Margini

Una frase letta anni fa, tornata a galla di recente.

Questa frase l’avevo letta tanti anni fa, molto prima che nascesse Cloe.
Non mi aveva infastidita, né provocata: mi era semplicemente sembrata vera.
E non l’avevo presa come una denuncia, ma come una constatazione: è così che funziona, è il modo più semplice per insegnare a stare al mondo.
All’inizio è solo un foglio, un contorno da rispettare, una linea da non oltrepassare.
Poi, senza quasi accorgercene, quei margini diventano un’abitudine, un modo “giusto” di fare le cose. Una strada considerata normale, prevedibile, rassicurante, perchè è così che si fa, perchè è così che fanno tutti.
E a un certo punto smettiamo persino di chiederci chi siano, quei “tutti”.

Ieri mattina, parlando con la maestra di Cloe, quella frase mi è tornata in mente con una chiarezza nuova.
Mi ha detto che Cloe, quando le viene chiesto di colorare dentro le figure, non lo vuole fare: si rifiuta, si irrigidisce.
Ma quando le viene lasciata libertà, quando le si dice semplicemente di creare, allora cambia tutto, diventa immaginazione, movimento, possibilità. Ha aggiunto che, secondo lei, Cloe sarà un’artista.
Io, però, non ho collegato quelle parole a un talento o a un futuro possibile. Ho pensato a qualcos’altro: a come, molto presto, ci fanno abituare a muoverci dentro convenzioni che diventano semplicemente il modo normale di fare le cose.
E ho provato una specie di sollievo all’idea che fosse ancora libera: libera non perché fa quello che vuole, ma perché non sente ancora il bisogno di adattarsi a un confine che non riconosce come suo.

In quel momento mi sono rivista, perché io, quei margini, li ho sempre sentiti stretti.
Mi sono sempre chiesta perché fosse necessario vivere dentro confini che non avevo scelto, perché certe strade dovessero essere percorse per forza, chi avesse stabilito che quello fosse il tracciato giusto e tutti gli altri, implicitamente, sbagliati.
Appena ne ho preso coscienza, da quei margini sono uscita.
Non per ribellione, ma per necessità.
Lo si vede in tante scelte della mia vita: nell’essere diventata madre da sola, nel finire l’università a quasi cinquant’anni, nel non aver seguito la sequenza “corretta” delle tappe previste.
Non ho fatto quello che fanno tutti e so bene che la società, ancora oggi, funziona dentro quei confini: ama ciò che è riconoscibile e guarda con sospetto chi se ne discosta.
So anche che questo non cambierà.
Lo sguardo di chi vive dentro quei margini continuerà a esistere.

Quello che posso fare, però, è un’altra cosa: posso fare in modo che mia figlia non venga educata a interiorizzare quello sguardo, che non senta mai il bisogno di chiedersi se ciò che desidera sia “accettabile”, “giusto”, “previsto”.
I margini continueranno a esserci, le strade tracciate anche, ma voglio che Cloe cresca sapendo che non sono leggi naturali: sono costruzioni. E che, se un giorno deciderà di seguirle, sarà una scelta consapevole, non un automatismo.

Non si tratta di disegno.
Non si tratta di arte.


Si tratta di poter crescere senza dover chiedere il permesso di essere ciò che si è.

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