezzi, vi assicuro che merita proprio!
Localizzazione: Catena delle Maddalene, tra Val di Non e Val d’Ultimo
Sono partita alle 5:20 dal parcheggio in località Fontane, dopo Mocenigo di Rumo e su strada/sentiero 134 mi sono diretta verso Malga Lavazzè, mt.1639, (da notare dopo circa 20 minuti di cammino il cartello con le indicazioni per cima Stubele: 4 ore e 12 minuti…ma del resto siamo quasi in Alto Adige e siamo molto più precisi!). Dopo un’ora di cammino su strada asfaltata (se possibile quasi più brutta di quella per Malga Val!) siamo arrivati alla malga ed ha iniziato a piovere tantissimo.
Malga Lavazzè
Sempre sul 134 abbiamo proseguito per la Malga Masa Murada. Alla Masa Murada ero già stata, ma arrivando dalla Malga Bordolona e dal Passo di Val Clapa. Devo dire che dalla parte della Lavazzè la salita è un pò più impegnativa. Alle 7:10 l’abbiamo oltrepassata andando verso il Lago Poinella (che abbiamo raggiunto in 20 minuti). La zona qui intorno è stupenda, caratterizzata da meravigliosi spazi aperti e, per fortuna, ha pure smesso di piovere.
Malga Masa MuradaLago PoinellaI meravigliosi spazi aperti
Due ore e quaranta dopo la partenza siamo arrivati al Passo della Siromba (mt. 2407). Tenendosi il lago alle spalle, si prende la cresta sulla destra (sentiero 16B) che porta a Cima Stubele (mt. 2671). Non è una cresta difficile, ma, come per tutte le creste, bisogna prestare attenzione. Alle 8:50 siamo arrivati sulla cima (meglio di ogni aspettativa, visto che avevo previsto l’arrivo alle 10) e, fortuna pazzesca, il cielo era completamente sgombro di nuvole! Non vi dico che panorama spettacolare…
La cresta verso la StubeleIl panorama dalla StubeleCima Stubele
Fatte le foto di rito, abbiamo fatto ritorno al passo. Scendendo dalla cresta, di fronte si vedono la Schrummspitz (Cima della Siromba) e la Cima Binasia, invece sulla destra c’è il Lago della Siromba.
Cima della Siromba e Cima Binasia scendendo dalla StubeleIl Lago della Siromba
Devo essere sincera: avevo un progetto molto ambizioso per la giornata, ma il cielo si stava coprendo nuovamente e la cosa mi ha un pò scoraggiata. Infatti, ho deciso di tornare sui miei passi fino alla Masa Murada e poi vedere cosa fare.
Tornata alla malga, per allungare il giro, visto che erano solo le 10:40, invece di riprendere il 134 per la Lavazzè, ho optato per il Bonacossa (133) che porta alla Malga Cemiglio di dentro (mt.1838). Apro una parentesi su questo sentiero: si tratta di un sentiero storico SAT che attraversa Le Maddalene, da Passo Palade alla Val di Rabbi, per una lunghezza di oltre 50 km, tenendo lungo tutto il gruppo un’altitudine media di 2000 mt. s.l.m, e si situa parte in provincia di Trento e parte in quella di Bolzano. E’ dedicato ad Aldo Bonacossa, un alpinista milanese, autore della prima guida sul Gruppo Ortles – Cevedale, che comprendeva anche il settore delle Maddalene. Penso, ormai, nelle mie varie escursioni di averlo percorso tutto e posso dire che merita veramente in tutta la sua lunghezza.
Alle 11:40 siamo arrivati alla Cemiglio di dentro. Qui ero molto indecisa sul da farsi: prendere il 113A in direzione Maso Bernardi e tornare verso la macchina, o il 113A in direzione Lago Cemiglio (indicato 1h e 20′). Ero in giro già da un bel pò di tempo e non sapevo se ce l’avrei fatta a risalire di nuovo di altitudine fino al lago. Ho deciso alla fine di provarci e, alle 12:40, sono arrivata al lago Cemiglio (mt. 2267). Che bello! Peccato il cielo nero…
Lago Cemiglio
Adesso ve la dico tutta: il mio progetto ambizioso era quello di unire Cima Stubele e Cima Olmi, due cime che da sole per me erano giri troppo brevi e che non sapevo come collegare ad altre escursioni.
