La mia vita qui, fuori dalla cartolina


Dopo quarantasei anni vissuti in città, abituarmi alla vita in montagna è stato immediato. Non ho attraversato fasi di rifiuto, non ho avuto crisi di adattamento, non mi sono mai sentita spaesata. È successo quasi il contrario: mi sembrava tutto naturale, comprensibile, essenziale. Un ritmo che sentivo già mio.
Quello che non avevo previsto, invece, è quanto sarebbe stato difficile il passaggio inverso. Tornare in città, oggi, mi richiede uno sforzo che allora non avevo dovuto fare. I rumori, i tempi, la densità delle cose, delle persone, degli impegni. Come se il corpo avesse imparato un altro tempo e ora facesse fatica a rientrare in quello di prima.

Vivere qui significa, prima di tutto, imparare che niente è scontato.
Nemmeno le cose più banali. L’acqua calda, per esempio, non è qualcosa che dai per certa. Il riscaldamento non è una voce da pagare e dimenticare: va seguito, controllato, gestito ogni giorno. Le stufe vanno caricate e la legna arriva su un bancale: indovina a chi tocca svuotarlo?
Se qualcosa si blocca, non chiami un numero verde: ti arrangi, cerchi di risolvere.
In una casa di montagna non ti fermi mai. Me lo disse una volta un signore che conoscevo: «Da queste parti c’è sempre da lavorare». Aveva ragione.
Non è una fatica che mi abbia mai fatto dire “me ne vado”, ma è una responsabilità continua, concreta, che ti tiene dentro le cose. Qui non puoi delegare tutto: sei parte attiva della tua vita, ogni giorno, nel bene e nel male.


Anche i servizi funzionano in modo diverso.
Per un supermercato grande devi fare strada. Lo stesso per trovare benzina a prezzi più convenienti. Per molte cose mi sono affidata agli acquisti online, che quassù diventano quasi una necessità più che una comodità. Allo stesso tempo ho apprezzato aspetti che in città avevo quasi dimenticato: una burocrazia più semplice, la possibilità di parlare con persone vere, non con risponditori automatici o sistemi impersonali. E poi una cosa che per me contava molto: metterci cinque minuti in macchina per arrivare ovunque, senza traffico, senza code, senza quella sensazione costante di dover lottare contro il tempo.

Ci sono limiti però che vanno nominati per quello che sono.
L’ospedale è a venti minuti di macchina, e non è poco. È un dato strutturale, soprattutto quando succedono cose serie. E sono successe: due volte al Pronto Soccorso con Cloe, una sera l’arrivo dell’ambulanza a casa per una mia reazione allergica importante. In quei momenti la distanza non è un concetto astratto, ma un fatto concreto con cui fare i conti. Eppure non mi sono mai sentita abbandonata. Non perché fosse tutto semplice o immediato, ma perché il contesto umano era presente, diretto, reale. Da queste parti le cose non sono sempre comode, ma quando servono, ci sono le persone.

Non sono mai riuscita a trovare una babysitter.
Probabilmente perché, semplicemente, non è una figura necessaria. Le famiglie fanno rete: ci sono i nonni, i parenti, le sorelle. I bambini crescono dentro un sistema di presenze già dato.
Io quel sistema non l’avevo. Questo ha significato occuparmi di tutto da sola, senza possibilità di delegare, nemmeno per poche ore. È una caratteristica concreta della vita qui, non un’eccezione: l’organizzazione quotidiana dà per scontata una rete familiare che, quando non c’è, non viene sostituita da servizi esterni.

In montagna c’è una frase che si sente spesso: ‘Goditi l’estate, perché poi l’inverno è lungo!’.
Non è un modo di dire. L’inverno dura davvero di più rispetto alla città e il periodo caldo è breve, concentrato in poche settimane. Per molti mesi, le giornate restano corte e il buio arriva presto. Però, sinceramente, per me non è mai stato motivo di malinconia o tristezza. Mi sono semplicemente adattata: cenando prima e andando a dormire presto.


Dal punto di vista sociale non mi sono mai sentita un caso.
So che il modello familiare, in questo contesto, è ancora molto tradizionale e so anche che qualcuno avrà parlato, immaginato, commentato. Ma non ho mai avvertito addosso il peso di un giudizio. Piuttosto ho avvertito una certa incertezza negli altri: su come chiamarmi, su come collocarmi. Non cattiveria, più un piccolo spaesamento. Nulla che mi abbia mai fatta sentire esclusa.
L’unico elemento che ha inciso davvero, in modo più sottile ma costante, è stato l’età. L’età media delle madri era molto più bassa della mia e, senza che nessuno lo dicesse apertamente, questo mi ha fatta sentire spesso fuori posto. Non per quello che facevo, ma per come venivo automaticamente percepita.
Non è mai stato un giudizio esplicito. È stato piuttosto un disagio silenzioso che, col tempo, ha modificato il modo in cui mi guardavo, facendomi sentire spesso più vecchia di quanto fossi in realtà.
Inevitabilmente, questo ha reso anche più difficile costruirmi una rete di amicizie: ero fuori fascia, fuori dal gruppo delle altre madri, in una posizione laterale che rendeva meno spontaneo trovare un terreno comune.


C’è poi un aspetto che qui ha funzionato meno, ed è quello legato al lavoro.
Non sono mai riuscita a trovare un’occupazione stabile: le possibilità erano poche, frammentate, spesso stagionali. Questo non ha mai messo in crisi la quotidianità — la vita, di per sé, funzionava — ma nel lungo periodo restava un nodo aperto, impossibile da ignorare.
Allo stesso tempo, proprio questo limite è stato anche una spinta. Non trovare un lavoro già pronto mi ha costretta a interrogarmi, a inventarmi qualcosa, a costruire invece che inserirmi. È stato faticoso e incerto, ma anche profondamente stimolante. Qui non c’era un binario tracciato, e proprio per questo ho dovuto disegnarne uno mio.

Questa esperienza ha lasciato un segno anche su un altro piano, quello del corpo e dell’aspetto.
Col tempo il modo in cui mi prendevo cura di me è cambiato. Non perché fosse venuta meno l’attenzione verso me stessa, ma perché, semplicemente, qui mi sembrava superflua. Freddo, pioggia, neve, campi, cani. E d’estate non era un luogo che sentivo “da gonne e sandali”.
Quelle poche volte in cui mi truccavo un po’ di più o lasciavo i capelli sciolti, mi sentivo osservata e questo mi metteva a disagio. Forse preferivo passare inosservata. Non è stata una scelta consapevole: è successo, poco alla volta.

Eppure, se guardo a tutto questo insieme, il punto resta uno solo: io non me ne sarei mai andata.
Le difficoltà non mi hanno mai spinta a fuggire. Facevano parte di questa scelta, e io le avevo accettate tutte. La vita funzionava, non nonostante tutto, ma proprio per questo equilibrio fatto di adattamento continuo e responsabilità quotidiana.
Raccontare la montagna per quello che è, senza idealizzarla né demonizzarla, significa tenerla lontana dalle cartoline. Significa riconoscerla come una vita concreta, fatta di presenza, di limiti chiari e di scelte quotidiane.
Per me vivere qui non è mai stato un problema da risolvere. È stato un modo di stare al mondo che sentivo mio. E che, in molti modi, continua a esserlo.

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