Cani e divieti in montagna

Due cani davanti a un bivacco alpino, in ambiente montano con neve.
Nano e Bruno davanti a un bivacco alpino: una situazione comune che solleva domande su regole, responsabilità e convivenza in montagna.

Il commento era pubblico.
Non parlava di regole o divieti ufficiali, ma di sporco.
Ho risposto subito, nello stesso spazio. Ho scritto che i miei cani non avevano toccato i materassi, che nel bivacco non c’era un pelo, che mi preoccuperei molto di più della sporcizia lasciata da certe persone. Ho anche fatto notare che, quando si interviene pubblicamente, sarebbe corretto firmarsi.
La discussione non si è fermata lì.
Quando l’argomento della pulizia ha smesso di reggere, il discorso si è spostato. È arrivata l’allergia.
«Sono allergico».
A quel punto ho scritto in privato. Non perché non avessi altro da dire, ma perché non mi andava di trasformare il mio blog in una polemica sterile. Gli ho scritto una frase sola: ma hai proprio del buon tempo.
Oggi, sotto quell’articolo, sono rimasti solo i miei commenti. I suoi non ci sono più. Non so se li abbia cancellati lui o se siano stati rimossi. So però perché ho scelto di non continuare pubblicamente: non era più una discussione, stava diventando rumore.
I fatti, intanto, erano molto più semplici di così.
Era la notte tra il 4 e il 5 agosto. Ero da sola. Anche se salire era stata una mia scelta, a quell’altitudine, di notte, un po’ di timore c’era. Nonostante fosse agosto, aveva nevicato. Ho le foto. Fino all’ultimo non sapevo se andare o no. Ho dormito con quattro coperte addosso.
Avevo deciso che i miei cani sarebbero stati dentro anche per questo. Non per comodità, ma per una valutazione fatta prima. Non sapevo che fosse vietato: non conoscevo il funzionamento dei bivacchi né i regolamenti. Non c’era malafede, né l’idea di fare come mi pare.
E c’era un ultimo elemento, decisivo: non c’era nessun altro.
Se ci fossero state altre persone, sarei scesa e tornata a casa. Lo avevo già deciso. Non per obbligo, ma per rispetto.
Tutto questo, però, nella discussione non contava. Non perché fosse falso, ma perché non rientrava nello schema di chi giudicava.
Ed è lì che ho capito che non si stava più parlando di quella notte, né dei miei cani. Si stava parlando di qualcosa di più grande: di quanto sia facile togliere il contesto e ridurre una situazione reale a una regola secca, o a un giudizio automatico.
Il mio caso non è un’eccezione.


Nei rifugi e nei bivacchi di proprietà del Club Alpino Italiano l’accesso ai cani è vietato per regolamento. Lo stesso vale per le strutture della Società Alpinisti Tridentini. Il divieto è formale, scritto, noto.
Negli ultimi anni, però, questo divieto è diventato oggetto di un dibattito sempre più acceso, proprio perché nella pratica ha prodotto situazioni difficili da ignorare.


Nel 2023 due escursioniste, arrivate in serata al bivacco della Vigolana con la loro cagnolina dopo ore di cammino, hanno scoperto solo sul posto che i cani non erano ammessi, nonostante online non ci fosse alcuna indicazione in merito. All’interno della struttura era già presente un’altra persona, che ha dichiarato di essere allergica ai cani e ha indicato un cartello con il divieto di accesso agli animali.
Alle due ragazze è stato chiesto di lasciare il cane fuori o, in alternativa, di dormire all’esterno anche loro. Nonostante avessero proposto diverse soluzioni per tenere la cagnolina distante, tra il divieto formale e l’allergia dichiarata non è stato lasciato spazio a nessuna valutazione del contesto. Erano le sette di sera, a oltre duemila metri, e le due sono state costrette a rientrare a valle, raggiungendo solo più tardi un altro rifugio, dove hanno trovato accoglienza grazie alla disponibilità della rifugista.
Anche in questo caso, come nel commento sul mio blog, l’allergia non è entrata come elemento da gestire, ma come argomento conclusivo, capace di chiudere ogni possibilità di confronto.

Nel 2025 un episodio avvenuto al Rifugio Val di Fumo ha portato il dibattito su un piano ancora diverso. Una coppia di escursionisti, sorpresa da un violento temporale e da una grandinata, è arrivata in rifugio completamente fradicia insieme alla propria cagnolina anziana, bagnata, tremolante e in evidente stato di difficoltà, con un rischio concreto di ipotermia. I due non hanno chiesto di fermarsi a dormire né di violare il regolamento, ma solo di poter entrare per pochi minuti, il tempo necessario per asciugare e scaldare l’animale.
La risposta è stata un rifiuto secco: «Qui i cani non entrano». Anche la richiesta di fermarsi nell’ingresso è stata respinta. Solo grazie all’aiuto di alcune persone presenti e a mezzi di fortuna la cagnolina è riuscita a riprendersi. Secondo il racconto, alle proteste dei proprietari è seguita anche un’escalation verbale, con frasi che hanno spostato l’episodio dal piano della regola a quello della totale assenza di umanità.
In questo caso non si è trattato di interpretare un divieto, ma di applicarlo senza alcuna distinzione, nemmeno davanti a una situazione di emergenza. Ed è proprio qui che il confine tra il rispetto di una norma e la negazione del ruolo stesso di un rifugio — luogo di riparo, protezione e soccorso — diventa impossibile da ignorare.


