
Mentre dormiamo, qualcuno lavora per creare la neve.
Di notte i cannoni entrano in funzione, i gatti delle nevi salgono e scendono lungo i pendii, si lavora senza sosta. Al mattino la pista è pronta.
L’innevamento artificiale è diventato una pratica normale. E proprio per questo, oggi, è un esempio perfetto per raccontare il modo in cui ci rapportiamo alla montagna d’inverno.
Ricorriamo alla neve artificiale per ragioni concrete, che non possono essere ignorate. Attorno allo sci ruota una parte importante dell’economia di molte località: lavoro stagionale, operai, istruttori, impianti di risalita, rifugi, ristorazione, hotel. Senza una stagione invernale attiva, intere vallate rischierebbero di fermarsi. Nel breve periodo, l’innevamento artificiale garantisce continuità e tiene in piedi un sistema che altrimenti entrerebbe subito in crisi.
Ma questa scelta ha anche dei contro molto precisi, che spesso restano sullo sfondo.
L’innevamento artificiale richiede grandi quantità di acqua ed energia, proprio in un momento storico in cui entrambe stanno diventando risorse sempre più scarse. Comporta la costruzione di bacini, reti e infrastrutture che modificano il paesaggio e incidono sugli ecosistemi. La neve artificiale altera i tempi di scioglimento, influisce sul suolo e sulla vegetazione, con effetti che non si esauriscono alla fine della stagione sciistica.
C’è poi un altro aspetto, meno evidente ma altrettanto importante: rafforza un modello sempre più rigido. Più si investe per tenere in vita lo sci in contesti climaticamente fragili, più si diventa dipendenti da un’unica attività, riducendo la capacità di adattamento dei territori.
Il punto, però, non è stabilire se l’innevamento artificiale sia giusto o sbagliato.
Il punto è più ampio.
Continuiamo a comportarci come se la montagna d’inverno fosse ancora quella di vent’anni fa.
Come se fosse normale aspettarsi inverni regolari e accumuli di neve che oggi, in molte zone, non sono più garantiti. I famosi tre metri di neve che un tempo sembravano la norma sono diventati sempre più rari.
Questo cambiamento non è casuale. È in larga parte una conseguenza delle nostre azioni: del nostro modo di produrre, consumare, muoverci. Eppure, invece di adattarci, continuiamo a chiedere alla montagna di compensare, di reggere, di essere ancora ciò che ci serve.
In questi giorni, qui in Alta Val di Non, si svolge la Ciaspolada. Quest’anno in forma “combinata”: una prima parte con le scarpe da running e l’ultima con le ciaspole. Una soluzione tecnica resa necessaria dalla mancanza di neve lungo gran parte del percorso.
Non è una critica alla manifestazione né a chi la organizza. È una fotografia. Anche eventi storicamente legati alla neve stanno cambiando forma per adattarsi a un inverno che, sempre più spesso, neve non ne ha. Si cerca una soluzione per non fermarsi, per tenere in vita una tradizione. Ed è comprensibile.
Ma proprio queste soluzioni ci pongono davanti a una domanda inevitabile: è giusto continuare a forzare la montagna per viverla come la vogliamo noi, sapendo che, nel lungo periodo, questi interventi rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione?
Accettare il cambiamento climatico non significa rinunciare alla montagna. Significa riconoscerne i limiti. Significa ammettere che non tutte le località possono continuare a funzionare come prima e che forzare l’ambiente ha un costo crescente, ambientale ed economico.
Qui entra in gioco una questione tutt’altro che semplice: quella del lavoro e della perdita economica. Cambiare modello significa esporsi a una riduzione reale di reddito, occupazione e stabilità per comunità che dipendono dal turismo invernale. È facile parlare di transizione da fuori; molto più difficile farlo quando l’alternativa è una crisi immediata. Anche per questo l’innevamento artificiale viene difeso con forza: perché rappresenta un modo per rimandare un problema che nessuno è pronto ad affrontare fino in fondo.
Ma esso è solo un sintomo. Il nodo più profondo è culturale.
Continuiamo a immaginare la montagna d’inverno quasi esclusivamente attraverso gli sport invernali, come se senza sci fosse vuota, come se il suo valore esistesse solo quando una pista è aperta.
Amo la neve. Ne sento la mancanza. A gennaio, a mille metri, me l’aspetto ancora. Proprio per questo oggi faccio fatica a ignorare ciò che sta succedendo: le condizioni sono cambiate, e continuare a comportarci come se non fosse così significa spostare il problema invece di affrontarlo.
La montagna non smette di esistere quando manca la neve. Siamo noi che fatichiamo a comprenderla quando non corrisponde più all’immagine che ci siamo costruiti, e continuiamo a pretendere ciò che non può più garantire. Il punto non è forzarla, ma rimettere in discussione il nostro modo di immaginarla, viverla e raccontarla.