Scendo dalla macchina. Apro il bagagliaio a Bruno e la portiera posteriore al Nano. Recupero lo zaino (preparato con cura la sera precedente) dal sedile del passeggero, prendo il cellulare, avvio l’app col gps, lo metto in tasca e spero che a breve non ci sia più segnale.
È domenica, poco prima delle 6. La sveglia è stata alle 4 e 30, come tutte le altre domeniche. Dò una rapida occhiata al sentiero che dovrò prendere, bacio la catenina che ho al collo dove è inciso il nome del mio angelo custode e dico: ‘Pensaci tu a noi 3 disperati’. Ed inizio a camminare.
Mi chiamo Carlotta e tra meno di un mese compirò 44 anni. Lavoro dal lunedì al venerdì a Verona ed il sabato ‘scappo’ in Val di Rabbi, dove vorrei vivere sempre.
Nella mia testa c’è un sovraffollamento di pensieri accumulati durante la settimana, alcuni gradevoli, altri più spiacevoli.
Sono talmente assorta che non mi rendo conto di ciò che mi circonda.
Pian piano inizio a salire e i pensieri iniziano ad annebbiarsi. Mi fermo. Osservo le cime di fronte a me, mettendo a fuoco quale sarà la mia meta. Dico a me stessa: ‘Non devi arrivarci per forza. Se non te la senti puoi tornare indietro’. Ma in cuor mio so che non accadrà. Non mollerò, sono fatta così. Avessi avuto questa tenacia in altre cose, chissà dove sarei adesso..
Mi giro verso est e mi incanto per un minuto a guardare il sole che fa capolino da dietro le montagne. Sorrido e sussurro: ‘Buongiorno’ rivolgendomi alla Montagna.
Riprendo il mio cammino. Ora la mia mente è vuota.
Presto attenzione ai miei passi sul sentiero, intorno a me il silenzio più totale. Ascolto il mio respiro farsi via via più regolare.
Ogni tanto sussulto al fischio di qualche marmotta. Guardo i ragazzi partire alla velocità della luce e penso: ‘Siete proprio dei pirlini, tanto sapete che non la prenderete mai. Risparmiate il fiato, che la strada è lunga’.
Continuo a salire, non correndo, con calma. Voglio godermi tutto. Supero i 2000 mt, me ne accorgo perchè gli alberi iniziano a diradarsi e gli spazi si fanno più aperti. Amo la montagna in generale, ma il mio ‘habitat’ è sopra ad una certa altitudine, dove prevale la roccia.
Non faccio soste, preferisco arrivare alla meta.
Più mi avvicino alla cima, più inizio ad osservare il sentiero o la traccia che devo percorrere. Spesso capita che mi dica: ‘Non ce la fai, è impossibile’. Ma vado avanti, un passo dietro l’altro. Mi aggrappo a qualche sporgenza rocciosa, non guardo giù. Mi giro verso i miei cani. Le volte che mi prende un pò d’ansia è solo per loro. Talvolta li aiuto, li tiro su in qualche passaggio dove non ce la fanno. Loro sanno quando è il momento di farsi aiutare. Li mando avanti, ma poi si fermano e mi aspettano.
Il mio cuore batte velocemente, l’adrenalina è a 1000. Non sono un’alpinista, non ho attrezzatura con me. Ho sempre detto che sarei arrivata solo dove possono arrivare i miei cani e così sarà sempre.
A volte l’ho rischiata, lo ammetto, ma mi è andata bene.
È per questo che sono certa di avere un angelo custode.
Continuo a salire.
Ad un certo punto realizzo che mi manca un ultimo passo e sarò in cima.
Piano piano alzo la testa e sento una voce che in tono sommesso dice: ‘Wow’. È la mia.
Mi guardo intorno e quasi mi commuovo. La bellezza di quello che mi circonda mi lascia attonita.
Mi accorgo che fino a quel momento sono stata praticamente in apnea. Riprendo lentamente a respirare, l’adrenalina cala e lascia posto ad una sensazione di leggerezza indescrivibile.
In quel momento non sono più Carlotta.
Lassù non si è più noi stessi. Non so spiegarlo, però so che quello che si prova è meraviglioso.
Rimango così immobile per un pò, assaporo quel momento il più a lungo possibile.
Poi mi siedo e mi rilasso. Quella merenda a 3000 mt è come una cena in un ristorante super stellato. Mi sento una privilegiata.
Indugio, non ho voglia di scendere. Poi, alla fine, devo arrendermi. La giornata sta volgendo al termine e non posso rischiare si faccia buio. A malincuore prendo lo zaino, dò un’ultima occhiata e mi incammino.
Scendo piano. Sono stanca, ho esagerato come al mio solito. Le gambe iniziano a farsi dolenti, ma non mi sono mai sentita così bene.
Sono in pace con me stessa, con tutto ciò che mi circonda.
Più mi avvicino alla macchina, più torno alla realtà.
Ma la sensazione di benessere che mi ha regalato quella giornata mi rimane addosso.
La mia mente è sgombra. Sono talmente stanca che non riesco a pensare a nulla.
Con un pò di malinconia mi volto indietro.
Guardo le cime da dove sono scesa, sorrido e bacio la catenina, ringraziando il mio angelo.
La gente ‘normale’ non capisce tutto questo, mi dà della pazza.
Pazza perchè vado da sola, pazza perchè cammino così tanto, pazza perchè rischio di farmi male…
Ma io credo che i pazzi siano loro, che non proveranno mai quello che io provo lassù.
Chiedimi perchè vado in montagna…