
Entro in camera e la prima cosa che faccio è spalancare la finestra. Lo faccio ogni mattina, anche d’inverno. Soprattutto d’inverno. Resto ferma lì per qualche secondo, chiudo gli occhi e inspiro, in attesa che arrivi.
È in quel momento che succede. Quell’aria.
La senti solo quassù, solo in montagna. Ogni mattina mi chiedo come potrei raccontarla a qualcuno, perché non è semplicemente aria fredda. Se provo ad associarle un’immagine, non ce n’è mai una sola: vedo il bosco, la neve, la legna che scoppietta nel camino. Non si distinguono, si tengono insieme.
È quest’aria, così com’è, che mi fa stare bene. Mi calma e allo stesso tempo mi dà energia. Cerco parole, ma non bastano, non rendono.
A volte vorrei poterla chiudere in un vaso, sottovuoto. Per i giorni in città, quando dalla finestra entra solo rumore, fretta e nient’altro. Allora mi basterebbe aprire quel vaso, inspirare e ricordarmi com’è.
«Mamma, ho freddo».
Mi giro quasi di soprassalto alla voce di Cloe. Non so da quanto tempo sono lì, davanti alla finestra spalancata. Non ero assorta né persa nei miei pensieri: ero sospesa. Stavo solo respirando aria buona, senza fare altro, senza accorgermi del tempo che passava, senza accorgermi che la stanza era ormai gelata.
Per chi ha saputo aspettarmi anche nel silenzio.