Quella nella foto sono io oggi. Bè, non esattamente oggi. Era il 15 febbraio, giorno in cui si festeggiano i single.
Quella mattina mentre mi stavo lavando i denti e vedevo la mia immagine riflessa nello specchio, ho iniziato a pensare.
No, non è un errore grammaticale il ‘vedevo’, è proprio il verbo giusto, perché ultimamente mi vedo, ma non mi guardo. Non mi piace quello che sono adesso: il mio viso è perennemente stanco, i miei capelli non so più che fine abbiano fatto. Al loro posto c’è un cespuglio che non ho mai avuto prima e che, nonostante mille inutili tentativi, non accenna minimamente a diventare una cosa simile ad una pettinatura.
Comunque, dicevo che ho iniziato a pensare. Credo sia nato tutto dal ricordo di un’escursione fatta qualche anno fa e, dopo vari giri, sono arrivata al mio blog. Da quanto che non ci scrivevo…
Mi è venuto in mente il titolo: La montagna di Charlye. Senza neppure accorgermene, sul mio viso si è dipinta una smorfia e mi sono detta: ma quale montagna e montagna…le ultime due escursioni che sono riuscita a fare risalgono allo scorso agosto…cosa vuoi che scriva??? Mi è venuta un pò di tristezza e mi sono chiesta se fosse il caso di cambiargli titolo, se non addirittura proprio chiuderlo.
Poi, sono rimasta con lo spazzolino a mezz’asta e una domanda mi è sorta spontanea:
‘Ma, scusa, tu come chiami quello che stai facendo adesso? Sei una madre single di una bambina di 20 mesi con due cani. Hai deciso, dopo 12 anni, che la vita che stavi facendo non era quella che volevi davvero e, perciò, hai caricato tutti in macchina, abbandonando la cara vecchia comfort zone in cui ti eri rifugiata, per trasferirti in un paese di montagna dove non conoscevi anima viva. Stai lottando, giorno dopo giorno, per rifarti una vita lavorativa (e per una ex assistente di volo divenuta poi camiciaia è tutto tranne che facile, vista pure l’età) e, nel mentre, hai ricominciato a studiare per avere nuove possibilità. Un momento si e l’altro pure ti chiedi se la scelta che hai fatto sia sbagliata e, per la maggior parte del tempo, pensi di mollare e tornare indietro. Ma poi cacci giù le lacrime che ti salgono agli occhi e ti dici: magari aspetto ancora una settimana, ci provo l’ultima volta. E quell’ultima volta diventa il tuo mantra…te lo ripeti ogni giorno, perché non vuoi cedere, non vuoi arrenderti. Arrendersi sarebbe per te una sconfitta.
E, allora, cosa stai facendo da più di un anno e mezzo? Non è una montagna quella che stai cercando di scalare? Non è il tuo 8000, il tuo Everest?’.

Escursione iniziata: 24 giugno 2022
Localizzazione: chissà…
Sono le 9 del mattino del 24 giugno 2022. Sono seduta al gate in attesa inizino l’imbarco del volo diretto a Kathmandu. Sono molto nervosa. Mai avrei pensato di partecipare ad una spedizione sull’Everest a 45 anni. Ho avuto 9 mesi e mezzo per allenarmi e preparare l’attrezzatura, ma penso non basterebbero neppure 20 anni per prepararmi psicologicamente.
Mi guardo attorno per vedere se arriva la persona che diventerà la mia compagna di viaggio. È in ritardo e questo mi innervosisce. Penso ‘Iniziamo bene…’. Non la conosco personalmente, quel poco che so di lei è che si chiama Cloe e non ha assolutamente esperienza. Questo mi preoccupa molto, perché significa che sarò io a dover guidare la spedizione, a dover prendere le decisioni. Tra le altre parliamo anche due lingue differenti, quindi la comunicazione sarà sicuramente un problema in più.
Alla fine la vedo arrivare (immagino sia lei, ho solo visto foto sfocate). Mi avvicino e mi presento. Ha un sorriso simpatico, la prima impressione che ho di lei è buona. Le faccio cenno di dirigerci verso il gate, lei mi segue in silenzio. E quel silenzio ci accompagnerà per molto tempo…
Dopo 15 ore di volo atterriamo a Kathmandu. Dobbiamo affrettarci perché i tempi per il volo successivo per Lukla sono veramente ristretti.
Lukla è la porta di accesso principale all’Everest ed è il punto di partenza del trekking per molti escursionisti. Il volo dura circa 35-40 minuti ed è un’esperienza veramente emozionante, perché offre viste panoramiche mozzafiato delle montagne.
Siamo entrambe molto stanche, nessuna delle due ha dormito nelle ultime 24 ore, confuse per il cambiamento e perse nei nostri pensieri.
Una volta arrivate, sistemiamo l’attrezzatura in camera, mangiamo una cosa veloce e crolliamo entrambe in un sonno profondo. Il giorno dopo inizierà il trekking vero e proprio e noi dobbiamo essere pronte.