Dal lago ho proseguito verso il Passo Cemiglio (mt. 2405), con l’idea di valutare la situazione e decidere se proseguire verso la Olmi. E, niente, alla fine, guidata dall’entusiasmo, ho preso la cresta sulla destra del passo (tenendomi il lago Cemiglio alle spalle) e ho affrontato il ripido tratto finale che mi ha portato sulla Cima Olmi (mt. 2656) alle 13:40. Che soddisfazioneeeeeee! Non mi sembrava vero, ero felicissima e continuavo a ripetermi che avevo fatto l’impresa! Poi non vi dico il panorama meraviglioso nonostante il cielo coperto.
Il Lago di Santa GiustinaCima Lavazzè, Goldlahnspitz e Monte OmettoCima degli Olmi
Ho fatto video e foto ai ragazzi che sulla Olmi dormivano…poveretti! Bella la scritta che c’è sulla cima: ‘Con il vento contrario l’aquilone prende il volo’.
Alle 14 abbiamo lasciato la cima, anche perchè la temperatura non era delle più gradevoli e la strada che dovevamo affrontare per tornare alla macchina era bella lunga. Dopo un’ora e venti siamo tornati alla Cemiglio di dentro/Bivacco forestale e da lì ho proseguito in direzione del Maso Bernardi (mt. 1572).
Maso Bernardi
Arrivati qui, mi sono rifiutata di passare dalla Malga Lavazzè e, allungandola, ho proseguito sul 113A per poi ricollegarmi alla strada/sentiero 134 poco prima del parcheggio in località Fontane. Alle 16:45, non ricordandomi più neppure il mio nome per la stanchezza, abbiamo fatto ritorno alla macchina…
Distanza totale: 21,50 km
Dislivello positivo: 1600 mt
Tempo movimento: 8:53:11
Commenti: cosa vi posso dire? Una massacrata: ho lasciato la macchina a poco meno di 1100 mt di altitudine, ho fatto quasi 1700 mt di dislivello per salire alla Stubele, poi giù ad una altitudine di 1800 mt. e di nuovo su sulla Olmi a 2656 mt. Per me, come ho detto prima, un progetto veramente ambizioso…quindi non vi dico come mi sono sentita. Toccavo il cielo con un dito. Sinceramente non credevo di farcela, ma poi l’adrenalina, come spesso mi capita, mi ha dato una carica pazzesca e ha permesso di realizzare il mio progetto. Non mi sento di consigliare a tutti questo giro, non voglio che poi mi odiate, però, singolarmente, fate sia la Cima Stubele che la Cima Olmi perchè meritano. Così pure meritano il Lago Poinella e il Lago Cemiglio. Maddalene sempre top!
Localizzazione: Catena delle Maddalene, tra la Val di Non e la Val d’Ultimo
Ho parcheggiato al Pont dal Vat (mt.1256), poco dopo Lanza, e alle 6 mi sono incamminata sulla terrificante/ripida strada asfaltata (113) che conduce a Malga Val/Rifugio Maddalene (tempo indicato 1 ora e 50′). Dopo un’ora (penso i tempi indicati siano da rivedere), alle 7, sono arrivata alla malga (mt. 1925). Da qui, sempre proseguendo sul 113 (che ora diventa sentiero), mi sono diretta al Passo Termen da Val (mt. 2252), che ho raggiunto in 45 minuti. Al passo potete notare una pietra su cui sono incise la I da un lato e la B dall’altro, antico confine tra Italia e Baviera. Non vi dico il vento che tirava…qui rimane nella mia memoria il video pubblicato sulle storie di Instagram dove esordisco con: Sierra Levante, Sierra Ponente, Sierra la porta che fa corrente…e non aggiungo altro…
La strada terrificanteMalga ValArrivando al Termen da ValNotare le orecchie dei ragazzi…poco vento!La Val d’Ultimo vista dal Termen da Val
Tenendomi il cartello del Termen da Val alle spalle, ho preso la cresta, facile, che porta alla Cima Lavazzè (mt. 2415). Devo ammettere che ho fatto un pò di casino tra la Cima Lavazzè e la Lavazzè meridionale, però da entrambe il panorama è meraviglioso: Cima degli Olmi, Val d’Ultimo, Goldlahnsee, Val di Non col Lago di Santa Giustina.
