La mia geografia del mondo


Sono le 20:30 di un’altra interminabile giornata. Le scarpe ancora ai piedi, le giacche lanciate sul divano.

Seduta al tavolo, guardo Cloe di fronte a me mentre mangia nuggets e French fries.

A un certo punto si gira, mi sorride e dice: “Mamma… mmm, good”, facendo quel gesto con il dito sulla guancia, come fanno tutti i bambini quando una cosa è, a loro avviso, buonissima.

Resto ad osservarla per un momento, poi abbasso gli occhi sulla salad che ho davanti, una crispy chicken salad, e sul sacchetto del McDonald’s appoggiato lì accanto.

La cosa mi fa quasi sorridere, perché mi rendo conto che non avevo più nemmeno memoria dell’ultima volta in cui ero entrata in un McDonald’s, dell’ultima volta in cui avevo mangiato una cosa del genere.

Infilo la forchetta nell’insalata, prendo un pezzo di crispy chicken e lo porto alla bocca.

Un’ondata di aria fredda mi colpisce all’improvviso. Sussulto e mi giro di colpo.

Qualcuno ha appena aperto la porta del Quincy Market. La pungente aria salmastra che arriva dal porto di Boston si mescola al brusio della gente.

Abbasso gli occhi. Davanti a me c’è una pagnotta rotonda, svuotata e piena di clam chowder bollente.

Una crema densa, bianca, con pezzi morbidi di patata e il gusto pieno delle vongole addolcito dalla panna.

Il cucchiaio affonda lento.
Il vapore sale. Intorno il rumore, le voci che si sovrappongono, il continuo aprirsi e chiudersi della porta.

Alla fine rimane solo la crosta della pagnotta, completamente inzuppata. La rompo e tiro su quel pezzo di pane caldo e morbido.

È la parte più buona.

E resto lì un attimo, con la mano ferma a mezz’aria, con quel sapore ancora in bocca.

Ho trent’anni e giro il mondo per lavoro.

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