31 dicembre 2025, ore 15:12.
Un altro anno sta volgendo al termine.
Mi piacerebbe dire che è stato un anno di soddisfazioni e di gioie, ma purtroppo non è così.
Per quanto non mi piaccia, l’ultimo giorno dell’anno è sempre il momento di tirare le somme.
E le somme, quest’anno, proprio non tornano.
Ho vissuto i primi mesi del 2025 facendo finta di non sapere cosa mi aspettasse.
O meglio: ero consapevole di ciò che mi aspettava, ma speravo in un miracolo.
Che poi, che tipo di miracolo?
Che costruissero un asilo internazionale a Salter?
Dopo tre anni devono ancora finire il nido comunale.
Poi è arrivata l’estate.
Un’estate trascorsa con una specie di spada di Damocle sulla testa.
Avrei voluto viverla con spensieratezza, ma c’era sempre una corda invisibile che, appena provavo ad allontanarmi, mi tirava con forza alla realtà.
È arrivato settembre.
Il più brutto settembre che io ricordi.
Da lì ho smesso di essere me stessa.
Sono diventata una tassista, un tuttofare.
Non più una mamma, non una lavoratrice.
Mi sono annullata.
E mentre mia figlia si rianimava, io mi spegnevo sempre di più.
Insieme ai miei adorati cani.
Ho visto Nano peggiorare giorno dopo giorno.
Ho visto me stessa urlargli: “Dai Nano, muoviti!”, presa da una frenesia ingiustificata.
Dove dovevo andare così di fretta?
A prendere Cloe all’asilo?
A rispondere a una mail di un cliente che non era nemmeno mio?
A risolvere l’ennesima rogna burocratica?
Il 26 settembre è arrivato.
Era un venerdì.
Quella mattina Nano, per la prima volta, non ha mangiato.
Lo sapevo.
Lo sapevo.
Ho portato Cloe a scuola e, quando sono tornata, ho visto che non stava bene. Tossiva.
Ho chiamato il veterinario:
“Portamelo oggi pomeriggio, gli faccio i raggi.”
L’ho richiamato poco dopo.
“Per cosa lo porto lì?”
“Cosa puoi fargli?”
La risposta è stata: “Niente.”
Allora ho detto:
“Lo porto in montagna. Sta meglio lì che in uno studio veterinario.”
Mi sono sentita un’egoista.
Mi sono detta che lo facevo solo perché non volevo perdere un weekend in montagna.
Forse era così.
O forse volevo solo che Nano fosse nel posto in cui l’avevo visto più sereno in assoluto.
Siamo partiti per il Trentino.
Arrivati a casa, Nano si è messo in una camera da letto e guardava fuori dalla finestra.
Ho una foto di quel momento.
Non perché volessi conservarne il ricordo, ma perché l’ho mandata a mia madre scrivendole:
“Nano non sta bene.”
Dopo un paio d’ore non riusciva a stare tranquillo.
L’ho visto allontanarsi dal salotto, da Cloe e da Bruno.
È andato in una stanza a cui si accede dal balcone.
L’ho seguito.
Era nella cuccia in cui era stato tutta l’estate.
Tremava, seduto.
Mi sono seduta accanto a lui e l’unica cosa che sono riuscita a dire è stata:
“Non lasciarmi.”
Parole che avevo già detto nel 2018 a Tobia, ma con molta più disperazione.
Questa volta sapevo.
E sapevo che non potevo fare nulla.
Quando qualcuno muore naturalmente, il dolore resta immenso, ma è un dolore consapevole.
Rassegnato.
Nemmeno in quel momento sono riuscita a stargli accanto come avrei dovuto.
È subentrata la parte razionale di me:
di là c’erano una bambina e un cane che non dovevano sapere cosa stava succedendo.
Siamo tornati a Verona.
E io sono rientrata nel vortice.
Corri di qua, corri di là.
Finché un giorno mi sono fermata.
E sono esplosa.
Non avevo nemmeno avuto il tempo di piangere la perdita del mio compagno di vita.
Sedici anni.
Mi sono sentita la persona peggiore del mondo.
E ho pianto.
Ho pianto tanto.
Mi sono accusata di tutto:
se non fossi tornata a Verona,
se non gli avessi detto “Dai Nano, muoviti”,
se lo avessi guardato di più.
E il mio odio per quella città è cresciuto a dismisura.
Perché sono ancora lì?
Per mia figlia.
Per mia figlia che adora la sua nuova scuola.
Per mia figlia che vede sua nonna tutti i giorni.
Per mia figlia che deve avere tutte le possibilità che ho avuto io, e che solo una città può dare.
Scrivo questo articolo tre mesi dopo la morte di Nano.
L’ho iniziato centinaia di volte, senza mai riuscire ad andare avanti.
Mi manca all’inverosimile.
Mi manca l’estate del 2024, quando eravamo quassù tutti e quattro, senza pensieri.
Vorrei riportare tutti qui.
Vorrei Nano.
Vorrei Bruno sereno come allora.
Vorrei me stessa com’ero un anno fa.
Stamattina io, Cloe e Bruno siamo stati sulla neve.
Al ritorno ci siamo fermati al bar del paese.
Eravamo sedute fuori, al sole, insieme a persone che vivono qui.
Non amici, non veri conoscenti, ma persone con cui puoi scambiare due parole in allegria.
A un certo punto Cloe mi fa:
“Ma perché Santiago non si siede qui vicino a me?” (Santiago è un bambino un po’ più grande di Cloe).
La ragazza del bar ha sentito, è andata a chiamarlo, e lui si è seduto accanto a Cloe.
Lei, ovviamente, imbarazzatissima.
Mentre osservavo la scena ho pensato:
se tu crescessi qui, sarebbe tutto diverso.
A te, Nano. Che sei stato casa.

Mi hai fatto piangere, non sai quanto ti stimo. Hai rinunciato a quello che piú amo per amore e senso di responsabilità, io non so se ce la farei. Non è minimamente colpa tua se Nano ha attraversato il ponte, non era triste perché non era in montagna ma perché non voleva lasciarti. È invece solo merito tuo se ha avuto una vita piena e meravigliosa, di corse tra i boschi, profumi di natura e coccole nell’erba.
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Grazie infinite per le tue parole Sara ❤️
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