Cima LavazzèCima degli Olmi dalla LavazzèIl lago di Santa GiustinaLe Maddalene
Sono poi scesa verso il Goldlahnsee (mt. 2294), che era ancora mezzo ghiacciato con dei colori spettacolari.
Goldlahnsee
Superata la conca del lago, rimanendo sempre sulla cresta, si risale verso la Goldlahnspitz (mt.2387). Non vi dico anche qui il panorama mozzafiato su tutte le Maddalene. Attenzione solo allo spazio vitale veramente misero: per fare la foto coi ragazzi mi tremavano le gambe!
GoldlahnspitzLago di Cima Lavazzè meridionale
Sono poi scesa nuovamente, non seguendo un vero e proprio sentiero, verso il lago di Cima Lavazzè inferiore (ho sempre avuto dei dubbi sul nome, quindi perdonatemi se ho sbagliato!)
Quel giorno devo ammettere che, stranamente, non avevo un reale programma per la giornata. Quindi, diciamo che sono andata un pò all’avventura, seguendo il sole. Dal lago ho, quindi, preso il sentiero n. 133 verso il SamerJoch. Il paesaggio comunque veramente meraviglioso: per metà innevato, per metà con erba verde!
Alle 10:30 sono arrivata allo SamerJoch e ho deciso di proseguire, in una sorta di anello, sul 133-19. Si stava benissimo, era calato il vento e c’era una giornata magnifica. Insomma, per farvela breve mi sono detta: sai che c’è? Che proviamo a salire anche sul Monte Ometto (ignara di tutta la strada che poi avrei dovuto fare per tornare alla macchina). Alle 11:40, abbiamo toccato la croce del Monte Ometto (mt. 2395). Che spettacolo! Che vista strepitosa che c’è!
Monte Ometto
A mezzogiorno, molto ottimista perchè ‘tanto c’abbiamo tutto il tempo’…, ho lasciato la cima per cominciare la discesa. Ho ripercorso a ritroso il sentiero 12 e, all’incrocio col 133, ho proseguito sempre sullo stesso verso la Stierbergalm (mt. 1850).
E adesso inizia ‘il bello’. Sempre sul sentiero 12 sono risalita al Monte Faiden. Da qui, un signore che ho incontrato sul Monte Ometto, mi aveva suggerito di scendere giù a Passo Fresna e poi collegarmi alla strada per Malga Val, ma, invece, visto il sole ancora alto, ho preferito prendere il sentiero n. 13 che mi ha ricollegato al 133 poco sopra Malga Val. Che massacrata!
Bruno stravoltoIl panorama dal Monte FaidenSul sentiero 13 verso il 133 per Malga Val
Vabbè, per farvela breve, alle 14:40 ho raggiunto la Malga, da dove ho ripreso l’orrenda strada sfasciaginocchia, e alle 15:30 ho finalmente raggiunto la macchina al Pont dal Vat.
Distanza totale: 17,85 km
Dislivello positivo: 1159 mt.
Tempo movimento: 9:33:12
Commenti: giro meraviglioso!!! Lungo (4 cime, 2 laghi, 2 passi, non ci siamo fatti mancare niente!), ma con panorami da mozzare il fiato. E non abbiamo, praticamente, mai incrociato nessuno, a parte sul Monte Ometto e alla Stierbergalm. A me è piaciuto tantissimo. E’ il mio genere proprio: perdermi in sentieri non battuti e vagare per ore per le montagne. Non mi sento di suggerirlo a tutti, però, perchè è veramente faticoso. Ci vuole gamba e fiato, ma i panorami ripagano sicuramente per la fatica fatta.