Di fronte a episodi come questi, anche associazioni animaliste hanno preso posizione. L’ENPA, ad esempio, ha chiesto ufficialmente al CAI di rivedere il regolamento sull’accesso dei cani nei rifugi e nei bivacchi, sottolineando il paradosso di animali celebrati come eroi del soccorso alpino ma esclusi senza eccezioni dagli spazi di riparo.
Non si tratta di mettere in discussione l’esistenza di una norma.
Si tratta di riconoscere che una norma applicata in modo rigido, senza alcuna valutazione del contesto, produce situazioni che molte persone faticano a considerare giuste.
È qui che il tema smette di essere personale. Non riguarda più una notte in un bivacco o una scelta individuale. Riguarda il modo in cui decidiamo di gestire la presenza dei cani in montagna, e quanto spazio siamo disposti a lasciare alla responsabilità rispetto al semplice divieto.


Se lo sporco è davvero il problema, allora mettiamoci d’accordo. Guardiamolo tutto.
Perché se iniziamo a fare una graduatoria dello sporco in montagna, i cani non stanno certo in cima alla lista. Basta guardare i sentieri, in qualunque periodo dell’anno: cartacce, fazzoletti, resti di cibo, bottiglie. Basta entrare in certi rifugi o bivacchi dopo il passaggio delle persone: pavimenti, tavoli, bagni lasciati in condizioni che nessun cane potrebbe mai eguagliare.
Eppure questo tipo di sporco viene tollerato. È considerato normale, inevitabile, parte del passaggio umano. Il cane, invece, no. Il cane diventa immediatamente un problema igienico, a prescindere da come si comporti, da dove stia, da chi lo accompagni.
Se allarghiamo lo sguardo, il discorso diventa ancora più scomodo. Le grandi spedizioni in alta quota hanno lasciato — e continuano a lasciare — rifiuti, bombole, tende, escrementi. Un accumulo tale che oggi si parla apertamente di montagne trasformate in discariche d’alta quota.
Eppure nessuno mette in discussione la presenza dell’uomo. Nessuno parla di vietare l’accesso per motivi di igiene. Si parla, al massimo, di ripulire dopo.
È qui che la sproporzione diventa evidente. Lo sporco non è il vero criterio. È una giustificazione comoda, usata in modo selettivo.
Se davvero fosse lo sporco a guidare le scelte, il problema principale non sarebbero i cani. Saremmo noi.


L’allergia arriva spesso come argomento conclusivo. Quando lo sporco non convince più, quando il contesto non basta a fermare il discorso, resta lei: sono allergico. È un argomento forte, perché mette subito l’altro dalla parte del torto.
Il problema è che, se lo prendiamo sul serio fino in fondo, non regge come criterio assoluto.
Le allergie sono diffusissime: ai gatti, ai cani, agli acari della polvere, alle muffe, ai pollini. La maggior parte delle persone convive ogni giorno con allergeni che non vede e che non controlla. Io stessa sono una persona allergica, e so cosa significa dover fare attenzione, valutare i luoghi, assumersi una parte di rischio.
Nessun luogo è sterile. Non lo sono gli alberghi, non lo sono i ristoranti, non lo sono i rifugi. Le stanze non vengono “azzerate” a ogni cambio di ospite, e nessuno può sapere con certezza chi c’era prima, cosa portava con sé, quali allergeni ha lasciato.
Eppure conviviamo con questa incertezza senza trasformarla in un divieto generalizzato. Accettiamo che vivere in spazi condivisi significhi anche rinunciare all’illusione del controllo totale.
In montagna, invece, l’allergia diventa spesso l’argomento jolly. Non per tutelare davvero chi ne soffre, ma per chiudere la discussione. Per evitare qualsiasi valutazione del contesto, qualsiasi responsabilità, qualsiasi compromesso.
Non è una negazione del problema.
È il rifiuto di usarlo in modo selettivo.


Negli ultimi anni i cani vengono raccontati sempre più come membri della famiglia. Le campagne contro l’abbandono lo ripetono, la comunicazione istituzionale lo ribadisce, la sensibilità comune sembra andare in quella direzione.
I cani salvano vite. Cercano dispersi, affiancano il soccorso alpino, lavorano in contesti estremi. Sono celebrati come risorsa, come esempio di collaborazione, come simbolo di legame.
Poi però, nella pratica, diventano un problema.
Basta varcare certe soglie perché quel riconoscimento si azzeri. Divieti netti, esclusioni automatiche, nessuna possibilità di valutare il contesto o la responsabilità di chi accompagna l’animale.
Il messaggio che passa è contraddittorio: il cane è famiglia finché resta in un perimetro comodo, ma torna a essere un ingombro non appena la convivenza richiede uno sforzo in più.
Questa incoerenza non riguarda solo la montagna. Riguarda anche il piano sanitario ed economico: cure costose, pochi sostegni, totale carico sulle famiglie. Responsabilità sì, tutele no.


E allora la domanda non è se i cani debbano essere ammessi ovunque. La domanda è un’altra: che tipo di relazione diciamo di voler costruire con loro.
Perché non si può chiedere alle persone di considerarli parte della famiglia e, allo stesso tempo, trattarli come un problema ogni volta che la convivenza diventa più complessa.
Non sto chiedendo eccezioni personali, né sto dicendo che le regole non debbano esistere. Sto dicendo che una regola che non ammette mai il contesto, che non lascia spazio alla responsabilità e alla valutazione delle situazioni reali, smette di essere uno strumento e diventa un alibi.
Ed è lì che il problema non è più il cane, ma il modo in cui scegliamo di non guardare la realtà.

Lascia un commento