Il mattino successivo ci svegliamo molto presto, prepariamo lo zaino e iniziamo il nostro cammino verso Namche Bazaar, una vivace cittadina situata a un’altitudine di circa 3.440 metri. Il percorso segue il fiume Dudh Koshi attraverso incantevoli villaggi, ponti sospesi e boschi di rododendri. La camminata richiede circa 6-7 ore e offre panorami spettacolari.
Con noi ci sono altre persone, alcune conosciute, altre mai viste. Ci guardano con curiosità e fanno mille domande su di me e su Cloe, la mia silenziosa compagna. Io, sinceramente, non ho molto da dire. Mi limito a laconiche risposte, ancora frastornata per il jet lag.
Arriviamo a Namche Bazaar, dove abbiamo in programma di trascorrere un giorno intero, per permettere al corpo di adattarsi all’altitudine. È, infatti, un punto chiave per l’acclimatamento.
Durante il giorno di riposo, esploriamo la città, visitiamo il Museo del Parco Nazionale di Sagarmatha e ci godiamo le viste mozzafiato sull’Everest e le montagne circostanti.
Dopo il giorno di riposo a Namche Bazaar, continuiamo il trekking verso Dingboche, situata a un’altitudine di circa 4.410 metri. Il percorso attraversa terreni più aperti, con panorami spettacolari sulle montagne dell’Himalaya. Il tempo di cammino giornaliero è di circa altre 6-7 ore.
Anche a Dingboche facciamo un giorno di acclimatamento per permettere al corpo di abituarsi.
Tra me e Cloe la conversazione è veramente povera. Non ci capiamo. La mia preoccupazione è in continuo aumento. Mi chiedo se non sia stata una pazzia. Mi chiedo come possa io trovarmi in una situazione del genere. Come mi sia venuto in mente di lasciare la vita tranquilla (forse anche troppo tranquilla) che facevo per imbacarmi in una spedizione così fuori dalla mia portata. Mi chiedo se tra di noi le cose miglioreranno, se riusciremo a diventare veramente una squadra, se arriveremo a fidarci reciprocamente al punto da riuscire a mettere la nostra vita nelle mani dell’altra.
L’indomani il trekking prosegue da Dingboche a Lobuche, a un’altitudine di circa 4.910 metri, e successivamente a Gorak Shep, a un’altitudine di circa 5.164 metri. Questa è l’ultima tappa prima di raggiungere l’Everest Base Camp. Il percorso diventa più impegnativo man mano che ci si avvicina, ma l’entusiasmo fa sì che la fatica passi in secondo piano. Ed è così, che dopo un altro giorno di cammino, arriviamo finalmente al Base Camp a 5.364 metri.
Sia io che Cloe siamo euforiche. Sappiamo che il cammino che abbiamo fatto fino ad ora è niente rispetto a quello che ci aspetta per raggiungere la cima, ma per noi essere al campo base è già un grande traguardo.
Il programma prevede due settimane di acclimatamento, poi la salita all’ABC, advanced base camp (campo 1) a quota 6.065 metri.
In questi giorni il rapporto con la mia compagna di spedizione migliora notevolmente. Abbiamo sempre molte difficoltà di comunicazione, ma almeno adesso in qualche modo ci capiamo. Nonostante la sua indole indipendente, lei fa molto affidamento su di me. Spero di non deludere le sue aspettative. Sto studiando tutti i percorsi possibili, valutando i pro e i contro di ognuno, cercando la via di ascesa più sicura. E’ la prima volta anche per me, mi chiedo se sia stata la scelta giusta partecipare a questa spedizione con Cloe.
L’acclimatamento, comunque, prosegue molto bene. Nessuna delle due accusa sintomi di mal di montagna, anzi, devo dire che siamo piene di energie.
Teoricamente la partenza per il campo 1 è prevista per mercoledì prima dell’alba. Dobbiamo attraversare il ghiacciaio del Khumbu e non possiamo arrivare a giorno inoltrato, perché la luce solare aumenta notevolmente il pericolo. Dico teoricamente perché la temperatura si è alzata in modo anomalo. E, infatti, il giorno stabilito non possiamo neppure provare a salire. Tutto rimandato.
Sono molto amareggiata. Pensavo potessimo iniziare l’ascesa e, invece, siamo costrette a stare ancora al campo base, non sapendo se e quando riusciremo a salire.
Nel frattempo, abbiamo fatto amicizia con alcuni degli altri partecipanti la spedizione e i giorni per fortuna passano velocemente. Siamo, però, consapevoli che si tratta di una situazione temporanea e che presto dovremo prendere una decisione. Non possiamo rimanere al campo base per sempre. Se non avremo modo di iniziare l’ascesa, saremo costrette a fare ritorno in Italia.
Questo pensiero continua a martellarmi nella testa. Finalmente avevo trovato il coraggio di provarci. Mi ero illusa di potercela fare, nonostante l’età e l’esperienza limitata. Sono arrivata fino al campo base e l’idea di dover rinunciare per me è insopportabile.
I giorni passano ed io mi trovo in un limbo. Mi sento sospesa in una situazione che non ho la minima idea quando si sbloccherà. Vedo Cloe serena e questo rasserena anche me, perché significa che non la sto caricando col peso dei miei pensieri, ma sentirmi così impotente e in balia degli eventi è frustrante.
Chissà se le temperature scenderanno in breve tempo…
To be continued…