Localizzazione: Catena delle Maddalene, tra la Val di Rabbi, la Val d’Ultimo e la Val di Bresimo.
Sono partita dal parcheggio Cavallar in Val di Rabbi poco prima delle 6. Ho raggiunto la Malga Caldesa Bassa (25-30 minuti) e, poco dopo, ho preso il direttissimo (sentiero nr. 108) per il Rifugio Stella Alpina al Lago Corvo. 10 minuti prima di arrivare al Rifugio, ho lasciato il 108 per prendere il nr. 12 direzione Punta di Quaira. In 45 minuti ho raggiunto la prima tappa, la Bärhapp Spitze (mt. 2707).
Bärhapp in lontananza
Continuando sul sentiero 12, ho toccato la Punta di Quaira (Karspitze), che, con i suoi 2752 mt slm, costituisce la cima più alta della Catena delle Maddalene.
La Punta di Quaira vista dalla Bärhapp
Lasciata la Quaira, ho proseguito sul 12 ancora brevemente. L’ho poi abbandonato per seguire la cresta fino alla Cima Tuatti (mt. 2701), dove sono arrivata verso le 10.
Da qui, ho preso sempre la cresta (si tratta di creste tranquille e con tracce evidenti, anzi devo dire che le si percorre proprio volentieri!) per scendere al Passo Palù (mt. 2412).
La mia idea era salire anche a Castel Pagano. Esclusa la salita direttamente dal Passo (mi hanno detto che coi cani l’ultimo pezzo non è fattibile), l’alternativa era scendere col sentiero nr. 133 in Val di Bresimo. Quando l’ho fatta l’anno scorso, sono arrivata fino giù dove c’è una malga e da lì parte il sentiero nr. 118 che porta in cresta tra Castel Pagano e Cima Zoccolo. Sinceramente mi scocciava scendere fino lì (si allunga di un bel pò), quindi ho deciso di camminare ad una certa altitudine in costa a Castel Pagano, ravanando un pò, fino a collegarmi col 118 (secondo me potevo essere intorno ai 2300 mt).
Devo ammettere che ad un certo punto iniziavo ad essere molto stanca (tanti sali e scendi…) e l’ultimo pezzo prima della vetta l’ho fatto a rallentatore! Ma poi, alla fine, ce l’ho fatta e, a mezzogiorno, ero sulla cima di Castel Pagano, mt. 2608 (peccato sia caduta la croce!).
Castel Pagano scendendo dalla TuattiPunta di Quaira e Cima Tuatti da Castel Pagano
Tutte le Cime delle Maddalene regalano panorami stupendi, ma, in questo caso, ancora di più, perchè la vista dà completamente sulla Val di Rabbi (ed io sono un pò tanto di parte…).
20 minuti più tardi, ho deciso di rimettermi in marcia, ma non tornando sui miei passi, bensì scendendo direttamente sotto a Castel Pagano. Non c’è alcuna traccia (ho camminato tra i rododendri), ma sapevo che in linea d’aria mi trovavo sopra alla Malga Garbella di sopra ed, infatti, lì sono arrivata verso le 13:10. Devo ammettere che l’idea del ritorno al parcheggio Cavallar un pò mi creava ansia, perchè, guardando la Tabacco, il rientro era veramente lungo…
Invece, una volta arrivata poco prima della Garbella, ho avuto una bella sorpresa: un sentiero con segnaletica (non segnato invece sulla cartina) che rimaneva alto e proseguiva in direzione nord. L’ho imboccato senza neppure pensarci e ho fatto benissimo: in mezz’ora mi ha riportata dritta dritta alla Malga Palù! Non vi dico la felicità!
