Un punto di passaggio

Laghi di Valbona e Monte Cengledino salendo alla Bocchetta di Laghisol

Stamattina Cloe voleva la neve.
Ma la neve non c’era.

Al Passo delle Palade abbiamo trovato solo una striscia di neve ghiacciata, in leggera pendenza. Niente di eccezionale, una situazione normale d’inverno. Cloe voleva salirci. L’ho guardata un attimo, poi abbiamo provato. Sopra, le ho spiegato come si scende quando il fondo è duro: mettersi un po’ di traverso, piantare bene i piedi, incidere piccoli gradini con la parte laterale dello scarpone, senza fretta.

Ero concentrata su di lei. Sul suo equilibrio, sul modo in cui appoggiava il peso. In quel gesto semplice, imparato negli anni, mi è tornato addosso un ricordo che non c’entrava niente. O forse c’entrava con tutto.

Ero lì.
Alla Bocchetta di Laghisol, a 2410 metri.

Un punto di passaggio, non un arrivo. Un posto in cui devi scegliere dove andare, non uno in cui ti fermi a guardare il panorama. Con la neve, poi, le scelte diventano subito definitive.

Intorno era tutto bianco. Il sentiero attrezzato non si vedeva più, le bandierine erano coperte, le tracce sparivano dopo pochi passi. Le indicazioni dicevano una cosa, il terreno sotto i piedi un’altra. E io, invece di fermarmi davvero, ho deciso di proseguire.

Mi sono infilata sulla parete nord. Lo sapevo che lì il sole non batte. Lo sapevo che la neve sarebbe stata dura, ghiacciata, instabile. Lo sapevo che non era il versante giusto in quelle condizioni.
Eppure ho pensato che ce l’avrei fatta lo stesso.

Dopo poco ho iniziato a sprofondare nella neve, a tratti fino al ginocchio, a tratti trovando solo una crosta dura che non teneva. Non c’era una linea chiara da seguire. Solo un traverso continuo, esposto, che non lasciava margine.

Con me c’erano i miei cani. E lì ho capito di aver fatto un errore grave. Perché io potevo forse cavarmela, ma loro no. Non avevo modo di controllarli davvero. Se uno scivolava, non c’era nulla che potessi fare.

A un certo punto ho perso di vista Bruno. È durato poco, ma è bastato. In quel momento ho pensato, senza drammatizzare, senza panico: non so se riesco a venire giù da qui.

Non era una sensazione. Era una constatazione.

Non mi ero trovata lì per caso. Non era cambiato il tempo all’improvviso. Avevo tutte le informazioni per sapere che quella scelta non andava fatta. Eppure ero lì, senza appigli, affidata solo al fatto che, fino a quel momento, mi era sempre andata bene.

Quando ne sono uscita, non ho voluto guardare troppo a fondo. Ho chiuso tutto con una frase secca: colpa mia, sono un’incosciente.
Una frase che serviva più a chiudere che a capire.

Sono tornata al presente mentre Cloe scendeva piano, concentrata. Non c’era nulla di paragonabile a quella situazione. Eppure il peso di quel ricordo era tutto lì.

Allora rischiavo la mia vita.
Era una scelta sbagliata, certo. Ma se fosse andata male, il conto sarebbe stato solo mio.

Oggi no.

Oggi, se sbaglio, non pago solo io.

C’è una bambina.
E questo cambia tutto.

Ed è forse per questo che, quando penso a chi vive queste passioni a livelli ancora più estremi – l’alpinismo, le grandi spedizioni, il bisogno di spingersi sempre oltre – non riesco a liquidare tutto con un giudizio semplice. Penso a chi parte sapendo che potrebbe non tornare. A chi ha qualcuno a casa. A chi, nonostante tutto, sale lo stesso.

È egoismo?
Forse sì, in parte.

Ma forse è anche il tentativo di non tradire qualcosa che, se abbandonata del tutto, cambia profondamente chi sei.

Perché rinunciare alle proprie passioni non è una scelta neutra. Non si resta identici quando si toglie ciò che ci faceva sentire vivi. Si diventa persone diverse.

Io sono felice.
Sono felice di Cloe, della mia vita, di quello che ho. Ma so anche che, se mi allontano del tutto da quel modo di stare in montagna che per me è sempre stato essenziale, non sono più la stessa.

E forse il nodo sta tutto qui.

Quanto sono disposta a cambiare?

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