Sono le 21.
È una fredda sera di dicembre e sono uscita cinque minuti con Bruno.
Davanti a me vedo delle piccole luci muoversi rapide nell’oscurità. Sento delle risate.
Per un attimo non capisco.
Poi metto a fuoco.

Sono bambini. Bambini delle elementari che si rincorrono, giocano e urlano in una corte aperta che dà direttamente sulla strada. Hanno una frontale in testa e continuano a correre come se fosse pieno giorno.

La via è quasi completamente buia. Non passa nessuna macchina.
Il rumore dei loro passi rimbalza contro le case, si mescola alle risate, alle voci che si chiamano per nome.
Io resto ferma qualche secondo, con Bruno al guinzaglio, a guardare.
Nessun adulto vicino. Nessuno che controlla. Nessuno che dice di stare attenti.
È tutto incredibilmente normale.
Le frontali si accendono e si spengono mentre corrono. Ogni tanto uno cade, si rialza, riparte.
Nessuno piange. Nessuno si ferma davvero.
Penso di non aver mai visto una scena del genere prima.
Il giorno dopo, passeggiando con Cloe, mi torna in mente una cosa.
O meglio, un cartello. Anzi, un paio di cartelli che ci sono in paese.
Sono lì da sempre, credo.
Li vedo ogni volta che usciamo a fare due passi.
Non li ho mai cercati davvero, ma finiscono sempre per attirare lo sguardo.
“Attenzione. Bambini allevati all’aperto.”
Non è un cartello messo per spaventare.
Non chiede di rallentare per paura.
Non segnala un pericolo.
Dice semplicemente come stanno le cose.
I bambini stanno fuori.
Stanno fuori quando è ancora chiaro, e a volte anche quando fa buio.
Stanno fuori perché è così che succede.

Ripensandoci, quella scena non è un’eccezione.
È solo una delle tante cose che da queste parti succedono senza farsi notare.
Me ne sono accorta davvero qualche tempo dopo, quando Cloe aveva appena iniziato la scuola internazionale a Verona. Dopo pochi giorni c’è stato il primo colloquio con le maestre.
La prima cosa che mi hanno detto è stata:
si vede che Cloe è abituata a stare all’aperto.
Me lo ricordo bene, perché mi ha colpita più di quanto pensassi.
Da una parte mi sono sentita fiera.
Dall’altra, però, ho sentito anche un leggero senso di colpa.
Quando sono andata a vedere la scuola la prima volta, devo essere sincera, mi sono messa a piangere. Tutto così ordinato, così curato, così distinto. E quel “giardino” che giardino non è, ma cemento camuffato da parco giochi.
Cloe è sempre stata fuori.
Per strada, nei prati, nei cortili.
Nei primi tre anni della sua vita ha vissuto in modo libero, tra virgolette.
Ed è una cosa meravigliosa.
Ma ha anche un altro lato.
Quando siamo in città, mi accorgo che non ha la stessa percezione del pericolo dei bambini che sono nati e cresciuti lì.
A Verona la richiamo continuamente: dammi la mano, fermati, attenta alle macchine.
È tutto più stretto, più veloce, più imprevedibile.
Crescere bambini all’aria aperta, qui, non è una scelta educativa consapevole.
Non è un modello.
Non è qualcosa che qualcuno ha deciso a tavolino.
È il risultato di uno spazio che lo permette.
Di tempi meno compressi.
Di strade che non servono solo a passare, ma che vengono ancora vissute.
Questo non significa che sia semplice.
Né che sia sempre giusto.
Significa solo che l’infanzia prende la forma del luogo in cui accade.
Quassù i bambini imparano presto a muoversi nello spazio, a misurare le distanze, a riconoscere i limiti guardando, fermandosi, aspettando.
Altrove imparano altre cose, altrettanto necessarie.
Sono contesti differenti, che attraverso le loro regole, i loro ritmi e le loro possibilità preparano alla vita in modo diverso. Ed è dentro questa differenza che, a volte, nascono le scelte più difficili.