L’arrivo alla Garbella di Sopra, dove ho trovato il sentiero per Malga PalùI ragazzi stravolti Malga Palù
Dalla Malga Palù, ho preso poi il sentiero nr. 133A e, alle 15:15, ho fatto ritorno al parcheggio.
Distanza totale: 17,10 km
Dislivello positivo: 1302 mt.
Tempo movimento: 7:25:53
Commenti: è un gran bel giro! Piacevole, senza punti critici. Come dicevo, camminare sulle creste è divertente e, poi, il panorama che si gode è una meraviglia. Mi ha, onestamente, stancata molto, ma c’è da dire che alla fine le Cime sono state 4 e non sono poi così poche!
Localizzazione: Catena delle Maddalene, tra l’Alta Val di Non e la Val d’Ultimo
Ho parcheggiato dopo il primo tunnel (venendo dalla Val di Non) al Passo Castrin e mi sono incamminata pochi minuti dopo le 6. Nel giro di 20 minuti ho raggiunto Malga Castrin, da dove ho imboccato il famoso sentiero nr. 133 Aldo Bonacossa. Avevo fatto questo stesso percorso esattamente un anno prima, ma lo ricordavo perfettamente da quanto mi era piaciuto.
Malga CastrinIl sentiero 133 Aldo Bonacossa
Alle 7:20 sono arrivata al Laugen Jöchl e, poco dopo, è iniziata la salita verso la cresta (sul sentiero 8A), che ho raggiunto in 45 minuti circa.
Il Laugen Jöchl Il sentiero 8ALa croce del Luco dall’inizio della cresta
Da qui, dove il sentiero 8A incrocia il 10A, in poco meno di 10 minuti si raggiunge la croce di vetta del Monte Luco Grande (mt. 2434). Apro una parentesi: in realtà avevo un bel ricordo del sentiero Bonacossa, ma non altrettanto del Monte Luco. Quando ero salita l’anno precedente, avevo trovato talmente tanta gente, che non ero neppure riuscita a fare una foto discreta sulla cima. Quest’anno, essendo arrivata alle 8:10, non ho trovato nessuno e la mia opinione è radicalmente cambiata! La vista è spettacolare!
Sempre l’anno precedente, a causa appunto della troppa gente, ero ritornata sui miei passi passando dall’8A. Quest’anno, essendo da sola, ne ho approfittato e ho imboccato il sentiero nr. 10 (quello che va alla Malga Monte Luco). P.s. Prima di un’escursione, mi documento sempre. Leggo le pagine ufficiali delle varie Valli e anche i blog. Quello che a me spesso infastidisce è l’ansia che ti mettono nel descrivere certi percorsi. Il sentiero nr. 10 è uno di questi casi. Ci sono parecchi gradini, perchè il pezzo finale per raggiungere la cima è molto ripido e sassoso. Ma è fattibilissimo e tranquillissimo!!! Anzi, l’ho trovato molto carino, proprio perchè diverso dal solito.
Il Lago Luco scendendo dal Luco Grande
Una volta scesi da questo pezzo, abbiamo imboccato il sentiero sulla sinistra fino al meraviglioso Lago Luco ancora mezzo ghiacciato.
Raggiunto il lato opposto del lago, rispetto a dove si arriva, si trova una segnaletica. Sulla Tabacco online non è segnato (se non come traccia), ma in realtà c’è un sentiero vero e proprio, il 9, che, in 10 minuti, porta dritti al Kleiner Laugen, il Monte Luco Piccolo (mt. 2297), il quale, nonostante i suoi 137 mt in meno del Grande, offre comunque un panorama di tutto rispetto.
Verso le 10 sono scesa, ho oltrepassato il lago, e sono tornata all’incrocio, dove ho ripreso il 133, che ho abbandonato dopo poco meno di 40 minuti, per imboccare il 10A in direzione della Malga Monte Luco. Anche in questo caso, la Tabacco online non lo segna, ma, dopo 10 minuti di discesa, si trova sulla destra il sentiero nr. 158 che porta alla Malga Pradont (mt. 1905).
Il bivio tra il 133 e il 10AL’inizio del sentiero 158
Dalla Malga, parte una forestale, fino alla Pradont di Sotto (che sinceramente non ho visto), dove, poco dopo, si abbandona per prendere il sentiero nr. 3 (indicato anche dalla Tabacco). Si tratta, a mio avviso, di un sentiero un pò rudimentale, tra le altre spesso interrotto da alberi caduti, che in mezz’ora conduce alla Prieda del Gial (mt. 1680), da dove si riprende una sterrata ed in altri 30 minuti si fa ritorno al parcheggio.
La strada dalla Malga Pradont di sopra a quella di sottoIl Monte Cornicolo ritornando al Passo Castrin
Distanza totale: 15,90 km
Dislivello positivo: 997 mt.
Tempo movimento: 05:59:14
Commenti: bellissimo! Fatelo! Tranquillo, rilassante, senza difficoltà alcuna. Panorami da mozzare il fiato e il sentiero Bonacossa che è veramente un Signor Sentiero. Considerate che molta gente sale dalla Malga Monte Luco, quindi da quella parte troverete sicuramente un pò di affollamento. Se vi piace la pace, partite presto e dal Passo Castrin, a mio avviso e per esperienza personale, meno gettonato del Passo Palade per salire al Luco.
VARIANTE DA PASSO DELLE PALADE
Escursione effettuata: 3 novembre 2024
Per quanto, come già detto in precedenza, io preferisca l’ascesa al Monte Luco da Passo Castrin (molto più ‘rilassante’ e panoramica), pubblico la variante da Passo Palade, per chi preferisce una cosa un pò più veloce.
Sono partita dal Gampen Pass (dove ho parcheggiato) alle 6:40. Alla prima curva della sterrata che conduce alla Laugenalm, sulla destra si trovano le indicazioni per il sentiero 133 Bonacossa. Questo sentiero è il diretto, ma io oserei chiamarlo direttissimo. Praticamente un’ora e 40 di step ups al box senza interruzioni…
Sono tutte scale, di legno o pietra. In meno di un’ora il dislivello è di circa 500 mt. Avete presente la scritta sulle magliette: ‘Ma è tutta così?’ ‘No, tra poco spiana’ e non spiana mai? Ecco…però, devo ammettere, che, quando si esce allo scoperto, il panorama è veramente meraviglioso. E, poi, queste scale create dall’uomo sono a tratti molto belle.
Mi sono sinceramente sorpresa quando alle 7:50 sono arrivata al lago del Luco. Non me lo aspettavo così velocemente! L’ultima volta che l’ho visto era giugno ed era ancora mezzo ghiacciato, ma rimane, comunque, molto affascinante.
Dal lago le indicazioni dicono che ci vogliono 50 minuti per arrivare alla cima. Ho calcolato, quindi, che l’avrei raggiunta per le 8:40, ma, in realtà, alle 8:20 ero su. Si deve proseguire per pochi minuti e, poi, prendere il sentiero n. 10 sulla destra. Sul pezzo che va alla cima vorrei fare una precisazione: come ho detto precedentemente, è molto carino e diverso dal solito, ma questo non vuol dire che tutti possano affrontarlo serenamente. Ci sono molti tratti esposti, attrezzati di corda, ma comunque esposti. Quindi, per chi soffre un pò in certe situazioni, sconsiglio questa variante. Non sto dicendo che è un sentiero per escursionisti esperti, ma neppure per gente con le ginniche…
Il Monte Luco piccolo e il lago del Luco salendo al Monte Luco e un pezzo di sentiero attrezzato
In ogni caso, la fatica vale la pena, perchè la vista dai 2434 mt del Monte Luco, alias Laugenspitze, è veramente meravigliosa! P.s. poco prima della cima c’è una scultura. Se leggete, scoprirete che quella del Monte Luco sembra sia la prima ascensione femminile (documentata) nelle Alpi di due donne (Regina Von Brandis e la figlia Katharina) e risale al 24 agosto del 1552. W le donne!
E’ sempre per me fonte di gioia raggiungere una cima come prima persona della giornata…sarà anche stupido, ma mi dà una bella sensazione, come se quel meraviglioso spettacolo fosse un privilegio che ho solo io.
Arrivato il momento di scendere, ho deciso di non tornare sui miei passi. Primo perchè era veramente presto (8:40), secondo perchè non avevo voglia di spaccarmi le ginocchia. Quindi, ho deciso di prendere il sentiero 8A , che poi diventa il 10 A e porta alla Laugenalm in un’oretta. E’ un sentiero molto tranquillo e panoramico.
Dalla malga, purtroppo, a parte un a paio di pezzetti con cui si può tagliare col sentiero n. 10, è strada sterrata fino al Gampen Pass, dove sono arrivata alle 10:25 circa.
Ho raggiunto con l’auto il Passo Daone (mt. 1300), dove, alle 6:30, è iniziata la mia escursione. Mi sono incamminata nel bosco sul sentiero nr. 356 (sicuramente le indicazioni non mancano lungo tutto il percorso), passando in ordine per: Dotor (mt. 1395), Pramarciù (mt. 1405), Stavel (mt. 1476). Da qui, il sentiero si fa un pò più ripido e, dopo circa 15 minuti di cammino, si esce dal bosco. Il panorama, nonostante ci si trovi ancora ben sotto la cima, promette già benissimo!
Pramarciù
Il panorama da sotto la Cima
La croce di vetta
In un’oretta ho raggiunto Cima Durmont (mt. 1837). Avevo letto che la vista era meravigliosa e ne ho avuto la conferma: spazia dal Brenta, alle Cime dell’ Adamello, al Carè Alto e alle vallate sottostanti. Merita proprio!
Dalla Cima Durmont ho poi proseguito lungo il sentiero 356 verso il Passo Campiol. Il sentiero, nella prima parte, è lungo la cresta, poi scende e si entra nuovamente nel bosco, fino ad arrivare al Passo (mt. 1671) in circa 15 minuti. Dal Passo Campiol si risale nuovamente seguendo le indicazioni per il Monte Cargadur (mt. 1871). Devo essere sincera: per fortuna che ho la Tabacco sul cellulare che indica la posizione in cui ti trovi, altrimenti mai avrei saputo di essere sul Cargadur (non ci sono cartelli). Diciamo, comunque, che dal passo ci vogliono indicativamente 35/40 minuti.
Il pezzo di cresta da Cima Durmont verso il Passo Campiol
Da qui ho ripreso a scendere e, alle 9:30 (25 minuti dopo), sono arrivata al Passo delle Malghette (mt. 1723).
Passo delle Malghette
Dal Passo ho imboccato prima il sentiero nr. 350 e, poco dopo, il 356A che mi ha riportato a Pramarciù. Volendo si può abbreviare il ritorno col 356B, che collega al Passo Campiol, e fare rientro passando nuovamente dal sentiero dell’andata e, quindi, da Cima Durmont.
Sono arrivata al Passo Daone alle 11.
Distanza totale: 11,96 km
Dislivello positivo: 855 mt
Tempo movimento: 3:45:08
Commenti: quando ho studiato il giro, avevo letto del bellissimo panorama che offre la Cima Durmont e ne ho avuto la conferma. Avevo letto anche che quest’anello prevedeva 5 ore e 30 di percorrenza. Secondo me sono tante…infatti sono rimasta molto delusa quando sono arrivata alla macchina così presto. A mio parere, merita molto fino al pezzo di cresta dopo la Cima Durmont, poi è un continuo sali e scendi nei boschi. Lo sconsiglio a chi piace camminare in spazi aperti e sopra a certe altitudini. Il pezzo finale dal Passo delle Malghette a Pramarciù per me è stato molto noioso, ma poi dipende da cosa cerca una persona: se quello che vuole è una bella camminata nei boschi, questa escursione è l’ideale. È un percorso adatto a tutti, non prevede alcuna capacità tecnica, da fare nelle mezze stagioni (d’estate si rischia di morire dal caldo!).